mercoledì 12 agosto 2020

Chi pulisce il mondo? “Un femminismo decoloniale” di Françoise Vergès rompe le barriere del silenzio per mostrarci l’invisibilità delle categorie subalterne contemporanee


Un Femminismo decoloniale
di Françoise Vergès
Ombre corte, marzo 2020

Traduzione di Gianfranco Morosato

pp. 115
€ 11 (cartaceo)



A Parigi, Florence Bagou si alza ogni giorno alle quattro del mattino per essere sul posto di lavoro alle sette. Lavora come donna delle pulizie alla Gare de Nord. Trascorre la giornata a pulire la stazione, a trascinarsi dietro le attrezzature di lavoro. Torna a casa sfinita, con il corpo dolorante. A Maputo, Camarada Albertina Mundlovo confessa che molte donne mozambicane hanno perso la vita battendosi per un posto di lavoro come domestica e che i datori di lavoro non battono ciglia sull’argomento, imponendo turni di lavoro disumani e sfiancanti. E queste sono solo due delle più svariate storie che Françoise Vergès riporta sulle condizioni delle lavoratrici razzizzate all’interno della nostra società capitalistica, neoliberale e consumistica

Françoise Vergès, esperta di scienze politiche, di storia, importante femminista e presidente dell’associazione Decoloniser les arts, rappresenta oggi, con il suo contributo ideologico e di riflessione critica, un posizionamento importante e innovatore rispetto alle questioni femministe inserite nell’attuale contesto globale. Con il suo ultimo libro, Un femminismo decoloniale, Françoise Vergés mostra un fortissimo posizionamento critico nei confronti dell’esperienza femminista. Non mettendo in discussioni i successi che il femminismo occidentale ha ottenuto, dal XVIII secolo fino ad oggi, l’autrice francese inizia la sua riflessione a partire dai discorsi islamofobi generatisi in Francia dalle femministe “civilizzazionali”, chiedendosi dunque cosa significhi essere veramente femminista nella nostra attuale società. Vergès afferma che il femminismo occidentale ha creato delle profonde disuguaglianze tra le donne: da un alto, ci sono donne che godono di una carriera interessante e ben retribuita, potendo conciliare il modello maschile di successo professionale con la vita familiare e le incombenze di casa; dall'altro, ci sono altre donne che conoscono unicamente la precarietà del lavoro, il part-time forzato, i bassi salari, gli abusi sul posto di lavoro e che non possono contare in nessun aiuto nella sfera domestica.

La vita confortevole delle donne borghesi in tutto il mondo è possibile perché milioni di donne razzizzate e sfruttate garantiscono questo conforto cucendo i loro vestiti, pulendo le loro case e gli uffici dove lavorano, occupandosi dei loro figli, prendendosi cura dei bisogni sessuali dei loro mariti, fratelli, compagni. (p. 71)
Partendo da questa contraddizione, Françoise Vergès elabora la sua proposta di “femminismo decoloniale”. I femminismi di politica decoloniale, secondo Vergès, sono quelli che contribuiscono alla lotta iniziata da secoli dalle donne subalterne, dagli indigeni autoctoni, dagli schiavi, dalla comunità LGBTQI+ e da tutti gli altri emarginati dalla società patriarcale, borghese, imperialista e capitalista per affermare il proprio diritto all'esistenza. Vergès vede nelle femministe decoloniali quelle donne, e non solo, che vanno al di là del concetto convenzionale di femminismo e che sono coscienti che tanto in Europa quanto in America del Sud, in Asia e in Africa si lotta contemporaneamente contro il neoliberalismo, contro il femminicidio, si rivendicano i diritti dei popoli autoctoni a stare sulla propria terra, ci si interessa per le questioni ambientali, allo sfruttamento, alla vulnerabilità di classe, alle questioni di genere, al razzismo. Ma, soprattutto, vedono come tutto questo si interseca e che la lotta delle donne, tutto sommato, non è molto diversa da tutte quelle altre categorie stigmatizzate e sottomesse al patriarcato, al neocolonialismo, al consumismo, al capitalismo (storicamente connesso alla schiavitù) e al neoliberalismo. Essere femministe decoloniali significa, dunque, rilevare delle connessioni tra esperienze situate nei più diversi angoli del mondo e ri-scrivere le strutture in cui i nostri mondi sono pensati, immaginati, creati. Essere femministe decoloniali vuol dire lottare contro l’usura dei corpi della caring class che si spaccano la schiena e si intossicano con prodotti chimici per tenere pulito il nostro mondo bianco e borghese, un lavoro indispensabile per il funzionamento di qualunque società ma che, allo stesso tempo, deve rimanere invisibile.

È di questa invisibilità che Françoise Verès vuole raccontarci, per riscattare le storie, le voci e le personalità di tutti coloro che, sfruttati dal sistema, lottano e resistono, fino alla fine. In un saggio di prosa limpida e che consta di poche pagine ma concettualmente dense, attraverso raziocini impeccabili e con parole taglienti quanto lame di coltelli, Vergès ci racconta una realtà che sta esattamente davanti ai nostri occhi, ma che noi, forse, siamo troppo ciechi per vedere. Raccontare una storia parziale significa raccontare una storia menzognera. Per questo, Françoise Vergès si spinge fino in fondo dicendoci tutta e nient’altro che la verità. Anche se è davvero dolorosa da leggere e ascoltare.


Nicola Biasio




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Lavori part-time sottopagati, precarietà lavorativa, abusi sessuali, corpi usurati dagli agenti chimici dei prodotti delle pulizie e dai turni di lavoro estenuanti. Umiliate, insultate, disprezzate. Invisibili. È di queste donne "razzizzate" che #FrançoiseVergès ci racconta nel suo ultimo e toccante saggio "Un femminismo decoloniale", pubblicato in traduzione italiana da @ombre_corte, con lo scopo di re-visionare la storia del femminismo occidentale e per capirne il vero compito  in un mondo globalizzato, capitalistico e neoliberale, in cui lo sfruttamento del Sud del mondo da parte del Nord non può più passare inosservato. Françoise Vergès ci propone un'alternativa: un femminismo di politica decoloniale. Siete pronti a mettere in discussione il Sistema? A breve, la recensione di @nicolabiasio_ sul sito.  #ombrecorte #françoisevergès #femminismo #colonialismo #Criticaletteraria #instalibri #instabook #inlettura #inlibreria #bookblogger #Bookstagram
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