venerdì 5 ottobre 2018

#PagineCritiche - Storia, antropologia, scienza, religione e filosofia nell'ultimo saggio di Harari


21 lezioni per il XXI secolo
di Yuval Noah Harari
Bompiani, 2018

pp. 526
€ 24 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)

La tecnologia non è cattiva. Se sapete che cosa volete nella vita, la tecnologia può aiutarvi a ottenerlo. Ma se non sapete che cosa volete nella vita, sarà fin troppo facile per la tecnologia dare forma alle vostre intenzioni al posto vostro e prendere il controllo della vostra vita. Quando la tecnologia sarà in grado di comprendere meglio gli esseri umani, sarà sempre più facile trovarsi nella condizione di servirla invece di essere serviti. Avete visto quegli zombi che vagano per le strade con le facce incollate ai loro smartphone? Pensate che siano loro a controllare la tecnologia o che sia invece quella a controllarli? (p. 389)

La chiave di lettura dell’ultimo libro di Harari la troviamo nella seconda frase di questa lunga citazione: “se sapete che cosa volete nella vita”. Questo imponente saggio, infatti, pur affrontando diverse tematiche, che spaziano in praticamente qualsiasi campo dello scibile, in fin dei conti parla di noi esseri umani e di come ci relazioniamo (ma anche – o soprattutto – di come non riusciamo a relazionarci) col nostro mondo, con un hic et nunc che scorre e scivola via davanti ai nostri occhi a causa della rapidità con cui sembrano cambiare le cose.
Come nei due saggi precedenti, Sapiens. Da animali a dèi (2014) e HomoDeus. Breve storia del futuro (2016), anche qui lo storico israeliano indaga con lucidità e schiettezza la natura umana e lo status quo delle cose nel tentativo di immaginare come ciò che siamo e l’ambiente in cui viviamo potrebbero evolvere nel prossimo futuro. C’è da dire sin da subito che alcuni degli scenari “previsti” possono risultare poco credibili, e che in più di un’occasione l’autore si perde in voli pindarici non sempre semplici da seguire (ma in ogni caso interessanti). Questo, tuttavia, è il piccolo prezzo da pagare quando si vuole scrivere un libro che tratti di tantissimi e diversi argomenti, che difatti spaziano dalla disoccupazione alle religioni, dai cambiamenti climatici all’evoluzione della cultura, dall’immigrazione alla giustizia.
Tanti argomenti, si è detto. Tuttavia è possibile ricondurre i 21 argomenti su cui Harari si sofferma nei 21 capitoli del libro a tre tematiche, fondamentali e fra loro interconnesse: il rapporto fra uomo e tecnologia; l’evoluzione della cultura; la ricerca del senso della vita.
Riguardo la prima, Harari esplora il modo in cui le evoluzioni tecnologiche stanno cambiando (e potrebbero cambiare) il modo di vivere degli esseri umani, e lo fa seguendo due grandi direttrici: il rapporto strumento-fornitore, spesso narrato attraverso la più preoccupante forma del rapporto servo-padrone; e la grande questione della perdita dell’identità personale e della capacità decisionale. Che sia in ambito lavorativo, laddove la tecnologia rischia di creare un vuoto a livello occupazionale (Harari paventa addirittura la possibilità di un luddismo 2.0), o in quello politico («Malgrado il rischio di una disoccupazione di massa, ciò di cui dovremmo preoccuparci ancora di più è il trasferimento di autorità dagli individui agli algoritmi, che potrebbe […] aprire la strada al potere delle dittature digitali», p. 79), la preoccupazione dell’autore è che la tecnologia evolve con una velocità superiore rispetto alla capacità umana di adattarsi alle nuove situazioni. Il rischio è, insomma, quello di venir soppiantati dalle intelligenze artificiali in un enorme numero di settori, divenendo così da fruitori/padroni a strumenti/servi… non della tecnologia bensì di chi ne ha il controllo (si veda il caso di Cambridge Analytica).
Riguardo il secondo tema, Harari si concentra su come le narrazioni (siano esse politiche, religiose o morali) abbiano il potere di unire e dividere i gruppi sociali e di alimentare, allo stesso tempo, l’amore e la fede da un lato e l’odio e l’ostracismo dall’altro (su questo tema sembra di leggere quanto riportato nel bellissimo libro di Cavalli-Sforza e Padoan Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro). Il punto centrale è che quasi tutte le narrazioni, per loro stessa natura localizzate in un determinato luogo e tempo, vantano invece una non meglio precisata presenza globale e pretesa di eternità. Lo storico si sofferma perlopiù su cristianesimo ed ebraismo («Le tribù dei cacciatori-raccoglitori dell’Età della pietra possedevano codici morali migliaia di anni prima di Abramo», p. 273), ma questo ragionamento è valido anche per la narrazione comunista e quella liberale, così come per tutte le altre: tutte sono storicamente collocate, tutte sono eventi umani, e come tali hanno avuto un inizio e hanno avuto (o avranno) una fine. Eppure è proprio questa tracotanza la causa di separazioni e conflitti, ai quali non c’è soluzione se non attraverso l’umiltà e la tolleranza laica: «Ogni religione, ideologia e culto possiede luci e ombre, e qualunque sia il vostro credo dovreste riconoscere l’esistenza anche di queste ultime ed evitare ingenue certezze del tipo “a noi non può succedere”» (p. 311).
Religioni e miti «determinano chi siamo “noi” e chi sono “loro”» (p. 202) e contribuiscono a creare l’identità di popoli e gruppi sociali, ma non danno risposte su cosa ci aspetta dopo la morte e come comportarsi per sopravvivere ai cambiamenti climatici. Non dannò, cioè, risposte sul senso della vita. Nelle ultime 100 pagine del suo saggio, Harari si concentra su temi esistenziali: gli scenari apocalittici causati dalle intelligenze artificiali scemano, e con loro i voli pindarici, mentre aumentano le influenze antropologiche e filosofiche. In questa ultima parte del libro diminuiscono anche le risposte che l’autore prova a fornire, poiché si giunge a quei temi che sono stati centrali in circa tremila anni di filosofia. È questa forse la parte meno rilevante dal punto di vista “istruttivo”, anche a causa di una diffusa ripetizione di argomenti già trattati in precedenza, come la post-verità (capitolo 17) e la fantascienza (capitolo 18); tuttavia è la parte più coinvolgente, poiché dopo aver gettato le basi dello status quo, Harari arriva a porre le domande più interessanti, benché prive di risposta. Il capitolo 20, sulla creazione di senso attraverso l’appartenenza a gruppi sociali e alla loro narrazione, nonché sull'importanza della compassione come base per la morale, può decisamente essere elevato al rango di trattato filosofico contemporaneo.
21 lezioni per il XXI secolo è, dunque, un testo di grande spessore culturale, che unisce la ricerca scientifica allo studio antropologico e filosofico dell’umanità. Se le risposte date da Harari possono lasciare qualche dubbio, così come certi scenari di cui si è parlato in precedenza, il lettore può invece trovare gusto immergendosi fra le correnti di questo fiume che, come il Danubio in Europa, sa attraversare diversi argomenti e diverse discipline pur rimanendo sempre fedele a se stesso.

David Valentini



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