giovedì 28 novembre 2019

#ScrittoriInAscolto - la solitudine del critico letterario secondo il professor Giulio Ferroni

Giorgio Patrizi, Raffaele Manica, Giulio Ferroni e Stefano Gallerani
La presentazione dell’ultimo saggio di Giulio Ferroni edito da Salerno Editrice (e di cui vi abbiamo parlato qui), La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, non poteva avvenire se non a Villa Altieri, una delle più prestigiose dimore storiche seicentesche di Roma, luogo che ospita la Biblioteca della Città Metropolitana, il Centro di Studi per la ricerca letteraria, linguistica e filologica “Pio Rajna”, la Biblioteca Storica Dantesca e una collezione archeologica allestita in un percorso espositivo multimediale ed interattivo. In una cornice che respira storia e cultura si è infatti tenuta quella che definirei più una tavola rotonda che la presentazione di un libro. Accanto al prof. Ferroni, storico della letteratura e nome conosciuto da migliaia di studenti in tutta Italia, sedevano infatti Stefano Gallerani, Raffaele Manica e Giorgio Patrizi, tutti corenti nell’obiettivo di presentare un volume, ma al tempo stesso di proporre l'interiorizzazione di ciò che quel volume ha suscitato loro, certi che in sole 78 pagine sia concentrato un efficacissimo distillato di sapere che aprirà a molte riflessioni sul futuro della critica letteraria in Italia.

Il primo a parlare è stato Stefano Gallerani. Del saggio di Ferroni è stato molto colpito dalla riflessione sulla condizione attuale e dell’approccio nei confronti della lettura e della critica letteraria nel mondo contemporaneo:
«Prima di arrivare a definire il suo concetto di solitudine, Giulio con una confidenza che solo una grande esperienza consente, riesce a sorvolare gli ultimi quarant’anni di critica letteraria, analizzando sviluppi, evoluzioni e involuzioni dei pensieri del Novecento, definito – non a caso – il secolo della critica. La critica letteraria è solitaria per due motivi: in primo luogo essa è l’essenza stessa, la naturale condizione del critico che ha bisogno di un isolamento per poter entrare in contatto con l’oggetto della sua analisi, cioè il libro. Ma il critico letterario è solo, soprattutto nel presente, per una condizione coatta, frutto dell’isolamento in cui è stata posta la critica militante». 
Villa Altieri
La riflessione continua poi affrontando il tema del capitalismo culturale, della condizione cioè del mondo intellettuale dei giorni nostri di possedere numerosissime piazze in cui è possibile fare “critica letteraria” senza però che una riesca a imporsi in autorità rispetto a un’altra. E causa di questo è l’istupidimento, il dumbing: questa moltiplicazione non ha creato dinamismo ma immobilismo. 
«Quando si parla di un libro, oggi, non si capisce mai se l’opinione detta da qualcuno sia stata pronunciata al bar, ascoltata su un autobus o scritta sul proprio profilo Facebook. Il lettore ha invece il diritto di sapere dove una posizione critica è stata pronunciata, altrimenti il ruolo stesso del pensiero viene svilito. I lettori vengono spiazzati e i critici, allora, isolati».
Con Raffaele Manica il dibattito continua sul tema della solitudine, sebbene il critico scelga una prospettiva più ampia nell’analizzare la comunità dei critici letterari.
«Prima di tutto vorrei citare un capitolo, anzi, un passaggio che ritengo davvero significativo all’interno de La solitudine del critico. Giulio ricorda infatti una delle lezioni di Debendetti, che tra l’altro ha tardivamente apprezzato (così come lo stesso Debendetti disse più volte, dato che l’alloro del critico è il più tardivo a essere consegnato). Così nel dibattito sulla critica entra anche il peso dell’autobiografia, che ritengo che in un momento di discussione del genere abbia un peso e un’intensità fondamentali».
E parlare di comunità significa, necessariamente, tornare a parlare di presente e dello stato di salute della letteratura e della scrittura oggi. Manica delinea uno scenario triste, ma violento nella sua verità: nel 2019 è cosa rara trovare due persone che leggono lo stesso libro nello stesso momento. 
«Un tempo si aveva come la sensazione di respirare un’atmosfera culturale continua. Per strada, nelle librerie, tutti leggevano gli stessi libri e quindi non trascorreva molto tempo prima che iniziassero dei dibattiti culturali. Adesso questo non succede più. E poi ci sorprendiamo se i critici sono soli. Inoltre, mi trovo d’accordo con quanto detto da Gallerani qualche minuto fa: il critico è per sua natura isolato. Lo diceva già Roberto Longhi: è la mutezza delle opere a rendere i critici soli».
A concludere le impressioni sul saggio di Ferroni giunge la riflessione di Giorgio Patrizi che si concentra primariamente sull’organizzazione dei materiali interni al libro e giunge a definire il testo un «pamphlet dall’elemento polemico soft e molto frenato», seppur giunga nei capitoli finali a un vero e proprio senso di smarrimento: 
«La vera tematica innovativa di Giulio è parlare dell’elemento etico in critica letteraria mettendolo in relazione all’ecologia. Non basta più chiamare in causa la semiotica (con cui Ferroni è spesso andato in polemica pur rispettando profondamente il lavoro di Cesare Segre), le neuroscienze, i cultural studies o le geocritiche. Oggi bisogna parlare di ecologia anche in letteratura. E per chiudere vorrei spendere due parole sul concetto di solitudine, tema centrale del libello: sì, è vero, noi critici siamo soli, ma poiché abbiamo lavorato tutti sulle stesse basi letterarie mi piace pensarla come Roland Barthes che immagina gli studiosi come una consorteria di amici, di sodali».
La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere
di Giulio Ferroni
Salerno Editrice, 2019
pp. 79, 8,90€

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Proprio ringraziando i suoi sodali, infine, giunge l’attesissimo intervento del prof. Ferroni, in grado come pochi di imporre la sua autorità intellettuale con la grandezza e il garbo che solo i grandi studiosi riescono a trasmettere. Suo, a mio parere, lo spunto più interessante di tutto l’incontro. Dopo aver scherzato sull’inganno della brevità in cui è stato incastrato per la scrittura di questo saggio (l’editore Enrico Malato, ideatore della collana Astrolabio di cui La solitudine del critico fa parte, gli aveva imposto un falso limite di centomila battute), sebbene oggi sia davvero importante non incorrere in emorragie di parole nei testi critici, Ferroni chiosa sul fenomeno dei book influencer, vero stadio finale dell'esautoramento della critica: 
«Per me l’influenza è un’altra cosa, ha che a fare con la medicina e alla mia età si combatte con i vaccini. Parlare di un testo in chiave critica non significa voler direzionare l’opinione altrui e spingerne all’acquisto. Parlare criticamente significa mettere in rilievo la prospettiva che ci ha convinto e sui cui vogliamo riflettere. Ecco perché in un certo senso mi sento di contraddire Roberto Longhi: per me i testi non sono mai completamente muti. La grande letteratura dovrebbe essere in grado di aprirci uno spazio su ciò che non abbiamo e scoprire qualcosa di nuovo di noi stessi. La poesia e la letteratura sono in grado di metterci davanti agli occhi qualcosa che non riusciamo a raggiungere in autonomia: le opere ci fanno affacciare su qualcosa che a noi manca come soggetti e alla società in quanto collettività. Per salvare il mondo bisogna partecipare alla letteratura perché le parole vanno al di là del consumo presente».
Federica Privitera