mercoledì 26 dicembre 2018

Myss Keta. "Una donna che conta" spiegata ai lettori forti


UNA DONNA CHE CONTA
di Myss Keta
Rizzoli Lizard, 2018 (prima ed.)

pp. 160
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)



Se lo sguardo in copertina dell’opera “UNA DONNA CHE CONTA” (di seguito in minuscolo) edito da Rizzoli Lizard, scruti il lettore, non posso dirlo. Potrebbe essere diretto più lontano, scrutare di lato: un paio di occhiali da sole ne occulta qualsiasi intenzione. Più sotto, il naso, la bocca e il mento sono vestiti della solita mascherina che ha reso iconica l’artista: un ricamo da cui appena si rilevano le forme. La frangetta ne dissimula parte della fronte, così che soltanto lievi porzioni del viso si esibiscano al pubblico. Tranne che per i capelli che raggiungono il centro della schiena e almeno per quanto lascia osservare il mezzobusto, gli occhiali e la mascherina sono gli unici abiti che si concede. L’ostentazione velata e il velamento dell’esibizione: con l’inedia del paradosso si potrebbe descrivere lo “spettacolo di donna” (com’ella stessa si definisce a più riprese) che ha per nome Myss Keta.

Come permettere a un lettore forte, distraendolo dalla pratica di annusare libri cartacei (la quale sostituisce a volte l’impresa stessa della lettura), di varcare la soglia dell’immaginario di Myss Keta? Sì che non si presenta per nulla repulsivo, anzi: è un continuo invito a lasciarsi travolgere dalla stroboscopia di una realtà spettacolare e spettacolarizzata.

Provo una descrizione empirica del fenomeno Myss Keta. Per chi avesse compiuto a ragione opera di annientamento mnemonico, il 2014 ha celebrato una (per quanto illusoria) convalescenza dal ventennio berlusconiano. Quella figura che tanto aveva inciso nella “testa” degli italiani (per citare Nanni Moretti da “Il Caimano”) era ormai relegata all’ombra del proprio elettorato: il Patto del Nazareno aveva trasferito il testimone del personalismo tra le braccia di Matteo Renzi. Il 13 ottobre, come da descrizione del videoclip, una scarica di bassi anticipa il testo di un brano che potrebbe far da compendio ai posteri per l’intervallo temporale di cui il 1994 è stato esordio: “Milano Sushi & Coca”. In appena tre minuti vi è descritta con l’acuta lucidità del discorso diretto l’intero cosmo berlusconiano, la mondanità infiltrata sin dentro la vita politica, pur da quella provenendo; una passeggiata sulfurea tra luoghi-feticcio e inedite tradizioni.

Singolare che il 2018 abbia proposto invece una riflessione su quell’epoca, quasi osservandola in un mancata appartenenza, già relegandola ai manuali di storia, all’archeologia. “Loro” di Paolo Sorrentino, debordante come le figure che ingombrano la scena, vivifica l’ultima legislatura di Berlusconi fabbricandogli un privato su misura: da una parte l’imprenditore tarantino Sergio Morra ascende-decade nell’ambizione alla mondanità, dall’altra il venditore di Milano si moltiplica, si ritira, valuta strategie private e politiche, sempre braccato dall’incombere del decadimento.

Ciò che di inaccorto sembra avanzare la pellicola è una certa scrittura delle figure che occuparono le prime pagine tanto dei rotocalchi quanto dei quotidiani generalisti: le olgettine. Un’orda di ragazzine anonime, perdute nel sibilo di un “àmo” in sostituzione del nome-di-battesimo, recluse alla sola concupiscenza economica e di fatto, private di identità. Myss Keta, loro li descrive dal pulpito di quell’ambizione tanto comunitaria quanto particolare, atomizzata. Perduta nella notte milanese, si appropria della lingua, degli inviti: non per soggiogamento a qualsivoglia potere – sia pur eterosessuale o anche solo politico – piuttosto per governo di uno “spirito dei tempi” che gratifica gli ambiziosi, i più ambiziosi. È il tema che sottende a ogni suo brano, il proposito che trova in ogni fine particolare, non una discolpa, bensì una possibilità per il mezzo. Si può essere ciò che si vuole, a patto di essere i migliori. Molto più simile a una figura da romanzo di Michel Houellebecq; solo, lei possiede facoltà della prima persona. Coincide con la propria voce.

Da “Milano Sushi & Coca”, confluito in “L’ANGELO DALL’OCCHIALE DA SERA”, Myss Keta ha registrato un secondo album per “La Tempesta”, tra le prime etichette di musica indipendente: “UNA VITA IN CAPSLOCK”. Ambizione-esibizione-frustrazione, lucidissimo prisma. “Oggi la vita è dura per una donna che conta”, registra l’autrice nel brano eponimo del romanzo, un turbinio di predatori sessuali la cui liberazione è perseguibile soltanto nell’efficacia dello stacanovismo: il capitalismo liberista lavora per accumulo. Di denaro, di partner, di carne.

“Una donna che conta”, al quale «per becere ragioni commerciali non è stato possibile applicare a tutti i caratteri […] l’utilizzo del maiuscolo» (p. 9), è allora la biografia di una donna che esibisce con sé l’insegna dell’opulenza: dall’abito di solo prosciutto crudo (carne su carne) alla massima “vivi ogni giorno come se fosse Capodanno a Courmayeur”. Tutt’intorno, il fiorente mercato spettacolar-politico, gremito di presentatori, onorevoli, direttori di casting, la sulfurea figura che ha nome di Gabibbo. Il “sogno milanese”.
Ho deciso di urlare ciò che sono, fiera dello spettacolo di donna che vedo riflessa in questo bicchiere di prosecco quasi vuoto, fiera di tutto ciò che ho fatto per arrivare fin qui. (p. 145) 
Un vero romanzo, anzitutto: ascesa, caduta, aiutanti – l’intero “viaggio dell’eroe”. Ma l’eroina coincide con il proprio tempo, relegando l’avversario alla semplice alterità. Pure, un romanzo comico: come altrimenti descrivere un ventennio che si è esaurito nell’avvento di un partito a guida di un autore satirico? Dal Salone Margherita alle inchieste de Le Iene, dall’ostentazione della libertà-di-satira agli editoriali di Marco Travaglio. Il comico fluisce, insinua, nondimeno è assimilato per le proprie virtù. Contro una letteratura che troppo spesso si rifugia al caldo della Storia perché incapace di uno sguardo al presente, o peggio per innestare analogie tra un’epoca e un’altra (fascismi eterni, barbarismi perpetui), “Una donna che conta” di Myss Keta è il romanzo italiano più lucido degli ultimi anni.



Antonio Iannone