giovedì 28 novembre 2019

#CriticARTe - Sulla via dei "nuovi mondi" di Photolux 2019


Photolux 2019
Mondi. New Worlds

Lucca, 16 novembre - 8 dicembre;
biglietto intero   22,00; 
ridotto € 19,00.





©Abbas/Magnum Photo
La spedizione a Photolux, Biennale Internazionale di Fotografia ospitata dalla bella città di Lucca, è sempre un avvenimento atteso, e sempre una garanzia. Quattro anni e tre rassegne, iniziate sempre con il World Press Photo, una raccolta degli scatti vincitori del concorso annuale (attualmente il 62°), divisi per sezioni tematiche (dall’ambiente allo sport, dai ritratti all’attualità). Una mostra, questa, che risulta particolarmente adatta come esordio per l'edizione del 2019, dedicata proprio ai Mondi. New Worlds. La forza delle immagini, valorizzata dall’ambientazione ariosa ma imponente della Chiesa di San Cristoforo, apre infatti innumerevoli finestre sul reale, grazie a un eccellente apparato didascalico e alla forte cifra di narratività che aiuta l’immersione del pubblico. Per me, che mi presento ogni volta con tutto l’entusiasmo della neofita, è rassicurante ritrovare forme consuete, concretizzate in foto di altissimo livello che mi preparano a quella che sarà l’esperienza diffusa dei due giorni che mi attendono. Il tema prescelto per quest’anno (dopo i precedenti Sacro e profano qui la recensione – e Mediterraneo ­qui la recensione) mi trovava però sospettosa: troppo ampio e variamente declinabile, poteva rivelarsi un boomerang, o un calderone in cui lasciar spazio all’entropia. 
© Dario Mitidieri
Ho trovato invece una nettissima cifra di unitarietà tra le esposizioni, un filo conduttore d’acciaio costituito dalla storia contemporanea: i mondi sono infatti quelli che si spalancano dopo ogni rivoluzione, dopo ogni tentativo dell’uomo di stravolgere la propria condizione, di elevarsi a miglior stato, di raggiungere obiettivi prima impensati. Nuovi mondi derivano dalla distruzione, o dal rovesciamento, di mondi vecchi e ormai stantii, di situazioni incancrenite. Le nuove realtà possono comportare un effettivo avanzamento o rivelarsi illusioni tragiche, certo però che dopo il punto di rottura, o il salto compiuto, è impossibile tornare indietro. 
Foto di LiberaEspressione
Questo ci vuole ricordare una delle mostre di punta del Festival: 2:56 AM. To the Moon and Back, collettanea che celebra l’anniversario dell’allunaggio attraverso contributi di diversa natura: dai materiali tecnico-scientifici forniti dalla NASA a riprese artistiche, prodotti commerciali e pubblicitari che dimostrano quanto l’evento abbia condizionato l’immaginario comune, riflessioni sul tema dello spazio o dello spaesamento, dell’alienazione e dell’esplorazione. C’è chi, come Antonio Biasiucci, ci riporta dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo ritrovando forme celesti nel ciclo di produzione delle mozzarelle di bufala, o accostando a riprodurre il suolo lunare pani e… crani, ridotti inaspettatamente a forme primigenie e universali. Chi invece utilizza gli astronauti calati nella quotidianità per riflettere sul tema dello straniamento e della diversità. La mostra rivela il suo carattere innovativo anche per la presenza dello staff attento di LiberaEspressione, associazione culturale che si occupa di offrire un accesso all'arte autonomo ai soggetti con disabilità, ma anche a chi abbia voglia di fare un’esperienza diversa dei contenuti esposti. Grazie a un particolare tipo di stampa in rilievo, che riproduce con consistenze diverse diverse superfici, guidata da mani sapienti, anche io ho potuto esplorare la superficie lunare con le dita, percepire le forme sfruttando sensi altri rispetto a quelli consueti.
Riemersa da una visita ricca di spunti, proseguo la mia esplorazione avviandomi verso il Palazzo Ducale che, insieme all’Ex-Cavallerizza, contiene un numero cospicuo di mostre. È tra questi due poli di attrazione che si dividono le fotografie che più mi interessano, almeno in base a una selezione preliminare basata sulla lettura dei materiali informativi: la raccolta di immagini di Magnum, dalla rivolta in Ungheria del 1956 al presente, la monografica di Abbas sulla rivoluzione iraniana, le riflessioni di Markov e Delbrouck rispettivamente sulla società russa e quella cubana contemporanee (a Palazzo Ducale); La notte più lunga di Dario Mitidieri sulla rivolta di piazza Tienanmen e le due serie di scatti dedicate alla Berlino divisa e alla caduta del Muro, rispettivamente di Udo Hesse e Stéphane Duroy (alla Ex-Cavallerizza). C’è qualcosa in comune tra tutte queste esposizioni, nessuna delle quali tradisce le aspettative: l’intensità di immagini che riemergono da un passato ancora prossimo e che parlano con voce tonante al nostro presente, per richiamarci alla consapevolezza, all’attenzione. Il bianco e nero quasi pervasivo contribuisce ad accrescere la drammaticità di momenti storici determinanti per il contemporaneo e che pure troppo spesso si trovano sull’orlo dell’oblio, riesumati soltanto in occasioni di ricorrenze e celebrazioni commemorative. I fotografi si muovono in prima linea, spinti dal desiderio cronachistico e didascalico prima che da quello di creare simboli, ma di fatto riescono a farlo cristallizzando nel tempo attimi epici, assoluti. La loro narrazione, pur mantenendosi ancorata al fatto storico descritto, può così attraversare il tempo e le barriere (Udo Hesse, che abbiamo incontrato in occasione di una visita guidata da lui tenuta nel main weekend di Photolux, le ha attraversate anche fisicamente, come molti altri, per riportare alla luce verità poco note, nascoste dietro ostacoli al tempo invalicabili). 

