lunedì 24 dicembre 2018

#CritiCINEMA: «Il cinema è il mito che si fonde con una favola» - conversazione con Sergio Leone

C'era una volta il cinema – i miei film, la mia vita
di Sergio Leone, a cura di Noël Simsolo
traduzione di Massimiliano Matteri
Milano, Il Saggiatore, 2018

pp. 225
€ 24,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)


 «Il cinema è il mito che si fonde con una favola» (p. 123)
C'era una volta il cinema, uscito lo scorso ottobre per i tipi de Il Saggiatore è una lunga e appassionante cavalcata con Sergio Leone attraverso i set della sua vita: una paziente passeggiata lungo gli scenari che ne hanno calibrato le scelte stilistiche e una rassegna degli eventi più importanti della sua carriera. Si comincia dai piccoli e timidi incarichi da assistente alla regia fino all'osannazione mondiale regalatagli dall'ormai leggendaria “trilogia del dollaro”.
Quando viene pronunciato il suo nome, che sia un attore alle prime armi a dichiarare i suoi miti o un regista affermato che svela le sue ispirazioni principali, è immediata e automatica la venerazione che suscita, in una afflato quasi mistico che ha consegnato la sua figura alla storia del cinema. Sergio Leone, uno degli indiscussi maestri del genere western, racconta la sua vita, partendo dalle origini familiari e arrivando fino ai progetti futuri.

Simsolo, il curatore dell'opera, era un caro amico di Sergio Leone e l'idea di pubblicare questa lunga chiacchierata venne ai due una sera del 1986, durante una cena. Il regista romano aveva da poco finito di leggere Il était une fois… Samuel Fuller, un libro di interviste pubblicato con Jean Narboni. Da lì, l'idea: perché non dare alle stampe un'opera simile che parlasse ai posteri della sua vita e della sua carriera?
«Alla base di questo libro di interviste con Sergio Leone ci sono quindici anni di amicizia. Quindici anni di dialogo continuo, tra Parigi, Cannes e Roma. Quindici anni di festival cinematografici in trattorie romane o in piccoli bistrot del Marais, in ristoranti d'alta cucina o in casa di amici. Quindici anni di passeggiate al mercato delle pulci di Montreuil, di animate discussioni e di folli risate nei palazzi di Parigi o della Costa Azzurra; quindici anni di conversazioni telefoniche per parlare di cinema o per fissare appuntamenti con potenziali finanziatori. Quindici anni di convivenza che sono sfociati in questo libro, come una sorta di matrimonio di convenienza.» (p. 7)
Per portare a termine un'opera del genere, i due si chiusero nella casa del regista, a Roma, dove effettuarono le registrazioni: tre giorni in cui  Simsolo riportò accuratamente ogni parola del cineasta, per poi sottoporgli il materiale una volta ordinato. Egli lo lesse e l'approvò senza apportare grandi modifiche e dichiarando addirittura di voler regalare a Simsolo i diritti del libro. Dati alle stampe per la prima volta due anni prima la morte del regista, questi colloqui vennero poi ripresi e ripubblicati nel decennale della morte, quando già era un leggenda del cinema. Oggi Il Saggiatore ripropone la pubblicazione di queste conversazioni ad un passo dal trentennale dalla scomparsa, nella consapevolezza che il segno tracciato dalla sua opera resterà per sempre nella storia del cinema. Come Simsolo scrive nella prefazione al volume, non c'è regista che non sia stato influenzato dal suo operato e ancora oggi alcuni dei nomi più importanti del circuito cinematografico devono il loro successo proprio a lui. Uno su tutti, Clint Eastwood: il giovane attore, oggi tra i più apprezzati registi della scena internazionale, deve la sua consacrazione proprio alla trilogia del dollaro.
L'operato di Leone, infine, ha contribuito all'affermazione di un genere, lo "spaghetti-western", che ha certamente suscitato tanti pareri contrastanti, ma che poi ha ritrovato in Leone il maestro indiscusso.
Nel libro, domanda dopo domanda, scendiamo sempre più a fondo nella storia del cineasta italiano, partendo dalle radici: la sua famiglia. Sergio respira l'aria del cinema fin da piccolo: il padre, proprietario terriero di Avellino, una volta laureatosi, farà credere alla famiglia di lavorare come avvocato a Torino, anche se, in realtà, richiamato dal sacro fuoco dell'arte attoriale, entrerà a far parte di una compagnia teatrale. Quando, firmando un contratto con la maggiore diva dell'epoca, Eleonora Duse, passerà ad esibirsi in giro per il mondo, si servirà di uno pseudonimo (Roberto Roberti) per continuare a praticare la recitazione. Diversi anni dopo sarà lo stesso Sergio a dover adottare un nome finto, per l'uscita del suo primo film western (anche se per altri motivi) e per farlo userà Bob Robertson, che altro non è che un omaggio al padre, poiché il nome, tradotto dall'inglese, significa “Roberto, figlio di Robert”.
Pian piano scopriamo i primi passi di Leone nel cinema e gli incarichi che, pian piano, si susseguono gli danno l'occasione di mettersi alla prova e di mostrare a tutti il proprio valore. Collaborazione dopo collaborazione, arrivano ben presto le soddisfazioni e finalmente giunge anche l'occasione di girare il primo film come regista. Come nelle storie migliori, è una coincidenza a fagli incontrare la persona giusta:
«In quel periodo lavorava a livello amatoriale?
Lo consideravo solo una maniera per mantenermi. Nel 1946, però, è successo qualcosa di divertente. Un mio amico conosceva Vittorio De Sica e gli ha parlato di me. È accaduto tutto per caso. Sono andato a trovarlo e, quando il regista ha saputo che ero figlio di Roberto Roberti, mi ha proposto di fargli da assistente per il film che stava preparando. […] Ho accettato. La cosa si è rivelata più complicata del previsto. Dovevo vestirmi da seminarista. Sotto la tonaca, indossavo un maglione nuovo di zecca di colore giallo. Durante le riprese si è messo a piovere e la veste rossa da curato ha macchiato la lana del mio maglione, che è diventato rosso e giallo. Tutti lo trovavano divertente. […] Il film si intitolava Ladri di biciclette.» (pp. 41-42)
Questo è solo uno dei gustosi aneddoti che vengono riportati nel libro: in esso apprendiamo la sua opinione su mostri sacri del cinema, oppure ancora l'idea che si è fatto sulla prosecuzione del genere da lui fondato. Ricostruiamo, inoltre, le tappe più importanti della sua carriera, come la partecipazione ad uno dei film più importanti della storia del cinema, Ben-Hur, di cui avrebbe anche girato la celeberrima scena delle bighe.
Il libro rende conto delle scelte di Leone e risponde alle domande che tutti i fan si sono posti almeno una volta sui suoi film, soddisfacendo le curiosità circa le circostanze della produzione, la scelta degli attori, l'importanza delle musiche. Una parte importante del libro, infatti, è dedicato proprio al rapporto con Ennio Morricone:
«Oggi, posso dire che Ennio Morricone non è il mio musicista. È il mio sceneggiatore. Ho sempre sostituito i brutti dialoghi con la musica, valorizzando uno sguardo o un primo piano. È il mio modo di comunicare.» (p. 99)

