martedì 25 febbraio 2020

Il Salotto - Comunità, scrittura, ispirazione e un'America che viaggia a due velocità: intervista a Nickolas Butler

Di scrittura, miti letterari, personaggi e storie. Di piccole comunità, America rurale e ispirazione. Dopo aver letto Uomini di poca fede, l'ultimo romanzo di Nickolas Butler appena pubblicato in Italia per Marsilio, Debora Lambruschini ha fatto una lunga, piacevolissima, chiacchierata con l'autore, a qualche anno di distanza dalla prima intervista. Ne è emerso il ritratto di uno scrittore appassionato, curioso, in parte ancora sorpreso del successo internazionale e dell'interesse per le sue storie di provincia. Un confronto su questo ultimo lavoro, probabilmente il miglior Butler finora, che si apre a numerosi spunti di riflessione.


In occasione dell’uscita di Shotgun Lovesongs in Italia, avevamo avuto modo di fare una chiacchierata, nel corso della quale ricordo ti eri detto sorpreso per l’interesse dei lettori internazionali per le tue storie dal Wisconsin, riflettendo su quanto dovesse essere strano per un forestiero leggere di quei luoghi che per te sono semplicemente casa: oggi cosa ne pensi, è ancora così?
Sì, penso ancora che sia surreale essere tradotto e pubblicato all’estero. Ma ho anche capito che i temi dei miei libri sono temi universali: l’amore, l’amicizia, la lealtà. E i lettori da tutto il mondo sicuramente si riconoscono in queste tematiche senza tempo. E poi chi lo sa, magari i lettori sono semplicemente stanchi di sole storie da New York e Los Angeles.


Uomini di poca fede
di Nickolas Butler
Marsilio, 2020

pp. 271

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In questo tuo ultimo romanzo ho avuto l’impressione di una scrittura più scarna, in cui certo non mancano momenti di lirismo, ma in generale uno stile misurato, la parola che si fa essenziale, perfettamente in linea con il protagonista, Lyle, con il suo punto di vista sul mondo: come sei arrivato a questo tipo di scrittura?
Questa è davvero un’ottima osservazione e di sicuro vuol dire qualcosa. Quando pubblicai Shotgun Lovesongs, c’era il desiderio che i miei lettori sapessero che sapevo scrivere, che possedevo un certo fuoco creativo. Ora che ho pubblicato quattro libri credo di avere maggior confidenza con quelli che sono gli aspetti più importanti della storia, ossia trama e personaggi. Lo stile è importante, ma non deve mai sostituire o distrarre dalla trama essenziale.

La tua opera è stata paragonata a quella di Haruf, grande cantore dell’America rurale e dei suoi uomini: nel paragone, in cosa ti ritrovi e in cosa no?
Kent Haruf è uno dei miei miti, ma non sono ancora sicuro di essermi guadagnato quel tipo di confronto. Ho quarant’anni, ho ancora molto da scrivere e voglio solo migliorare e migliorare ancora. Per me non si tratta di riconoscimenti o confronti in questo momento della mia vita. Riguarda la mia carriera in dieci, venti, o anche trent’anni.

Sembra esserci un dualismo di fondo in questo romanzo, i personaggi stessi sono spesso rappresentati e interpretabili a coppie, in abbinamento/contrasto con un altro: Lyle e Peg, Lyle e Shiloh, Shiloh e Steven, Lyle e Isaac. È attraverso gli altri che vediamo e capiamo meglio noi stessi, i personaggi?
Sì, penso proprio di sì. Un modo per caratterizzarli è mostrando come un personaggio vede il loro mondo: le loro intime riflessioni, le loro osservazioni. Un altro modo è facendo interagire i personaggi fra loro. In questo libro volevo che Lyle si imbattesse costantemente in uno spettro di personaggi che rappresentavano differenti approcci alla fede o al credo.

A prima vista i personaggi femminili dei tuoi romanzi sembrano figure sullo sfondo; in realtà secondo me non è così, non nel senso che siano marginali: l’idea è che ti sia più congeniale scrivere di uomini, ma le donne che hanno accanto sono tratteggiate con pennellate precise e rimandano a un sistema e a un ruolo sociale fondamentale. Cosa ne pensi? Ti ispiri a modelli femminili specifici, reali o letterari?
Sicuramente sono molto ispirato da mia moglie, mia madre, mia figlia, le mie amicizie femminili, da artiste o scrittrici. Guarda, io sono un uomo, e spesso quello che faccio è esplorare la mia vita e le relazioni che conosco. Questo tende a significare che scrivo un po’ di più sugli uomini rispetto alle donne. Ma i miei libri sarebbero totalmente incompleti senza i personaggi femminili, totalmente sbilanciati.

Tra le cose che maggiormente ho apprezzato del romanzo, la capacità di spingere il lettore a confrontarsi con tematiche e spunti interessanti, porsi delle domande, a cui tu come autore non fornisci risposte, tantomeno i tuoi personaggi. Ne è esempio perfetto il finale, ma è una sensazione generale, che attraversa tutta la lettura: credi che il romanzo debba fornire una chiave di interpretazione sul mondo e orientare i lettori verso una certa visione o insinuare dubbi, spingere a mettere in discussione le proprie certezze, destabilizzare in qualche modo?
Credo che un romanzo sia una storia, prima di tutto, e dovrebbe essere popolata di personaggi che attirano il lettore. Credo che se l’autore ha abbastanza fiducia in sé stesso allora non dovrà preoccuparsi di altro; i loro interessi, i loro dubbi o il loro credo si diffonderanno attraverso tutto il panorama del libro e il lettore ne verrà influenzato in maniera sottile e questo credo sia il metodo più efficace. Più a lungo scrivo, più cerco di essere invisibile come scrittore.

