giovedì 4 ottobre 2018

#PagineCritiche - Fabbricare gli dèi. "Essere una macchina" di Mark O' Connell


Essere una macchina. Un viaggio attraverso cyborg, utopisti, hacker e futurologi per risolvere il modesto problema della morte
di Mark O' Connell
Adelphi, 2018 (prima ed.)

Traduzione di G. Pannofino

pp. 260
€ 19,00 (cartaceo)
€ 12,99 (epub)


Ho letto To be e machine di Mark O’ Connell in edizione digitale. L’e-book reader esibiva un nugolo di testi, tutti in ordine come mai tra gli scaffali della libreria materica; imprimendo l’indice sulla copertina originale emergevano come ripescate dall’abisso copie anastatiche dell’opera; solleticandola, una pagina annegava e una, inedita, affiorava. Mai più beffardo fu glossario piratesco applicato al volume elettronico, che pare provenga da chissà che anfratti senza onde né tempeste.
«La mutazione non sarà mentale, bensì genetica», si legge ne Le particelle elementari di Michel Houellebecq. L’essere umano, bizzarra creatura, insieme capace di divorare gli dèi – propone un saggio di Jan Kott dedicato alla tragedia antica – e dunque di fabbricarne nuovi di zecca, luccicanti al nitore della vita, tutti di calcoli e algoritmi. Amorali, privi d’ambiguità, inabili alla menzogna: non possono che dire il vero. «Antica razza», commenta Houellebecq, quella degli uomini assoggettati al desiderio, prigionieri ormai della sola pulsione; vivere, compito d’altri; ai padri la dolce sottomissione alla custodia e alla cura della stirpe. «Gli elementi della coscienza contemporanea non sono più adatti alla nostra condizione mortale», azzarda ancora Houellebecq. La morte non è che un curioso accidente, una deviazione al pari del malessere. Uomo e mortale non ritrovano più alcuna coincidenza, neppure per analogia, neppure nel ricettacolo del corpo; alla finitudine si reagisce con una smorfia di sorpresa.

L’indagine di Mark O’ Connell, Essere una macchina. Un viaggio attraverso cyborg, utopisti, hacker e futurologi per risolvere il modesto problema della morte, edita da Adelphi con traduzione di Gianni Pannofino si attarda sul frammentato territorio del transumanesimo, «intensificazione di una tendenza già insita nella cultura dominante, ossia nel capitalismo» (p. 19): nessuna possibilità d’eresia, il proposito è anzi al continuo superamento. «Tutte le storie», esordisce l’autore, «hanno inizio dalla nostra fine: le inventiamo perché siamo mortali» (p. 13). Allo stesso modo lo psicoanalista Ernest Becker, nel secondo capitolo del saggio The denial of death – in italiano per San Paolo Edizioni con traduzione di G. Gastone, ormai fuori catalogo – annota: «di tutte le cose che muovono l’uomo, una delle principali è il suo terrore della morte». Una semantica della fragilità, quella dell’epoca contemporanea, affatto dedicata alla preservazione della vita. La morte ha valicato il campo dell’essenza per adagiarsi sull’esistenza; eccola, tiranneggia.

È la morte ad aver incontrato l’abisso oppure l’esistenza a fregiarsi di un bel paio di trampoli? Possono ormai guerreggiare ad armi pari. Dove gli dèi potevano tutto, dal governare i mari al far naufragare i timonieri, dal chiacchierare per arbusti al generare il creato, il paradigma liberal-transumanista si insidia ai confini della biologia e ne spalanca le grate. Evasione, più che emancipazione. Aver sostituito un paradigma scientifico al metafisico permette il pluralizzarsi della ricerca. Non del tutto arbitrarie le prospettive cultuali dell’intervento biotecnologico. Abbondano a ragione nel saggio di O’ Connell citazioni e allusioni bibliche: «polvere sei e polvere ritornerai» (p. 16); «nei secoli dei secoli, amen» (p. 20); «liberaci dal male» (p. 197), solo alcune delle occorrenze. Quando tra i capitoli conclusivi suo figlio accoglierà con dovuta disperazione la morte naturale cui saranno assoggettati i genitori, quelli non più lo persuaderanno di tarde venute e nuove incarnazioni del corpo bensì narrando di un avvenire, più imminente dell’apocalisse, dove forse nessuno dovrà più morire. Un surrogato del paradiso, commenta O’ Connell.

Bizzarra metafisica: ha sostituito l’escatologia con il mercato. Una volta fuori dalla natura non si potrà che esplorare il mondo nuovo. Nessuna distopia ad arginare la narrazione transumanista, sono le utopie a permettere rivoluzioni; il resto non è che un accidente. Si sostiene spesso che al culto si sia sostituito il calcolo; all’aura, la replica: eppure il disperato tentativo di annientare la finitezza non persegue l’utile della vita contro l’ozio sempiterno della morte. Semplicemente, osserva il secondo in un ordine di mancata conformità al paradigma di conservazione del primo. Lo slittamento polemizza, riesamina e infine riassesta prospettive di filosofia della storia. A cosa si è già da sempre orientati? A una vita eterna: questa.

Tale, l’epica transumanista, gremita di guerrieri ora Don Chisciotte ora Gengis Khan. Il tentativo di O’ Connell è di tradirne vizi e ideologie, osservando con la penna del neofita e dell’uomo comune, preoccupato sì della morte ma non al punto di innestare a un dispositivo meccanico il proprio reticolo neurale, il suo vitale tramestio. Le pratiche di enhancement - la cui ambiguità è già denunciata dalla traduzione plurale, ora miglioramento, ora incremento, ora potenziamento – non intendono far da pròtesi per gambe malandate, mortificate nell’interpretazione di una gruccia, nient’affatto; esibiscono piuttosto una tesi fuor di consuetudine dell’ineffabile natura umana

Immanuel Kant caldeggiava, in un articolo del 1784 dedicato a La risposta alla domanda: che cos’è Illuminismo?, un’opera insieme archeologica e fenomenologica di scavo, dissotterramento e riappropriazione di una prima natura detronizzata da una seconda, barbaramente definita stato di minorità. Il transumanesimo, preoccupato com’è della morte, si contenta della sepoltura dell’antico per la generazione di una stirpe inedita. Struttura chimica del cervello, strati di neuroni, codici necessari per tradurre questa attività con una forma compatibile con l’hardware del computer: il corpo è gettato nella pattumiera. Ancora allusione religiosa: la seconda venuta è fuori dalle spoglie mortali.

Leggerà il lettore di Ray Kurzweil, sacerdote della Singolarità; conoscerà le gesta del Grindhouse Wetware, un collettivo il cui proposito è «potenziare l’umanità attraverso tecnologie sicure, accessibili e open source» (p. 150); parteciperà alla traversata dell’Immortality Bus, scassato caravan ricolmo d’ottimismo alla cui guida Zoltan Istvan, autore di un romanzo autopubblicato sull’utopica cittadina di Transhumania, percorre le strade degli Stati Uniti a suffragio del movimento per la longevità. Ambivalente, l’afferenza politica: il terrore della morte sembra la più vigorosa delle forze trasversali.

Antonio Iannone