venerdì 28 dicembre 2018

Tra ghiaccio e ricordi. L'odissea di due vite galleggianti.

La casa in mezzo al mare
di Miquel Reina
Editrice Nord, 2018


Titolo originale: Luces en el mar

Traduzione dallo spagnolo di Camilla Falsetti


pp. 310

€ 16,90 (cartaceo)
€ 8,99 (formato Kindle)



In una casa abbarbicata su uno scoglio due anziani coniugi hanno impacchettato tutte le loro cose, abiti, suppellettili, piatti, bicchieri, posate, libri, piccole navi in bottiglia, mobili, quadri. E soprattutto ricordi. Di una vita che con loro è stata cattiva, privandoli della cosa a cui tenevano di più al mondo, il loro unico figlio. Hanno stipato tutto dentro tanti scatoloni perché l'indomani dovranno chiudere la porta e abbandonare per sempre quella casa che per anni ha custodito il loro dolore, i loro giorni sempre uguali alla ricerca di una normalità di facciata, che dentro nascondeva un turbine di tormenti. Sì, dovranno andarsene in una specie di casa di riposo, l'ha detto il sindaco e, soprattutto, l'ha intimato l'ordinanza di sfratto che hanno ricevuto perché quella casa non è sicura, è stata costruita troppo vicino all'acqua, su uno sperone roccioso, spesso ha traballato in mezzo alle tempeste, trattenuta soltanto da solidi tiranti d'acciaio piantati dall'uomo. Una costruzione in bilico sul mare, quasi fosse sempre sul punto di lasciare la terra e di partire.
Cosa che farà in quell'ultima notte di tempesta, nel cielo, nel mare e nel cuore: un fulmine più forte del solito si abbatte sul promontorio e lo spezza in due, fendendo letteralmente il terreno. Lentamente, attaccata al suo lembo di roccia (galleggiante perché è roccia vulcanica), la casa prende il largo e sparisce. Se ne va nel mare in tempesta. Come una barca.

Questo, in realtà, era il suo destino. Harold e Mary Rose Grapes, trent'anni prima, l'avevano promesso al loro piccolo Dylan che sarebbero partiti per il mondo, lasciandosi tutto alle spalle, vivendo su una grande barca, che Harold, al cantiere, stava già costruendo, mentre Dylan gli zampettava intorno felice, aiutandolo come potevano le sue mani di bambino. Se non che, una sera, proprio di ritorno dal cantiere, una tremenda tempesta li colse e il mare si prese per sempre il piccolo.
La barca non venne mai finita. Il suo albero maestro divenne il pilastro portante della casa che Harold costruì sul promontorio. Fermando così nella roccia il viaggio della barca e tutti i loro sogni.
Questo è il prologo e questa è l'atmosfera del romanzo di Miquel Reina, "La casa in mezzo al mare" che da quel momento in poi, da quando la tempesta spezza l'ultimo tirante che tiene attaccata la casa alla terraferma, si trasforma in un racconto di viaggio. Il viaggio strano, di una casa tra le onde.
Inutile pretendere realismo da questa storia. Reina chiede al lettore di credere. Credere che la casa galleggi, credere che i due anziani non muoiano di freddo e di fame, credere che tutte le disavventure possano andare a buon fine. Realtà e fantasia, vero e verosimile (ma anche il suo contrario) si intrecciano e si fondono nella narrazione. La stessa ambientazione è, in un certo senso, "mitologica". Già il luogo d'origine, San Remo de Mar, evoca caldi mari iberici e onde mediterranee. Tutt'altro, la casa si trova nel bel mezzo di un mare artico, tra tempeste gelate e ghiacci da Polo Nord. Il resoconto, molto lungo, forse troppo, delle disavventure che durante questa "strana" navigazione capitano ai due anziani è in gran parte inverosimile e molto calcato: sembra che nulla fili per il verso giusto, ogni piccola azione intrapresa per la sopravvivenza porta a un fallimento, a una caduta nell'acqua, a ferite, a rotture (se la situazione non fosse così tragica sembrerebbe la sceneggiatura di un episodio di "Oggi le comiche"). Finché un prodigio del cielo, l'aurora boreale, trova i due anziani abbracciati e stupefatti.
Poi il racconto prende un'altra piega con l'arrivo della casa in una landa sconosciuta, abitata da una popolazione quasi ancestrale, nomade, che vive in tende mobili con pochissimi oggetti. E l'incontro, inizialmente teso e problematico, con questa civiltà che sa fare a meno di tante cose, privilegiando così gli aspetti essenziali della vita, come i sentimenti, farà capire ai Grapes il senso del loro viaggio. La loro missione, che era quella di recuperare i sogni e di viverli, di percepire la presenza dell'altro come un atto d'amore, abbandonando rancori latenti, chiusi dentro la pietra che ha avvolto i loro cuori.
Mary Rose sentì che il dolore di Harold iniziava a trascinare anche lei verso un luogo in cui non voleva tornare e che si era sforzata di tenere nascosto nell'ombra. (p. 39)
In sintesi, si tratta di una favola. Sulla necessità di comprendersi e di amarsi, sulla forza che è necessaria per superare le tragedie che la vita ti mette di fronte, sul dovere di cancellare dal proprio cuore tracce di rancore e incomprensioni. Ne sa qualcosa Mary Rose che, in fondo all'animo, ma schiacciato e coperto dal peso del tempo, fin quasi a dimenticarsene, ha covato risentimento nei confronti del marito che non è riuscito a sottrarre il piccolo Dylan all'abbraccio ingordo e immondo del mare. Se ne ricorderà in questo viaggio nella terra dei ghiacci mentre assisterà una madre colpita allo stesso modo da una tragedia come la sua.
Un libro quindi pieno di buoni sentimenti, quasi didascalico nel mostrare la retta via. Che, come nella tradizione della favola, si palesa dopo molte traversie, dopo aver superato innumerevoli ostacoli, dopo aver attraversato il buio dello sconforto e il gelo del cuore. Che qui vengono plasticamente rappresentati dalle notti di mare tempestoso e dai ghiacci perenni.
Ma è anche un libro a suo modo complicato non solo per il continuo travaso della realtà nell'inverosimiglianza. Ma anche dal punto di vista emozionale: costringendo a confrontarsi con un dolore profondo e infinito, come è quello di due anziani coniugi che hanno vissuto un'intera vita nel ricordo del figlio, il romanzo mette il lettore di fronte a diversi spunti di riflessione, primo fra tutti il dubbio amletico se sia giusto tralasciare i sogni e vivere la vita che ci è stata assegnata (o che ci sembra stata assegnata) o se invece vale la pena di trovare la forza di buttare tutto sottosopra, liberarsi delle sovrastrutture e tornare al nocciolo della vita, il sogno.
Guardarono di nuovo l'albero maestro e sorrisero perché si resero conto che quella non era più una casa, ma una barca. Alla fine, nonostante le rughe e tutti gli anni persi, proprio adesso, in quel momento, avevano superato ogni cosa e realizzato il sogno di tutta una vita. (p. 305)
Chi ama le favole apprezzerà sicuramente questa storia, questa piccola "odissea" a bordo di una casa. L'archetipo mitologico d'altra parte è sempre quello, il viaggio per mare, l'incontro con popoli diversi, gli ostacoli da superare, i pericoli da schivare, il sole che arriva su un giorno nuovo. Qui si aggiunge il percorso dell'anima che da una condizione di gelo e di "morte apparente" torna a scaldarsi al fuoco dell'umanità.

Rosatea Poli



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