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"Alle Guendaline di sempre, metà vento/ metà nido": Roberta Sale , "Un filo nel vento" e venti storie di donne

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Un filo nel vento. Storie di donne

testi di Roberta Sale

illustrazioni di Lilliana Comes, Nicoletta Calvo, Berenice La Ruche, Giorgia Atzeni, Pia Valentinis, Maria Francesca Melis, Kiki Skipi, Alessandra Murgia, Sara Bachmann, Valentina Fadda, Annalisa Salis, Claudia Piras, Daniela Demurtas, Daniela Spoto, Daniela Cella, Viola Vistosu Villani, Silvia Maxia, Alessandra Pulixi, Barbara Pala, Sebastiana Mesina, Simone Loi

ILSSO Edizioni – Poliedro 2022

pp. 130

€ 25,00 (cartaceo)

Parlare di fili nel vento è come parlare di aghi nel pagliaio. Certo, dipende pur sempre dalle caratteristiche del filo e dell’ago in questione, ma in fin dei conti che speranza hanno entrambi di venire individuati e acciuffati laddove tutto si muove e tutto punge indistintamente? E in ogni caso: che probabilità ci sono che questo accada in tempi ragionevoli, tali da non scoraggiare a priori l’azione? Spesso – meglio: quasi sempre – non basta una vita intera a compiere l’impresa, ma è per l’appunto in questa ricerca che il nostro stare al mondo acquisisce senso, valore, scopo e (parola ormai svuotata di significato quant’altre mai) bellezza. Impieghiamo il tempo così, alla ricerca di un capo e di una cruna per imbastire e cucire finalmente l’abito tagliato per noi e ornarlo con il ricamo più rappresentativo, e parimenti la nostra bravura si prova nel modo in cui, intercettata la linea sinuosa e vagante tra le correnti d’aria, sappiamo trattenerla tra le dita e usarla anche da sola per legare, annodare e stringere; per riunire insieme le cose, gli eventi, gli episodi, i sentimenti, e anche per restituirle il suo significato geometrico primario di “serie continua di punti”. La risposta a un principio di ordine, insomma, che sbroglia i nodi, scioglie i grovigli, mette tutto in fila e tira fuori il cosmo dal caos apparente, quello che sa far sentire – anche con una malintesa cognizione del piacere – in completa balia delle raffiche.

Un filo nel vento, prima prova autoriale di Roberta Sale, sembra rispondere proprio a questa esigenza: raccontare la storia di una donna – Guendalina – che perde e ritrova se stessa; una donna che si cerca ingenuamente e maldestramente nell’altro – in un uomo, in più uomini, in una maternità desiderata e sofferta – e che puntualmente si sfilaccia, fino a spezzarsi; una donna che solo dopo un lungo e doloroso percorso di cura e consapevolezza di sé rinasce dall’antica fibra, proprio come quei meravigliosi filati policromi che acquistano forza e robustezza dall’intreccio spiraleggiante di più unità di un solo colore. Sullo sfondo, una Sardegna che l’ha dotata di una sensibilità indigena da fata (jana) e da strega (istrìa), e insieme a lei, che è l’esito contemporaneo di una terra antichissima descritta nella sua versione più attuale, ecco i precedenti di tutte quelle eroine del mito, della letteratura e della storia delle arti che millenni, secoli e decenni prima hanno vissuto esperienze amorose fatte di sudditanza, subalternità e sottomissione – in una parola: di errore – e che con coraggio e anticonformismo hanno provato, sebbene non sempre riuscendoci, a salvare se stesse. A tutte loro, in apertura di volume, l’autrice dedica brevi prose di omaggio: una sorta di “ripasso” che ne giustappone le rispettive storie come perle di collana, e che simbolicamente, come accade con i doni fiabeschi delle fate madrine, allaccia infine il gioiello al collo della stessa Guendalina, protagonista del racconto lungo che occupa la seconda parte del libro.

«Il filo che lega tutte queste donne è invisibile», scrive Roberta Papandrea in un breve testo introduttivo, «viene da molto lontano e le accomuna: è una memoria che il vento, simbolo di una libertà di pensiero che non si lascia imbrigliare, trasporta, oltrepassando i confini di spazio e tempo per arrivare fino al presente. “Le donne tengono il filo”. In questa frase, che introduce il Prologo e attraversa il testo per poi ritornare nell’Epilogo, possiamo individuare un passaggio di testimone» (p.8).

