venerdì 12 giugno 2020

"Il capofamiglia": l'ironia pungente della "grande signorina"

Il capofamiglia
di Ivy Compton-Burnett
Fazi, maggio 2020

Traduzione di Manuela Francescon

pp. 348
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook) 



Chiacchiericcio. Se penso ai romanzi di Ivy Compton-Burnett, la prima sensazione evocata è quel chiacchiericcio costante che attraversa la pagina, dialoghi fittissimi che compongono il novanta per cento di ogni storia. Un discreto numero di personaggi, molti dei quali indistinti fra loro quasi fossero un coro di voci dalla scarsa importanza, che si muovono su una scena ben definita, lo spazio circoscritto di una qualunque dimora signorile nella campagna inglese non troppo specificata, tra quella piccola nobiltà che un po’ arranca e tenta in ogni modo di non far vedere le crepe sulle pareti e, soprattutto, nelle loro vite apparentemente rispettabili. Un chiacchiericcio, si diceva, che a tratti stordisce il lettore, soprattutto se non particolarmente avvezzo al romanzo costruito principalmente per dialoghi o al testo teatrale, ma che cela appena sotto la superficie la precisione chirurgica con cui Compton-Burnett, “la grande signorina” come la definì Alberto Arbasino – insieme a Natalia Ginzburg e Giorgio Manganelli fu tra i principali estimatori in Italia della scrittrice inglese – , infarciva le sue storie di scambi fulminanti, dal ritmo serrato, caratterizzate da un’ironia pungente.
Autrice prolifera e amatissima da pubblico e critica, Compton-Burnett ha sofferto anche un lungo periodo di oblio; da qualche anno in Italia è in corso una sorta di riscoperta, per mezzo di nuove traduzioni e ristampe, grazie soprattutto a Fazi editore che, dopo il successo di Più donne che uomini, ha di recente portato in libreria Il capofamiglia ed auspichiamo proseguirà con l’opera di traduzione della scrittrice inglese, amatissima, tra gli altri, da Virginia Woolf e da contemporanei come Hilary Mantel. Compton-Burnett in un certo senso è un'anomalia, nel panorama letterario inglese di primo novecento: mentre il Modernismo la fa da padrone sulla scena letteraria, l'autrice si inserisce con successo di pubblico e critica nel panorama contemporaneo rifiutando molti dei parametri tipici di tale corrente, ma facendo propria l'istanza fondamentale, il rifiuto della tradizione e di un narratore onnisciente. Per farlo non si servirà di flussi di coscienza ma di dialoghi fulminanti su cui comporre le proprie storie.
Il dialogo, quindi, è la cifra stilistica di una scrittrice che, in definitiva, ha scritto e riscritto lo stesso romanzo ma, si badi bene, non va inteso come una critica negativa: ogni opera di Compton-Burnett, sospesa fra commedia e tragedia, mette in scena diverse forme di dispotismo familiare, l’intreccio di tradimenti, segreti, matrimoni, rivalità, ruoli sociali e convenzioni da proteggere a ogni costo. Eppure in questo ripetersi Compton-Burnett sa ogni volta reinventarsi, grazie appunto all’ironia di quei dialoghi che molto spesso rasentano la perfezione, pungenti – seppur meno drammatici – quasi come le pagine più sarcastiche di Dorothy Parker.
Anche lo spazio entro cui si muovono i personaggi, si diceva, è piuttosto “angusto”, quasi sempre circoscritto all’ambiente domestico, lontano dalla vita frenetica di Londra; piccole comunità dove le giornate sono scandite da pettegolezzi, visite al vicinato, piccole feste, prediche domenicali. Il dramma si consuma tutto tra le mura di casa, che sia la casa privata di una famiglia della piccola nobiltà, come in quest’ultimo romanzo, o per esempio un collegio femminile al centro di Più donne che uomini: perché, appunto, è la famiglia il centro nevralgico della narrazione di Compton-Burnett, il patriarcato che costringe le donne entro rigidi ruoli imposti, le convenzioni da mantenere nonostante tutto.

Dietro all’apparente semplicità della narrazione, dietro il chiacchiericcio quasi ininterrotto dei personaggi, si cela quindi una materia letteraria più complessa di quanto potrebbe apparire a un primo sguardo, inserendosi in un più ampio dibattito sulla questione femminile e l’avvento della New Woman quale espressione dei mutamenti in atto nel corso degli ultimi due decenni dell’Ottocento inglese. La fin de siècle – o, quantomeno, il periodo pre bellico – , è il riferimento cronologico su cui l’autrice costruisce i propri romanzi, epoca di enormi mutamenti culturali e sociali. Non lasciamoci ingannare dalla linearità di certe trame, quindi, dagli apparenti lieto fine: ancora una volta è appena oltre le apparenze che risiede la forza narrativa di questa autrice, dentro certe sentenze che incendiano la pagina. Il dramma, infatti, è tutto nella parola, nel dialogo, ed è lì quindi che si trovano gli spunti di riflessione e le chiavi di lettura più interessanti.