In parte differenti dagli altri risultano Markov e Delbrouck, che portano nei loro scatti una voce giovane e originale, che contrasta, ma al tempo stesso trae slancio dal fatto di essere inserita nella cornice classicheggiante degli affreschi di Palazzo Ducale. Markov, in particolare, si fa portavoce di una riflessione sulla fotografia al tempo dei nuovi media. Questo giovane artista è infatti diventato un caso su Instagram: le sue immagini, tutte pubblicate anche sul social e quindi rese totalmente disponibili, mantengono anche nella sede espositiva il formato quadrato, che rimanda all’istantaneità e dona grande vividezza agli scatti, scorci su un presente che risulta attualissimo eppure al tempo stesso surreale, onirico. Nella serie #Draft, si avverte forte la volontà di dare dignità agli emarginati, agli esclusi della società russa che lui immortala e condivide con il mondo, fornendoci in questo anche un pieno accesso alla portata del suo sguardo. 

Sempre valide, infine, sono le scelte fatte per Villa Bottini, dove anche in passato hanno avuto luogo alcune delle monografiche più interessanti (si pensi solo a quella di Joel-Peter Witkin del 2015). Quest’anno, il focus è su Romano Cagnoni, morto da poco e qui debitamente celebrato. Fin dal pannello introduttivo, Cagnoni si qualifica come un naturalista dei nostri tempi, votato al suo desiderio di riportare all’occidente la verità del resto del mondo:
la migliore fotografia per me è un documento umano di impatto visivo. Documento nel senso che si relaziona all’esistenza. Umano perché racconta lo stato d’animo del prossimo. E tutto questo deve avere un impatto visivo che lo renda memorabile.
Romano Cagnoni, Biafra, 1968; © Romano Cagnoni
Le sue immagini dal Vietnam, dal sud America, dalla Romania, ci trasportano con lui in prima linea, oltre i confini, attenti a cogliere il dettaglio insignificante in cui si possa nascondere un senso da riportare a casa (un senso che spesso non si trova, o quantomeno non viene reso immediatamente accessibile allo spettatore, che deve interrogarsi personalmente senza sperare in risposte preconfezionate). Le foto dal Biafra, poi, restano qualcosa che non si può dire. In questa raccolta di immagini di Cagnoni si rivela il messaggio, il valore più pieno dell’edizione di quest’anno, ma è bene non fermarsi al piano rialzato e scendere nel seminterrato.
Nelle foto di Emanuela Colombo e Andrej Vasilenko, che ci accompagnano rispettivamente tra le periferie urbane di Brazilka (Lituania) e Bauvais, osserviamo una riflessione sulla città che cambia, sulle trasformazioni architettoniche come specchio di mutamenti antropologici e sociali. Jean-Michel André indaga invece il concetto di confine, di limite, inteso in senso sia reale che simbolico nella sua Borders. Lo fa accostando immagini frammentarie, senza datazione né didascalie, al fine dar spazio allo spettatore e di proiettarlo in un'indagine interiore che lo proietti in un oltre, un al di là: 
"È molto importante per me che gli spazi che mostro siano incerti, non identificabili geograficamente, immortalati nella tensione tra sbiadimento e permanenza. [...] Desidero far precipitare la cronologia dentro quella stessa vertigine, perché lo sguardo si concentri solo sulla sottile linea tracciata tra memoria, oblio e proiezioni".
Ogni autore è presente con la sua voce, adeguatamente messa in rilievo da un allestimento sempre puntuale, e Photolux 2019 diventa, come nelle edizioni precedenti, un luogo di scoperta e indagine, del mondo, ma anche di sé, attraverso le risonanze che ogni scatto suscita in chi lo guarda. Grazie alla diffusione sul territorio, all’integrazione col tessuto cittadino che non ci stancheremo mai di elogiare, il Festival anche quest’anno diventa un viaggio – in questo caso una vera e propria esplorazione alla ricerca dei nuovi mondi che promette e fa trovare.

Carolina Pernigo