La scena è affollata, i personaggi femminili sono tanti, quasi in competizione con il numero dei movimenti d’aria segnalati dalla rosa che è strumento dei viaggiatori dei cieli e dei mari (e chissà che in queste scelte non ci sia una qualche simbologia legata a numeri e assonanze: vénti le storie, a contarle tutte, e proprio i vènti ad agitarle e a trascinarle via). I nomi sono familiari ai più, a chiunque, almeno una volta nella vita e anche solo nel corso dei propri studi, abbia avuto occasione di familiarizzare con le rispettive vicende: sono quelli di Arianna, Medea, Dafne e Euridice (Nell’aurora del tempo, quando i naviganti inseguono tesori negli occhi delle donne); di Ifigenia, Elena, Cassandra, Penelope, Antigone e Didone (Al tempo in cui la guerra consuma il destino degli eroi, nel pianto delle donne); di Beatrice, Angelica, Clorinda, Erminia, Armida, Lucia e Butterfly (Al tempo in cui i poeti inventano le donne e le rivestono di luce); di Grazia (Deledda) e Maria (Callas) (Verso il tempo in cui le donne cercano se stesse), uniche “concessioni” a figure slegate da una matrice mitica o fantastica e che hanno comunque dato vita a una propria personale leggenda. Forse non è un caso che siano proprio loro a fare da cerniera tra la prima e la seconda parte del volume: la figura della scrittrice Premio Nobel – inevitabile Grande Madre per chiunque, ancora oggi, osi produrre un testo vantando identici natali – è un esempio perfetto di “isolitudine nell’Isola” e di riscatto attraverso l’arte della narrazione, e insieme con quella della cantante lirica, che dopo una vita d’arte e d’amore virata in melodramma e in tragedia volle che le sue ceneri venissero disperse in mare, traghetta come meglio non si potrebbe verso la storia di Guendalina, fatta a sua volta di geografie concrete, paesaggi dell’anima e molte musiche di contrappunto; una storia che nulla impedisce di leggere come un libretto d’opera: Al buio; Nel paese del vento; Senza le ali; Nell’isola dell’Isola; Oltre il mare; Nella città della luce; Tra grazia e dolore; Sola; Guarigione; Lezione.

Ad accompagnare i testi con cui Roberta Sale le presenta tutte in tre passaggi – un epiteto, un racconto e un monologo – ci sono le tavole di altrettante illustratrici (esse pure, e programmaticamente, di origine sarda o legate in vario modo alla Sardegna) che con stili e attitudini differenti le hanno fissate sulla pagina esaltandone un tratto del carattere, un atteggiamento divenuto archetipo, un momento clou della peculiare epopea; e se è impossibile commentarne i singoli esiti in questa sede, si può senz’altro lodare il risultato finale, che trova la sua forza proprio nella varietà delle interpretazioni, così efficaci nel restituire le peculiarità delle autrici e nel farle riconoscere a chi già ne abbia saggiato il lavoro in altri libri e mostre (senza contare che l’affidamento dell’incarico a un’unica artista avrebbe forse prodotto un risultato inevitabilmente più piatto e monotono). Due, peraltro, le eccezioni: perché se il racconto riguardante Guendalina è scandito, per lunghezza e complessità, da tre tavole e non da una (a firmarle è sempre Sebastiana Mesina), il volume ha una sorprendente chiusa tutta maschile, con un testo postfatorio di Enrico Pinna – Narciso allo specchio – e un’illustrazione – opera di Simone Loi – a cui è affidato l’ultimo auspicio nei confronti di un rapporto uomo-donna finalmente e definitivamente equilibrato e libero da derive patologiche se non addirittura criminali. 

Vera e propria novità, e dunque al momento unicum, all’interno del catalogo ILISSO – Poliedro, Un filo nel vento si inserisce tuttavia in un filone editoriale di recente e di grande successo: quello che, intorno a una tematica principale e variamente declinata, fa ruotare la stesura di prose brevi accompagnate da illustrazioni d’autore a firma singola o, come in questo caso, plurima. Il lavoro, pur nella conformità che lo fa ascrivere alla categoria, ha dalla sua il pregio di riunire nel medesimo volume i casi di alcune tra le eroine più celebri della letteratura e della storia coinvolte in legami amorosi controversi e (ciascuno a suo modo) archetipici, la biografia di due artiste evidentemente significative dal punto di vista tanto biografico quanto espressivo (Grazia Deledda e Maria Callas, figure agli antipodi eppure accomunate da un sentimento dell’arte capace di essere piuma e frusta per le rispettive esistenze) e il lungo racconto la cui protagonista – fata e strega, cenere e fenice – esemplifica un percorso di morte e rinascita in un amore che è e deve essere principalmente amore di sé. Piacerà, è da credere, a chi ama a prescindere i libri in cui la colonna visiva è importante tanto quanto quella verbale e a chi apprezza le riscritture che emancipano le nozioni scolastiche facendole interagire con la vita quotidiana (Roberta Sale, sia detto per inciso, è anche una docente di materie umanistiche); ma piacerà, soprattutto, a chi ha a cuore un tema così delicato e violento, così classico e dunque sempre attuale, urgente e necessario, e non potrà non apprezzare la polifonia e l’armonia delle varie voci presenti al suo interno: quelle delle figure femminili chiamate in causa, quelle delle illustratrici che hanno dato loro forma e colore, quella – ovviamente – dell’autrice dei testi. In chiusura, e in risposta a eventuali critiche di leziosità di facciata e di compiacimento da gineceo – c’è da confidare che possa trovare lettori attenti anche in quel pubblico maschile tante volte ancora così restio al dibattito e al confronto, ovvero ai passaggi critici che potrebbero implicare ammissioni di colpa e di corresponsabilità; un augurio espresso anche da Roberta Papandrea nella sua prefazione e che non si può non condividere, affidando innanzitutto al dialogo – più che alla capricciosa imprevedibilità delle correnti – una nuova direzione nel rapporto tra i sessi:

«Oltre che alle donne, questo testo si rivolge quindi anche agli uomini che hanno riconosciuto nella forza e nella violenza un mezzo sbrigativo, inadeguato e non risolutivo per la soluzione dei conflitti con l’altro sesso e sono disposti a cercare un dialogo per trovare insieme quella che Christa Wolf, attraverso la sua Cassandra, indica come la terza via: il vivere (“tra uccidere e morire esiste una terza via: vivere”)» (p.8). 

Cecilia Mariani