È furiosa, ma rinuncia a rispondergli a tono. Lo specchio dietro all’uomo panciuto le rimanda un’immagine di sé che non la lusinga affatto: vestiti impolverati, capelli in disordine, spalle curve, sguardo stanco e affamato. In breve, si vede è qual è: un’apolide russa scappata dalla rivoluzione, senza soldi né patria. Una contraddizione in termini, un ossimoro, un errore. (p. 43)
Alessandra Jatta, dopo il romanzo d’esordio Foglie sparse, torna a parlare della bisnonna Olga Olsufiev, di suo marito Vasilij e dei loro cinque figli, che, dopo essere fuggiti da Mosca in seguito alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, proveranno a ricostruire la loro vita in Italia. La scrittrice, partendo da documenti, fotografie, biglietti di viaggio, lettere meticolosamente conservate dalla nonna materna prima e da sua madre poi, ricostruisce la storia vera di una apolide russa che con caparbietà e orgoglio cercherà di conquistare la cittadinanza italiana per sé e per i figli e il diritto a rinascere e ad avere nuove radici senza dimenticare il proprio glorioso passato. Non è necessario aver letto il romanzo precedente, perché questo libro è uno stand alone.
Il libro parte proprio con la drammatica scena del viaggio verso la salvezza, verso un’altra loro casa di famiglia a Firenze. Durante il viaggio assistiamo a un episodio drammatico che lascia il lettore col fiato sospeso. Il piccolo Aleksej, di cinque anni, ancora assonnato, scivola via dalle braccia della madre per saltare sull’imbarcazione dove le sorelle sono state già messe in salvo da alcuni marinai della Marina inglese e, nel balzo, avendo le gambette corte, non riesce a raggiungere l’imbarcazione e cade nell’acqua ghiacciata tra la banchina e la barca. Sono istanti di terrore e angoscia di cui la scrittrice riesce a rendere la tensione e il senso di soffocamento che provano gli astanti, fino a quando il piccolo non verrà tratto in salvo da una mossa agile e coraggiosa da parte di uno dei giovani marinai. Questa scena mette, per così dire, il sigillo su colui che sarà il secondo personaggio chiave di questa appassionante storia familiare: il piccolo, amato Aleksej, l’ultimo della nidiata, l’unico tanto desiderato figlio maschio, che porta lo stesso nome dello zarevič, erede al trono dei Romanov. La stessa cura maniacale e disperata con cui Olga, personaggio principale del libro, ha preparato i bauli da cui non si separa e l’attenzione a tenere sempre vicine le figlie e il piccolo Aleksej durante il viaggio, testimoniano il terrore di una madre che ha visto il suo mondo di lusso e lustrini schiacciato, travolto dalla valanga bolscevica e ora facendo un salto nel buio prova con tutte le forze a mettere in salvo pezzi della sua vita.
