domenica 23 febbraio 2020

Il Salotto - «L'abitudine è una droga, un veleno. Il viaggio è il suo miglior antidoto»: intervista a Nicola Lecca

Nicola Lecca mentre firma "Il treno di cristallo" ai suoi lettori
Uscito di recente per Mondadori, "Il treno di cristallo" è il nuovo romanzo di Nicola Lecca: un lungo viaggio attraverso l'Europa centrale e alla ricerca delle proprie radici per un protagonista diciottenne (ma molto più maturo della sua età). Se volete approfondire i temi del romanzo, qui trovate la recensione, ma prima approfittate dell'intervista all'autore per farvi incuriosire dai tanti temi, dalla passione di Nicola Lecca per i viaggi e dalla sua dedizione alla scrittura.


Il treno di cristallo è un titolo certamente evocativo: fragilità e sogno si mescolano alla realtà quotidiana del treno. Fragilità e sogno possono essere ritenute due componenti del romanzo? 
Il viaggio dall'Inghilterra a Zagabria a bordo de Il treno di cristallo aiuta a riscoprire se stessi attraverso la diversità degli altri per trasformare in forza le nostre debolezze. Ma è soprattutto un viaggio alla ricerca dell'amore incondizionato: quella rara e preziosa forma d'amore disposta ad accettarci per come siamo, senza "se" e senza "ma": con tutti i nostri difetti e le nostre storture, e senza più il continuo disagio di doverci sentire all'altezza. 

Anche in questo romanzo il tuo protagonista Aaron è un ragazzo, alla ricerca delle sue origini e della sua identità. Cosa significa per te raccontare il mondo di un adolescente? 
In un'epoca dominata dalla superficialità, dal narcisismo e dalle apparenze l'adolescenza si protrae, a volte, fino ai quarant'anni. Al contrario, Aaron, il protagonista de Il treno di cristallo, trova la forza di diventare uomo in fretta, incontrandosi col mondo: aprendosi all'altro da sé e rinunciando a vivere ipnotizzato da se stesso. 

Aaron affronta più esperienze durante il viaggio. A tuo parere, ci sono delle tappe fondamentali o degli ostacoli da superare per dirsi finalmente adulti? 
Semplicemente riscoprire se stessi attraverso la diversità degli altri. 

Viaggiare implica rischi, ma anche nuove scoperte, in grado di rompere con l’ordine e la routine. Cosa rappresenta il viaggio nel tuo romanzo? 
L'abitudine è una droga, un veleno. Il viaggio è il suo miglior antidoto. Risveglia e apre al confronto, senza il quale non può esserci crescita. 

E per te? 
Per me? Io sono un collezionista di città, uno scrittore nomade che ha visitato quasi 400 destinazioni. Direi che il viaggio è al centro della mia vita. 

Hai visitato tutte le città di cui parli nel libro. Puoi raccontarci qualche aneddoto che ti è capitato in viaggio? 
Ho ripercorso il viaggio del protagonista in dieci città europee e ho personalmente visitato i cento luoghi che compongono il romanzo: dalla storica gelateria Morelli di Broadstairs al leggendario Hotel Esplanade di Zagabria (dove ho perfino soggiornato): fino alla magica Galleria Lucerna di Praga. Di aneddoti ne avrei davvero tanti. Più che raccontarli, però, mi piace averli trasformati in arte. L'ho fatto per sei anni, con pazienza e con cura sartoriale cucendo le parole insieme ad una ad una. Forse per questo Il treno di cristallo è stato definito dallo psicologo Enrico Maria Secci «un distillato di parole ottenuto con la maestria di un profumiere». Un bel complimento. 

Nel romanzo affronti anche il tema degli amori virtuali e – senza fare spoiler – possiamo dire che in effetti dietro un nickname si possono celare molti segreti. Cosa ne pensi della tendenza di molti giovani di fare conoscenza dietro una chat? È un’opportunità, una trappola o…? 
Il mondo è pieno di trappole tese per trarre profitto dalle nostre solitudini. 

Sappiamo che anche tu, in ogni caso, sei molto presente online sui social come autore. Cosa ne pensi di questa possibilità di interagire con i tuoi lettori? 
Ho un rapporto diretto e personale con i miei lettori. Rispondo sempre a tutti. Ma ci sono periodi creativi in cui mi allontano dai social anche per tempi lunghissimi. Loro lo sanno e rispettano questa mia esigenza. 

Alla fine del libro, scopriamo che Il treno di cristallo ti ha richiesto sei anni di scrittura. Hai una routine di lavoro? 
La mia routine di lavoro si chiama spontaneità, che, però, paradossalmente, è regolata da molta disciplina: soprattutto nell'infinita fase di editing e di correzione. 

Per finire, una domanda al Nicola Lecca lettore: ci vuoi consigliare un romanzo uscito nell’ultimo anno che ti ha coinvolto molto? Cosa ti ha avvinto? 
Marinetti Majakowskij, 1925 i segreti di un incontro: lo ha scritto Gino Agnese, il biografo di Boccioni e Marinetti. Si tratta di un piccolo capolavoro. Un gioiello pubblicato da Rubettino.

Intervista a cura di GMGhioni