venerdì 12 giugno 2020

Quando cucinare non significa scegliere soltanto degli ingredienti, ma esprimere sentimenti: il racconto di Motoko Iwasaki

Un cuore da nutrire. Ingredienti e sentimenti giapponesi
di Motoko Iwasaki
Ali Ribelli Edizioni, 2019

pp. 172
€ 15,00


Una delle prime cose che si notano visitando il Giappone è l’assoluto sincretismo religioso tra buddismo e scintoismo. I giapponesi celebrano senza soluzione di continuità riti buddisti e riti scintoisti (che, a rigore storico e culturale, dovrebbe essere la religione giapponese, in quanto nata e diffusa soltanto nel Paese del Sol Levante) e, dopo pochi giorni di permanenza, anche i visitatori stranieri vengono immersi in un clima di religiosità totalmente diverso a quello a cui li hanno abituati le religioni monoteiste. Certo, ogni famiglia giapponese prediligerà una o l’altra religione nel quotidiano, ma più per retaggio atavico che non per imposizione sociale. Eppure, a pensarci bene, lo scintoismo e il buddismo sono due religioni distinte e separate: come è possibile un sincretismo così perfetto e pacifico?

Senza pretendere di essere esaustiva e raccontando le mie riflessioni esclusivamente a partire da quello che ho visto in prima persona e letto in libri, saggi e fumetti le due religioni condividono un ideale di fondo che le rende, per certi aspetti, estremamente simili: c’è in entrambe un’idea di equilibrio nella natura e della natura a regolare i gesti e la ritualità e tutte e due, seppur in modi e forme diverse, nutrono per la natura e per tutto ciò che è vita un rispetto e una devozione profonda.
Questo preambolo per chiarire sin da subito che l’accostamento cibo e religione scelto da Motoko Iwasaki come ispirazione del suo Un cuore da nutrire. Ingredienti e sentimenti giapponesi (Ali Ribelli Edizioni, 2019) non deve richiamare alla mente la proibizione tipica delle religioni prevalenti del mondo, quanto invece la condivisione e l’immersione del cibo così come ci si immerge in un paesaggio verdeggiante o in una giornata piena di amore e di affetti. Ecco perché la Iwasaki ha deciso di partire dall’ideologia buddista per parlare di qualcosa che le sta a cuore più di quanto può essere comunemente inteso: il cibo.
Il suo romanzo è un viaggio sia metaforico che reale a ritroso nel tempo e nei luoghi dell’infanzia, dall’odierna “piccola patria montana” di Sordevolo in Piemonte (dove l’autrice vive dopo essersi trasferita in Italia lavorando in qualità di giornalista e traduttrice) all’atavico villaggio montano nella Prefettura di Fukui, a un centinaio di chilometri da Kyoto.
Il viaggio si è compiuto davvero nel novembre del 2015 alla riscoperta dello spirito e della cultura zen come vissuti e insegnati nel Grande Monastero di Eihei-ji, dove la cifra esistenziale risulta essere il rapporto tradizionale e sapienziale colla preparazione e il consumo del cibo. È qui che l’autrice ha scoperto che tre concetti propri della cultura giapponese, il kishin, il rōshin e il daishin, si integrano perfettamente con un mondo in cui lei è stata immersa sin da bambina (il padre era un risaiolo e si occupava attivamente della preparazione delle pietanze in famiglia) e che ha trasformato in professione lavorando al Ministero dell’Agricoltura dopo una laurea in agraria. Nello specifico, rubando dal testo le parole del Maestro Tenzo che ha accompagnato Motoko nella visita al Monastero:
Dobbiamo cucinare ringraziando la fortuna di poterlo fare qui in questo momento e speriamo di poter vedere il sorriso di chi mangia. Noi questo lo chiamiamo kishin, che vuol dire gioia. (p. 29)
E poi, a proposito del rōshin:
Con la nostra cucina noi dobbiamo dare ai monaci la sicurezza, in modo che possano concentrarsi nella meditazione o nelle altre pratiche. […] Insomma, è uguale a una madre quando prepara da mangiare ai suoi figli. (p. 29).
Infine:
Poi, per ultima, c’è la magnanimità che viene chiamata daishin. Questa indica un grande cuore, come una grande montagna o un grande oceano, senza preconcetti senza esaltazioni e condizionamenti. (p. 29)
A partire dallo zen e da questi tre elementi ideologici che superano il semplice mancato uso delle proteine animali per cui la cucina buddista è rinomata, l’autrice comprende che per lei, tornare indietro nel suo passato giapponese, significa farlo raccontando il significato di alcuni piatti che, si rende conto solo adesso, sono la combinazione perfetta di kishin, rōshin e daishin.