Sta lasciando la sua patria colpita da una follia collettiva che, per quanto si sforzi, non riesce ad accettare. Una patria, la Russia, che quelli come lei non li vuole più: li caccia, li umilia, li disprezza, li uccide. Da quella maledetta notte di fine ottobre 1917 ogni cosa è cambiata per sempre, la rivoluzione ha spazzato via il suo mondo, i suoi amici, i suoi parenti, i suoi cari. (p. 12)
L’apolide è un romanzo dalla storia interessante e drammatica, ma che però contiene anche un percorso, travagliato senza alcun dubbio, di rinascita dalle proprie ceneri. Nel 1919, dopo un periodo trascorso sul Mar Nero, in attesa che la situazione in Russia potesse cambiare e normalizzarsi - non sarà così come sappiamo dalla storia - , Olga, il marito Vasilij e i figli decidono di stabilirsi in Italia, terra di calore, di sole, profumi di fiori e di arte. La ripresa non è facile: tutte le loro ricchezze, le case di proprietà, i titoli, i buoni del tesoro, il conto in banca sono stati nazionalizzati, l’impero zarista che garantiva la loro ricchezza è stato soppiantato dal soviet. Tra tutti i membri della famiglia chi ha difficoltà ad accettare la nuova situazione è proprio Vasilij, il capofamiglia: la gelosia nei confronti della moglie molto corteggiata da diversi uomini che frequentano la sua casa e l’ umiliazione di aver perso il proprio prestigio lo porteranno presto nella tomba. Jatta riesce con penna incisiva e cristallina a tracciare il percorso di decadenza di questa famiglia, che tocca soprattutto gli adulti, mentre le giovani generazioni riusciranno ad adattarsi al nuovo contesto italiano per far fruttare al meglio tutte quelle doti, quelle capacità artistiche insite nella loro famiglia. Sono vivide le pagine dove la nonna porta le giovani nipoti in giro per Firenze a godere degli angolini fioriti e pittoreschi e soprattutto dell’arte di cui la città è intrisa. Alla fine anche Olga si rassegna ad abbandonare per sempre il pensiero di tornare in Russia e si pone nuovi obiettivi per i propri figli, primo tra tutti la cittadinanza che riuscirà ad ottenere solo dopo quasi dieci anni di lunga attesa e battaglie burocratiche.
Il presente italiano si impone impetuoso, mentre il passato russo pian piano svanisce, sono due quadri a confronto ma, al contrario di quello di Lochov, non si somigliano affatto: uno è luminoso, caldo, vicino, fatto di tante sfumature di verde, l’altro è buio, freddo, lontano. Dominato dal giallo sbiadito delle steppe caucasiche. Verde smeraldo contro giallo terreo. (p. 104)
Sono originali anche le pagine in cui la scrittrice, immaginando questi adolescenti russi ascoltare la lingua madre in casa, il francese dalla nonna, l’italiano e il fiorentino stretto nelle strade, nei negozi, nei musei, crea dialoghi con vocaboli nuovi, parole russe italianizzate, parole italiane “russizzate”, che sicuramente avrà trovato nella fittissima corrispondenza di famiglia che ha ereditato da sua madre.
I ricordi non seguono un ordine cronologico, sono selettivi come le emozioni che li hanno generati. Alcuni tornano di continuo, basta un nonnulla per farli riaffiorare alla mente: una parola, un suono, un rumore. Anche le fotografie aiutano, sebbene spesso confondano e al contempo rendano impossibile distinguere se il ricordo sia prodotto dalla memoria o dall’immagine vista e rivista, magari in una cornice d’argento. (p. 79)
Alessandra Jatta ha studiato Storia orientale a La Sapienza desiderosa di avvicinarsi attraverso lo studio alle tradizioni, agli eventi che hanno toccato quella che in qualche modo rimane una “patria” e conosce ben cinque lingue. Nelle diverse interviste ha ribadito la difficoltà nel leggere quel vasto epistolario familiare, scritto in un’epoca in cui, in assenza di telefoni e internet, ci si scriveva anche più volte al giorno e si utilizzava, per risparmiare sul costo postale, una carta speciale sottile come carta velina che veniva vergata in modo fitto sia sulla fronte che sul retro della pagina rendendo difficoltosa la lettura dopo oltre un secolo.
Correda la narrazione la presenza dell’albero genealogico della famiglia Olsufieva-Suvalov, foto di famiglia, ritratti che la scrittrice ha voluto lasciare tra le pagine di una storia drammatica, che però lascia accesa la luce della speranza. Nei ringraziamenti finali, Jatta ci tiene a dire
Ringrazio prima di tutto l’Italia per aver accolto, oramai più di un secolo fa, i miei bisnonni russi in fuga dalla guerra. Grazie a quella che presto divenne la loro nuova patria, e in modo particolare grazie a Firenze, oggi molti nipoti e pronipoti degli Olsufiev sono perfettamente integrati e fieri di essere italiani. (p. 229)
Marianna Inserra

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