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«Mettersi a scrivere di noi significò soprattutto iniziare a fare i conti col tempo»: "Cade la notte" di Lorena Spampinato

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Cade la notte
di Lorena Spampinato
Feltrinelli, 31 marzo 2026

pp. 240
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Un incontro casuale alla fermata dell'autobus in un pomeriggio invernale di pioggia del 2010; due battute, l'occasione per conoscersi, per andare oltre il mero guardarsi. Di quel giorno Roberta ricorda dettagli che Michele invece ignora, e viceversa lui ne ingigantisce altri che racconta con dovizia di particolari ogni volta  ad amici e conoscenti. Eppure quello, per quanto vissuto diversamente, è stato per entrambi l'inizio di tutto. 

È cominciata una storia appassionata, tenera, a tratti spietata, dolorosa e malinconica; di certo, vera. A ricostruirla, anni dopo, è Roberta, che conferma «la gioia che avevamo provato stando lì. Quando l'amore era soprattutto questo: una fila di cose semplici, che cominciavano a sembrarci familiari» (p. 38). La loro relazione vira in fretta verso la convivenza, per cui Roberta e Michele diventano inseparabili l'uno per l'altra. Si donano con una totale disposizione all'altro e si incantano reciprocamente. Intanto scoprono – con grandissima indulgenza – le stranezze reciproche, le abitudini che li rendono unici, nel bene e nel male. Sanno che, qualunque cosa sia successa durante la giornata, arriverà l'abbraccio a ridurre la distanza o a ricomporre gli screzi. 

Vivere insieme, specialmente da precari della cultura, comporta dei compromessi e una lotta quotidiana: Roberta, ex studentessa di Lettere, ha lasciato la facoltà quando Michele si è laureato per lavorare e scrivere nei ritagli di tempo, contribuendo alle poche entrate in casa; lui, intanto, prosegue i suoi studi di biologia e prepara il tanto agognato concorso. Con lui si è trasferita in un paesino della Loira, dove con una borsa di studio e i risparmi di Michele, i due riescono a trascorrere sei mesi felici. 

Eppure non ci vuole molto perché a noi lettori appaiano alcuni squilibri notevoli nella coppia: a decidere quando e come fare le valigie, a decidere se una cosa valga o meno, è sempre Michele. Un esempio ricorrente? Roberta scrive con passione, lo ha sempre fatto, ma Michele non la incoraggia; anzi, trova sempre qualcosa che non va nei suoi racconti. E lei ne resta turbata, si blocca o cancella tutto quello che aveva scritto. Alla base? La convinzione che Michele abbia uno sguardo diverso sulle cose, riesca a vedere più lontano e a cogliere qualcosa che a lei sfugge. Inutile dire che questo non fa bene né all'autostima di Roberta né alla coppia. E non sorprende che si possa arrivare alla domanda cruciale, in un momento cruciale che non anticiperò: 

Ti dà così fastidio che per una volta io possa riuscire in qualcosa e tu no?

Lì si offese. Forse perché avevo colpito nel segno. (p. 153)

Eppure Michele giudica e valuta gli altri con leggerezza, quasi volesse dar prova continuamente del suo spirito critico. Sembra quasi non accorgersi dell'effetto delle sue parole sugli altri. È serio, compìto, spara a zero pensando di aver fatto poco più di una carezza. C'è chi resta ammaliato dalla sua ostentazione di sicurezza; al contrario, la madre di Roberta commenterà dopo il primo incontro: «È una bella fatica stare con uno che ha le idee così chiare su tutto» (p. 32), ma quella sua intuizione non viene colta lì per lì dalla figlia, in netto contrasto con lei. 

Gli alti e bassi nella coppia permettono di farsi male e poi riparare, tra un trasloco, un nuovo lavoro precario, scatoloni ammassati in una stanza e una ristrutturazione. Sì, perché le case non sono mai neutrali nella storia: al contrario sono presenze che possono influenzare le cose, abbracciare i protagonisti o mettere a dura prova la loro resistenza, in un'estenuante corsa alle riparazioni (e non mancano i rispecchiamenti):

«Gli dissi che quella casa ci avrebbe mangiato le ossa, che non saremmo tornati più a essere quelli di prima. C'era, lì dentro, un veleno, una tossina mortale. Un batterio che penetrava il cervello. Era come essere precipitati all'inferno». (p. 119)

Inutile dire che noi lettori assistiamo con apprensione inevitabile al progressivo cadere della notte sulla storia di Roberta e Michele. Ci chiediamo se dopo il periodo più nero sarà possibile per loro una svolta, un rialzarsi insieme, ancora una volta. A mettere ulteriormente in difficoltà la coppia arriverà molto altro – che non pare giusto anticipare –, ma che rivela quanto sia difficile stare accanto al dolore degli altri, senza annullarsi e al tempo stesso senza recriminare.

Ricco di riflessioni a posteriori su quanto è accaduto, chiedendosi quanto in una coppia sia sano donarsi totalmente e quanto serva un po' di egoismo nel perseguire i propri obiettivi, il nuovo romanzo di Lorena Spampinato lascia che il lettore entri completamente nella relazione di Roberta e Michele. Quella che seguiamo è una cronologia fluida, in cui non contano i singoli giorni, non servono le date, ma scivoliamo lungo i ricordi selezionati e riletti dalla memoria di Roberta. La narratrice non pretende quindi di essere rigorosa nella sua scrittura, né oggettiva; comprende anzi quanto conoscere la traiettoria della storia possa influenzare anche il percorso narrativo:

«Non fu facile: non sempre riuscii a essere rigorosa. Anzi, mi accorsi, già mentre scrivevo, che a volte alcune immagini innocue divenivano nuove e allarmanti. Si imponevano sulla pagina con proporzioni sbagliate, spesso mostruose» (p. 130)

In tal senso, allora, possiamo leggere Cade la notte anche come un romanzo dai passi metaletterari significativi e capiamo strada facendo quanto scrivere per Roberta fosse cruciale per lei fin da quando era una ragazzina. A differenza di Michele, Roberta non ha mai avuto la pretesa di raggiungere verità universali, né si autogiustifica; coltiva invece il desiderio di indagarsi più a fondo e non si esime dal ricordare. 

GMGhioni