Nostalgia
di Eshkol Nevo
Feltrinelli, gennaio 2026
Traduzione di Elena Loewenthal
pp. 400
€20 (cartaceo)
€13,99 (ebook)
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Nel 2004 Eshkol Nevo pubblicava Nostalgia, il suo romanzo d’esordio, quello che lo ha consacrato come una delle voci più riconoscibili della narrativa israeliana contemporanea.
È un libro che contiene già in sé molti dei temi e delle soluzioni formali che torneranno nei lavori successivi – come l'acclamato Tre piani – ma qui tutto appare più scoperto, più vicino all'esperienze di vita da cui il libro è nato.
Nostalgia ci porta a Castel, un quartiere sospeso a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme: vicoli fatiscenti, case basse, pareti molto sottili. È qui che Noa e Amir, due studenti universitari di fotografia e psicologia, decidono di andare a vivere insieme, mettendo alla prova il loro amore nel territorio concreto della convivenza.
Convivere significa fare i conti con lo spazio proprio e con quello dell’altro, imparare a negoziare silenzi e desideri, alternare la passione ai piccoli nervosismi, accettare che amare qualcuno comporti sempre una rinuncia, anche minima, alla propria libertà.
Attorno a loro si muove una comunità: Moshe e Sima con i loro bambini; Yotam, che porta addosso il lutto per il fratello soldato; Saddiq, muratore che sogna una casa tutta sua proprio a Castel; Modi, che scrive lettere dal suo viaggio in giro per il mondo. Le loro vite si intrecciano tra stanze, cucine, pianerottoli, in un continuo movimento dentro-fuori che è anche il movimento dello sguardo del romanzo: come se fossimo sempre affacciati a una finestra, a volte a spiare l’intimità, altre a osservare la strada.
L’esteriorità e l’interiorità si rispondono riflettendosi.
Sullo sfondo ci sono dei giorni inquieti: l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin incrina ulteriormente la stabilità dei personaggi che in fondo sono tutti sospesi tra il costruire e il vagare altrove: chi cerca stabilità, chi fugge, chi si aggrappa a un’idea di casa mentre sente che qualcosa si sta già spostando. La nostalgia del titolo non è semplice rimpianto, è il sentimento che attraversa la vita domestica e l’amore. È quella malinconia che nasce quando, come per Noa e Amir, si è sulla soglia: non più adolescenti, non ancora veri adulti. Quel momento in cui si avverte l’ampiezza delle possibilità e insieme la perdita di ciò che si sta lasciando indietro. Nevo fotografa con precisione questo passaggio, il momento in cui Noa e Amir si assomigliano molto e poi man mano sempre meno. Il loro amore è il cuore del libro, ma da iniziale “romanzo di camera” la storia si allarga, diventa corale, racconto di un microcosmo e, più in profondità, dell’essere umano come essere sociale.
La struttura stessa riflette questa idea: il romanzo è articolato in stanze, fino a un ultimo capitolo intitolato “Esilio”, che suona come un attraversamento.
Come in Tre piani, la casa in Nevo non è mai soltanto un luogo fisico: è il laboratorio delle identità, uno spazio in divenire, mobile come chi lo abita. Non a caso, scegliendo Castel – territorio di mezzo in bilico tra due città – l’autore mette in scena personaggi che si interrogano, più o meno consapevolmente, su chi erano e su chi potrebbero diventare.
Anche nelle pagine più aspre, il libro è addolcito da moltissimi gesti quotidiani: preparare il pranzo, leggere, scattare fotografie, nascondere qualcosa sotto un mattone, riparare un mobile o una caldaia, fare una torta per chi si ama, fare l’amore sotto le coperte, traslocare e lasciare i mobili per strada. Sono azioni minime, ma è lì che la vita prende forma ed è lì che si annida la nostalgia.
Nella postfazione all’edizione Feltrinelli, Nevo racconta di aver scritto Nostalgia dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza. Avevano cercato davvero una casa a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, ed erano finiti proprio a Castel, in un appartamento come quello di Noa e Amir, con una parete di cartongesso tanto sottile da dover allungare la mano nella casa accanto per accendere il boiler in comune. In quelle stanze avevano proiettato la promessa di un amore, e lì ne avevano vissuto la fine.
La postfazione a questa edizione di Feltrinelli 2026 accenna alla situazione israelo-palestinese con un approccio che oggi appare insufficiente o elusivo rispetto alla complessità e alla gravità delle responsabilità di Israele. Molti lettori oggi sono stanchi di parole che suonano come una rimozione più che come una presa di posizione.
Claudia Consoli

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