Il brodo dashi, quello adatto per la preparazione della tipica zuppa di miso, pietanza immancabile nella cucina giapponese in qualunque pasto, le richiama alla mente la saggezza bruta del padre che nella sua rigidità le ha insegnato l’importanza della diversità così come è importante il connubio di mare e terra nel brodo. I cachi, simbolo di autunno, se messi a essiccare non possono far altro che ricordarle della dolcezza e della semplicità della nonna che con il suo amore per i lavori manuale le ha ispirato il rispetto per le cose semplici. Il riso rosso, il sekihan, immancabile nei giorni di festa del calendario, rimarrà per sempre per lei il piatto che le imporrà di godere del presente e delle gioie di ogni momento: la sua famiglia, infatti, pur combattendo con la tragedia di una figlia minore malata cronicamente e spesso ricoverata in ospedale, non saltava mai il rito del sekihan nei giorni di festa, perché è importante godere sempre di ciò che di bello ci riserva la vita. E poi il sakè, il tè matcha, l’anguilla, l’umeboshi e l’ayu, il pesce introvabile al di fuori del Giappone: ogni ingrediente porta con sé un sentimento e un ricordo indelebile che trasformano Un cuore da nutrire in una tenera autobiografia itinerante in una cultura lontana, ma vicina come lo sanno essere i sentimenti.

Perché ogni piatto è prezioso non solo per il gusto posseduto, ma soprattutto per il carico di memoria che trascina con sé. Per la Iwasaki che ha scelto di non vivere più nel proprio Paese di origine, ogni recupero del passato ha il ruolo di non farle dimenticare chi è e da dove viene, ma dopo avere letto il suo romanzo verrà a tutti voglia di soffermarsi un attimo a riflettere e ricordare le scene della propria biografia che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’aver definito la propria individualità e il proprio essere. Per qualcuno saranno le scene in cucina, per altri quelle a scuola o praticando uno sport. Non importa cosa si rievoca o si compie: l’importante è farlo con gioia, sicurezza e magnanimità.

Federica Privitera





Cucinare, preparare pietanze, fare la spesa, impiattare, apparecchiare. Sono operazioni che tutti compiamo ogni giorno, in maniera automatica, senza pensare che dietro di loro potrebbe celarsi un significato ben più profondo del semplice “mangiare”. Motoko Iwasaki ci svela che dietro al cibo c’è un mondo fatto di amore, pensiero per il prossimo ed equilibrio. Nel suo “Un cuore da nutrire” (@aliribelliedizioni) racconterà di quel ponte che ha costruito tra l’Italia e il #Giappone grazie a una zuppa di miso, alle prugne umeboshi o all’anguilla. Un memoire culinario che spinge a riflettere sul valore delle delle cose semplici. #cibogiapponese #cucina #amore #ticonsigliounlibro #libriconsigliati #criticaletteraria #leggerefabene #consiglidilettura #booktube #bookish #bookworm #bookporn #librichepassione #libridaleggere #libricheamo #instabook #books #libri #igreaders #igread #ilovebooks #ilovereading
Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: