venerdì 28 dicembre 2018

Invito alla lettura - "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini: un classico senza tempo su Roma e i suoi mille volti

Ragazzi di vita
di Pier Paolo Pasolini
Garzanti, 2005
(prima edizione: Garzanti, 1955)

pp. 254
€ 12 (cartaceo)
€ 5,49 (e-book)

Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s'era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare (p. 7).
Pier Paolo Pasolini è uno di quegli autori le cui numerose opere letterarie e cinematografiche giacciono nella mia personale lista dei libri e dei film che prima o poi leggerò e vedrò, ma è stato solo quando il mese scorso il mio Club di lettura ha votato Ragazzi di vita (Garzanti, 2005, prima edizione: Garzanti, 1955) che mi sono decisa a sfogliare alcune delle pagine di questo romanzo entrato di diritto tra i "classici", e il risultato mi ha sorpresa.
Edito da Garzanti nel 1955, questo romanzo corale è ambientato nelle borgate della Roma del secondo dopoguerra e narra le vicende di un gruppo di ragazzini parte del sottoproletariato urbano (su tutti spicca il Riccetto) che vivono alla giornata, inventando degli espedienti per racimolare soldi e sciamando da una parte all'altra della città, mentre al centro di tutte le vicende il lettore assiste al lento scorrere del fiume Tevere, che entra di diritto a far parte dei personaggi di questa storia.
La gestazione di Ragazzi di vita fu piuttosto travagliata: primo romanzo di Pasolini, esso fu il frutto delle impressioni che lo scrittore ricevette dalla periferia della Capitale, che lasciarono un segno tangibile e profondo in tutta la sua successiva attività letteraria e cinematografica.

Nel 1950, infatti, in seguito ad un'accusa di corruzione di minorenni, che gli valse anche l'espulsione dal P.C.I., Pasolini fu costretto a lasciare il paese friulano di Casarsa della Delizia e a trasferirsi con la madre a Roma. Se il primo impatto con la città non fu dei più felici, ben presto lo scrittore trovò del "materiale" per le sue opere in quei ragazzi del sottoproletariato romano che vennero ben presto elevati a protagonisti del suo primo libro e di molte altri lavori che seguiranno a motivo della vitalità di questi giovani, di una ingenuità mascherata dietro alle violenze, alla miseria, ma ancora incorrotta e lontana dall'ipocrisia borghese.
Alvaro, imitato da Rocco, fu preso da uno scoppio di ilarità, che si dovette sedere sullo scalino sganassando e per poco non si rotolò per terra. Il Riccetto aspettò un poco, divertito, che gli passasse, poi lo prese con due dita per il colletto della camicia e gli fece: "Viè qqua" (p. 41).
Ciò che immediatamente colpisce l'attenzione del lettore è la notevole padronanza del dialetto romano (risultato anche dell'aiuto da parte dell'amico e attore Franco Citti) e l'abilità di Pasolini nel descrivere così bene delle situazioni e dei gesti tipici della "romanità" e del tutto estranei, normalmente, ad un autore nato a Bologna e cresciuto nei nel Friuli Venezia Giulia. Alcuni dei vocaboli gergali adoperati nel corso della storia sono addirittura caduti in disuso, perciò la loro comprensione è agevolata da un piccolo glossario in chiusura del libro curato dallo stesso autore.
Quest'uso della "romanità", però, non deve trarre in inganno, perché Pier Paolo Pasolini fu anzitutto un grande autore di opere in friulano e di traduzioni dal greco e dal latino: la scrittura dialettale costituisce solo l'ennesima prova di quanto fosse cangiante la sua cifra stilistica.
"An vedi questo", gli rispose vibrante Marcello, stendendo verso di lui la mano aperta, come aveva fatto poco prima Giggetto con loro, "perché nun ce vai te?" (p. 24).
Ragazzi di vita è un romanzo corale, costruito senza una trama vera e propria, ma ideato come se fosse un affresco composto da varie "scene" grazie ad una struttura ad episodi dotati ciascuno di una propria autonomia, che potrebbero essere oggetto di un approfondito studio antropologico.

Un altro dei tanti aspetti che colpisce il lettore che non ha vissuto negli anni narrati da Pasolini e che non ne ha memoria diretta, è sicuramente il ritrovare nelle situazioni, nelle scene descritte, le parole e le storie narrate dai propri nonni o dai genitori, o magari lette nei libri di storia. Emblematico, in tal senso, è leggere che più famiglie vivevano nella stessa casa, o addirittura nella medesima stanza:
E poi come fanno due famiglie complete, con quattro figli una e sei l'altra, a stare tutte in due sole camere, strette, piccole, e senza nemmeno il gabinetto, ch'era giù abbasso in mezzo al cortile del lotto? In questo sistema di vita, da più d'un anno a quella parte, s'era trovato il Riccetto dopo la disgrazia delle Scuole, da quando era andato a abitare a Tiburtino, lì dai parenti suoi (p. 65).
Ragazzi di vita non è un libro facile da decifrare e, soprattutto, da metabolizzare a causa delle scene e delle situazioni che vedono protagonisti il Riccetto e gli altri componenti della sua "banda", ma è un testo preziosissimo per l'umanità che restituisce, per le abitudini, per le usanze che paiono del tutto avulse dal nostro modo di pensare e lontanissime dal nostro tempo, ma che in realtà vengono rese con uno sguardo vivido e intenso.

Pier Paolo Pasolini è uno di quegli artisti, di quegli intellettuali che dovrebbero tornare ad essere studiati sui banchi di scuola perché l'influenza delle sue opere si percepisce ancora tangibilmente in mezzo a noi: dallo sguardo negativo e pessimista nei confronti del consumismo e del materialismo al disprezzo per una classe politica rea di non interessarsi ad alcune fasce della popolazione, tutto in Pasolini è di un'attualità che colpisce e fa riflettere.
Gli operai che stavano facendo i buchi per le fogne lungo via Casal dei Pazzi, perché s'era in tempo d'elezioni (p. 162).
C'è tutto questo e molto altro in Pasolini, c'è l'eco di una frase di un'altra grandissima giornalista e scrittrice, Oriana Fallaci, che una volta scrisse: "Tutto cambia e resta uguale".

Ilaria Pocaforza