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Una città oltre le macerie: “I Maestri di Gibellina” di Davide Camarrone

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I Maestri di Gibellina 
Sellerio, gennaio 2026
di Davide Camarrone

pp. 128
€ 16,00 (cartaceo) 
€ 10,99 (ebook) 

Il ritorno in libreria de I Maestri di Gibellina di Davide Camarrone arriva in un momento particolarmente significativo, quello in cui la città siciliana viene celebrata come capitale italiana dell’arte contemporanea 2026. Lo scrittore dà voce a un’esperienza culturale unica che ha cambiato Gibellina in un laboratorio artistico senza precedenti. 

Si arrampicava sulla roccia, Gibellina, aggrappata ai fianchi impervi delle colline, ai suoi poveri indumenti, tessuti a grano e maggese: gialli per il caldo e verdi per il freddo. Le pietre squadrate delle case di Gibellina, delle sue chiese, incastonate una ad una, avevano resistito per secoli alla tentazione di sgretolare la malta e il gesso per scivolare giù e ammassarsi a valle in un disperato mucchio di rovine. (p. 31) 

L’opera è un’inchiesta narrativa che intreccia memoria, testimonianza e riflessione. Al centro del racconto vi è la ricostruzione della città dopo il devastante terremoto del 1968, ma soprattutto l’idea rivoluzionaria che ha guidato questo processo: non limitarsi a ricostruire ciò che era stato perduto, ma immaginare un futuro nuovo fondato sull’arte e sulla cultura.

Figura chiave di questa visione è Ludovico Corrao, il sindaco che ha saputo trasformare una tragedia in un progetto collettivo ambizioso, coinvolgendo artisti di fama internazionale accanto a maestranze locali. Camarrone restituisce al lettore proprio la coralità di questa rinascita, grazie alle voci dei protagonisti e alla loro partecipazione sentita.   

A questa sorta di chiamata alle armi, risposero in tanti: Pietro Consagra, tra gli altri, e Alberto Burri, Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli. E allora, quel reticolo di case – voluto da un ente pubblico, l’Ises, e concepito dalle menti di architetti che i libri avevano allenato al razionalismo americano e nord europeo – ebbe un’anima. (p. 57)  

Uno dei simboli più potenti della città è il Cretto di Burri, che incarna allo stesso tempo memoria e superamento del passato. Dove sorgeva la vecchia città distrutta, il bianco del cemento conserva oggi le tracce di ciò che è stato grazie a un gesto artistico che si proietta nel futuro. L’artista difatti progetta un immenso cretto, utilizzando le macerie accumulate degli edifici.

Altro emblema è l’opera di Renato Guttuso, La notte di Gibellina, che evoca con forza la drammaticità del disastro, il senso diffuso di freddo, paura e smarrimento. Attraverso colori accesi e un segno pittorico fatto di linee serpeggianti e spigolose, l’artista rappresenta i sopravvissuti avvolti nelle sciarpe, raccolti sotto un cielo cupo e con in mano fiaccole dalla luce incerta in un’atmosfera tesa e inquieta, sospesa tra tragedia e resilienza.


Il libro non si limita però a una celebrazione entusiastica, ma al contrario Camarrone adottando uno sguardo lucido evidenzia anche le contraddizioni e le difficoltà che hanno accompagnato questo esperimento. Accanto agli esiti straordinari, emergono ritardi e promesse non mantenute. L’autore evita ogni forma di retorica, offrendo invece una narrazione complessa e stratificata, che restituisce la vitalità ma anche la fragilità di un progetto unico nel panorama italiano.

Nel testo ad accompagnare le parole sono presenti anche fotografie di alcuni momenti della ricostruzione. Il volume, dopo l’introduzione alla nuova edizione a firma dell’autore, si apre con la prefazione di Corrao e prosegue con il racconto in un unico flusso di parole senza una suddivisione in paragrafi. La lettura scorre pagina dopo pagina in maniera chiara, rendendo ogni concetto immediato e naturale e a chiusura si trova il Post Scriptum in cui Camarrone spiega come è nato il libro. 

Franca Ippoltito, una delle sarte […] Mostra il suo corredo, la parte che è riuscita a recuperare dalle macerie del terremoto. Ci sono le cose di sua mamma e quelle fatte da lei, giovanissima. Camicie da notte, lenzuola, tovaglie, con intarsi e ricami delicati e complicati a un tempo. Delle cose degli artisti, restano solo i cartamodelli copiati dai bozzetti originali di Carla Accardi e Pietro Consagra. Li srotola come antiche pergamene. (pp. 98-99) 

I Maestri di Gibellina è un libro che invita a riflettere sul ruolo dell’arte nella società, sulla possibilità di modificare una crisi in un’occasione di rinascita e sul valore della memoria come costruzione orientata al futuro più che al passato. Una lettura capace di parlare tanto a chi conosce già questa storia quanto a chi vi si avvicina per la prima volta.

 

Silvia Papa