Liberitutti, 2024
I romanzi thriller spesso sorprendono non soltanto per l'intreccio narrativo, ma soprattuto per il modo in cui riescono a parlare della vita attraverso un genere che dovrebbe occuparsi – a detta di tante, troppe persone – solo di delitti. Il club dei delitti del giovedì appartiene a questa categoria: un giallo che ha il passo del romanzo corale e la leggerezza di una conversazione tra amici, capace di far sorridere e riflettere allo stesso tempo.
La storia è ambientata nel Kent, a "Coopers Chase", una lussuosa residenza per anziani della campagna inglese. Qui ogni giovedì, gli ospiti ottantenni Joyce, Ibrahim e Ron, capitanati dalla loro leader Elizabeth, si incontrano per riaprire vecchi fascicoli e discutere di delitti irrisolti. L'idea, che nasce con l'intento giocoso di riempire lunghi pomeriggi di quiete apparente e noia evidente, si trasforma in qualcosa di più serio quando un vero omicidio entra nelle loro vite:
Coopers Chase si sveglia sempre presto la mattina. Appena le volpi finiscono la ronda di notte e gli uccellini attaccano l'appello, si sente il fischio del primo bollitore e si accendono le luci nelle stanze dietro lo schermo delle tende. Il mattino riporta le articolazioni alla loro scricchiolante vita. Nessuno qui si fa al volo un toast prima di prendere il treno per andare in ufficio, nessuno riempie il cestino della merenda prima di svegliare i bambini per scuola [...]. Molti anni fa, tutti quelli che ora sono qui si svegliavano presto perché c'era un sacco di cose da fare e troppe poche ore a disposizione in un giorno. Ora si svegliano presto perché c'è un sacco da fare e troppi pochi giorni rimasti a disposizione. (p. 51)
Ma ciò che colpisce il lettore non è appunto la trama di per sé, seppure ben congegnata e punteggiata da brillanti colpi di scena, quanto i personaggi indimenticabili. La leader Elizabeth, prima fra tutti: una donna forte e brillante, dal passato misterioso, con una spiccata indole al comando. È attraverso le parole che Joyce riporta fedelmente sul suo diario che facciamo la conoscenza di questo personaggio carismatico e magnetico:
Due o tre mesi fa, mentre ero a pranzo, doveva essere un lunedì perché c'erano tortino di manzo e patate in crosta, Elizabeth mi è venuta incontro e mi ha detto che si scusava visto che stavo mangiando, ma che aveva una domanda su una ferita da taglio [...]. Mi chiede di immaginare che una ragazza sia stata pugnalata con un coltello. [...] Dopo di che mi chiede di figurarmi la ragazza che viene colpita, la lama che affonda tre o quattro volte appena sotto lo sterno. (p. 11)
Joyce, ex infermiera dal tono candido ma sorprendentemente lucida, che con i suoi appunti in forma di diario, regala una prospettiva intima e ironica al lettore. Se Elizabeth è la mente, Joyce è senz'altro la memoria silenziosa del gruppo:
Nessuno qui si sente minacciato da me, nessuno mi vede come una rivale, sono solo Joyce, l'affabile, amichevole Joyce, che mette sempre il naso dappertutto. (p. 82)
Ibrahim, lo psichiatra, un uomo metodico e riflessivo. È l'osservatore del club, colui che analizza tutto senza dare nell'occhio. L'autore ce ne parla sempre con estrema riverenza. Ci racconta di come Ibrahim senta la necessità di essere ancora utile. Nonostante abbia ancora dei pazienti, pur essendo in pensione da anni, il fatto di avere un vero caso da risolvere con il suo club lo fa sentire ancora importante, e non un vecchio ottantenne ormai messo in panchina.
Ron, ex sindacalista tatuato dal carattere ruvido, ma dal cuore caldo. Da giovane doveva essere stato molto bello e avvenente, e parte di quel fascino gli è ancora rimasto, nonostante l'età. Lui è l'ancora del gruppo, sempre pronto ad aiutare gli altri e a battersi per le giuste cause. Se da un lato però lui è la roccia a cui aggrapparsi, purtroppo dall'altro la vita e il suo corpo gli ricordano gli anni che passano e i tremori che incombono senza pietà. Ognuno di loro ha un passato ingombrante, ma anche una sorprendente vitalità, e l'autore riesce a intrecciare queste vite con una naturalezza che rende i protagonisti credibili e soprattutto indelebili.
La scrittura è brillante, costruita su dialoghi scattanti e ironia sottile, capitoli brevissimi, con un ritmo inizialmente lento ma che diventa man mano sempre più incalzante, e che invita il lettore a prendersi il tempo necessario per conoscere i personaggi, i loro ricordi, le loro malinconie. La malinconia e il tempo sono infatti, in questo romanzo, gli altri due grandi membri del club. La malinconia, perché c'è la consapevolezza della vecchiaia e delle perdite, e il tempo che inevitabilmente si accorcia e sembra scorrere molto più velocemente, anche quando le giornate possono sembrare eterne. Ciò che è assente invece è il pietismo. Non c'è mai una retorica che induca il lettore a compatire i protagonisti, o ad averne pietà per la loro condizione di anziani, ma al contrario Osman sembra suggerire che la curiosità, l'intelligenza e la voglia di ridere (e di bere vino) possano continuare a tenerci vivi anche quando il mondo ci considera già morti.
Carlotta Lini
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