Il capofamiglia è quindi chiara espressione di tematiche care all’autrice, esempio ideale della sua sensibilità e scrittura, qui sapientemente resa da Manuela Francescon per la traduzione italiana, in cui ritrovare l’universo letterario di Ivy Compton-Burnett. Al cuore della narrazione, ovviamente, la famiglia, dominata in questo caso dal volubile e prepotente patriarca Duncan Edgeworth: un piccolo tiranno, cui spetta sempre l’ultima parola – letteralmente, sarà proprio lui a chiudere il romanzo – , un padre despota da cui i figli tentano in qualche modo di affrancarsi. Impossibile accennare alla trama di questo romanzo senza rovinarne la lettura per la miriade di piccoli grandi colpi di scena, inganni, tradimenti, drammi e segreti che si susseguono una pagina via l’altra e quasi stordiscono il lettore: lutti, matrimoni, figli illegittimi, eredità in pericolo, figlie nubili che tentano di ribellarsi al padre, e molto altro. Ecco, però, che bastano un paio di frasi, brevi sentenze dell’uno o dell’altro personaggio che gravita intorno a Duncan – e certo il nome non è casuale, l’influenza shakespeariana attraversa ogni pagina di Compton-Burnett – , per riportare l’attenzione sul già citato substrato di rimandi, spunti e riflessioni. Su tutti, le considerazioni su Woman e Marriage Question al centro del dibattito sociale e culturale dell’Inghilterra di fine Ottocento – questo romanzo nello specifico è ambientato nel 1885.
«Io sono ufficialmente arruolata nell’esercito delle vecchie zitelle di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno», disse sua cugina. «Fare a meno di lei, signorina Burtenshaw? E cosa direbbe suo padre?», disse la signora Bode, facendo generosamente notare alla signorina Burtenshaw qual era il suo posto nel mondo. (p. 123)
Di “vecchie zitelle” i romanzi di Compton-Burnett sono piuttosto ricchi e il severo giudizio della società nei confronti delle donne non sposate appare evidente fin dalle prime battute. Non importa se nessuna delle unioni messe in scena possa dirsi sinceramente riuscita; nel rappresentare matrimoni infelici e di convenienza l’autrice dimostra una certa abilità, giocando ancora una volta su apparenza e realtà domestica.
Duncan stette ad ascoltare con aria imperturbata. Di sua moglie si preoccupava ben poco. Tutti i suoi timori riguardavano il buon nome della famiglia. Era l’unica cosa che gli interessasse preservare. (p. 214)
Non importa l’infelicità, non importa la frustrazione. L’unica cosa che conta sono le convenzioni, l’apparenza di rispettabilità. Il buon nome è tutto ciò che resta e va preservato dagli scandali che, va detto, sono sempre numerosi, tra figli illegittimi, gelosie, morti sospette.
Resta poco spazio per la solidarietà, l’affetto familiare. Forse, l’unico sentimento che si può salvare è l’amicizia, ma anche in questo caso è raro trovare legami veramente sinceri, privi di secondi fini e giochi di potere. Il capofamiglia ce ne propone alcuni esempi, confusi nella folla di pettegolezzi e piccole cattiverie quotidiane, ma che appaiono come un monito alla solidarietà femminile, vitale allora come oggi:
Credo che l’amicizia tra donne sia uno dei sentimenti più profondi e degni che un essere umano possa provare. (p. 89)
Sta tutto in frasi piene di ironia pungente e lucide osservazioni sulla società e le sue contraddizioni il talento di Miss Compton-Burnett, che alle sue eroine lascia almeno la consolazione di una buona conversazione. Quella da cui noi, lettori contemporanei, traiamo un piacere simile ai suoi estimatori dell’epoca. Se c’è un appunto importante da fare all’edizione Fazi delle opere di Compton-Burnett, va in effetti esteso a buona parte della collana Le Strade che ha il merito di aver riportato – talvolta in prima traduzione italiana – classici inglesi dimenticati di Otto e Novecento, ed è la mancanza di un apparato critico bibliografico per consentire al lettore meno esperto di addentrarsi con maggior consapevolezza dentro questi testi, la cui forza si rivela anche grazie a un certo inquadramento. È un invito che speriamo la casa editrice possa cogliere, per valorizzare ancora di più testi fondamentali della storia letteraria recente.


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L’ironia pungente e i dialoghi serrati sono la cifra stilistica di #IvyComptonBurnett, la “grande signorina” come la definiva bonariamente Arbasino. Forse è vero che ha scritto e riscritto lo stesso romanzo: le contraddizioni della società tardo vittoriana ed edoardiana, le crepe dietro l’apparenza di rispettabilità e, sopratutto, il dispotismo famigliare. Nel farlo, però, Compton-Burnett crea e ricrea ogni volta un mondo. Anche ne #IlCapofamiglia, quindi, la nostra @deboralambruschini ha ritrovato tematiche e spunti cari all’autrice, ma anche una materia letteraria più complessa di quanto si potrebbe a prima vista pensare. Non perdetevi domani sul sito la recensione! #CriticaLetteraria #book #bookstagram #booklover #bookblogger #bookreview #bookaddict #bookaholic #instabook #instalibri #libri #libridaleggere #women #fazieditore
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