«Si affida a lui per le immagini?
No, per nulla. Lavora solo fino all'orchestrazione. A quel punto ascolto e capisco se mi piace o non mi piace. Discuto con lui persino del numero e del tipo di strumenti. E sono presente alla registrazione.» (p. 124)
Inevitabilmente, gran parte del libro è dedicata alla "trilogia del dollaro", l'apice della carriera di Leone e vero e proprio punto di svolta.
«Come è stata organizzata la sequenza del duello finale?
“Duello” non è la parola giusta. Possiamo dire “triello”? In realtà si tratta di un duello moltiplicato, dato che sono in tre ad affrontarsi! […] Oggi questa sequenza è studiata nelle scuole di cinema. Dura un'intera bobina. Ho dilatato il tempo, giocato sulla musica e definito un montaggio inesorabile: primo piano, piano medio, campo lungo… Dovevo conoscere ogni minimo dettaglio prima di collocare la cinepresa. I tre primi piani degli attori con cui comincia ci hanno impegnato un'intera giornata.» (p. 134)
C'era una volta il cinema è un libro in cui si rispecchia l'arte di Sergio Leone, e in cui le scelte del regista trovano giustificazione: l'adesione al realismo, la volontà documentaristica, i significati dei particolari registrati, il lavoro dietro ad ogni inquadratura. Tutto, in questa lunga e interessante conversazione trova il proprio posto, in un'opera completa, in cui si registrano i pensieri del regista.
Un libro che non può mancare sugli scaffali degli appassionati di cinema e indispensabile per ogni fan di Sergio Leone.

Valentina Zinnà