Ecco, dubbi e certezze: ho avuto come l’impressione di uno sguardo molto più maturo rispetto ai tuoi lavori precedenti, su molte cose della vita. Mi spiego: è come se avessi abbandonato tutte le certezze e l’ingenua supponenza di quando si è giovani per rivelare al lettore che essere adulti è, appunto, non avere più tutte le risposte. Questa, almeno, è la mia visione; ti ritrovi in questa interpretazione?
Sono del tutto d’accordo con te. Quand’ero più giovane, mi interessavo a persone con una forte personalità, che urlavano al mondo la loro fiducia, le loro risposte. Oggi sono maggiormente attratto dalle persone tranquille, che non promettono risposte. Ho capito che come scrittore, se mi dedico di più all’ascolto, all’empatia, avrò accesso a ogni tipo di personaggio e potrò creare questi personaggi non stereotipati ma come persone autentiche, con emozioni complesse e un passato.

Uomini di poca fede trae ispirazione da una vicenda, una tragedia, reale e una delle tematiche centrali è sicuramente il rapporto con la fede, su cui rifletti tanto in termini di sentire privato, quanto in rapporto con fenomeni di fanatismo che talvolta sfociano in situazioni pericolose come quella descritta: come mai hai scelto di raccontare questa storia, interrogarti su un argomento che può rivelarsi scomodo e, non da ultimo, la situazione in cui si trovano Shiloh e Isaac è a tuo avviso un fenomeno rilevante in America?
La vicenda a cui mi sono ispirato è accaduta non lontano da dove vivo. È stato un fatto orribile che si poteva decisamente evitare. Una ragazzina di undici anni è morta di diabete perché i suoi genitori si limitavano a pregare per lei invece di portarla in ospedale dove sarebbe bastata una flebo a salvarla. È morta, sostanzialmente, per disidratazione. In generale questo caso mi ha disturbato, ma alla fine l’idea che una ragazza potesse pensare che stava morendo perché non credeva abbastanza profondamente in Dio o perché in qualche modo potesse aver fatto qualcosa di sbagliato agli occhi di Dio, mi ha fatto proprio inorridire. Più mi addentravo in queste storie di guarigione mediante la preghiera e la fede disseminate per tutti gli Stati Uniti, più mi sentivo turbato. Ho sentito che era qualcosa di cui dovevo scrivere. È un fenomeno frequente in America? Si, sicuramente. È diffuso? Non penso. Gruppi religiosi radicali sono da sempre parte del tessuto culturale americano, ma queste chiese devono nascondersi nell’ombra perché le loro attività spesso rasentano l’illegalità.

La piccola comunità, il piacere del lavoro, la vita delle persone comuni, il senso di appartenenza a un luogo da chiamare davvero casa: a questo dedichi sempre parole meravigliose, anche in questo romanzo. Una comunità che sa farsi intimamente partecipe delle gioie e dei dolori di ogni suo membro e che restituisce al lettore l’idea di uno sguardo d’autore benevolo sull’essere umano, su quelle vite ordinarie che la letteratura sa rendere straordinarie. Anche per questo le tue storie sembrano in un certo senso sospese nel tempo, reali e perfettamente inquadrate dal punto di vista dell’ambientazione, ma non per forza temporalmente definite. Come mai, se è davvero così, questa scelta?
È una domanda interessante, questa nozione di temporalità. Ho questa teoria, che l’America viaggi a due diverse velocità. Nelle grandi città ci sono flussi di massa, internet in 5G, commercio globale e politiche sociali progressiste che sembrano evolversi di mese in mese. Ma dove vivo io la vita è molto più lenta. La maggior parte dei miei vicini di casa coltiva la stessa terra dei loro antenati. Molti dei miei vicini coltivano il cibo nel proprio orto e vanno a caccia. A volte perdiamo la connessione internet per giorni. Le persone sono ancora legate alle loro chiese, ai bar di paese, alla campagna. Suppongo che per molti lettori leggere le mie storie sia come se stessi raccontando qualcosa accaduto negli anni Cinquanta o Settanta. Ma è davvero la realtà in cui vivo io. Qui il tempo rallenta, le priorità cambiano. Quando mi trovo in una grande città, spesso sono sopraffatto dalla quantità di persone, dall’immondizia, dalla tecnologia e dall’assenza di spazi verdi. Personalmente, le città che mi trovo a visitare è come se appartenessero a un futuro in cui non mi interessa vivere.

Passi dal romanzo alla short story: come sai quando una storia si svilupperà in una forma o in quell’alta? Lo decidi prima? In generale, puoi raccontarci qualcosa del tuo approccio alla scrittura?
Cerco sempre di fare quello che sento giusto per la storia che voglio raccontare. Qualche volta questo significa scrivere un romanzo, altre volte un racconto. Altre volte ancora una poesia o una sceneggiatura. Gran parte del mio approccio si basa sulla comprensione della trama e la conoscenza dei personaggi. Se comprendo questi due dettagli chiave tutto il resto va al posto giusto. Cerco solo di essere autentico, con me stesso e con i miei personaggi.

Intervista a cura di Debora Lambruschini 






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