venerdì 26 ottobre 2018

Del corpo e del veleno: "A perdifiato" tra le pagine di Covacich


A perdifiato
di Mauro Covacich
La nave di Teseo, 2018

pp. 392 
€ 13,50 (cartaceo)




Sono tanti, quindici anni, per un libro che non è (o non è ancora) un classico. È forse coraggiosa la scelta di ristamparlo all'apice della carriera, quando il pubblico si aspetta qualcosa di nuovo. Ci si chiede se il testo continui a parlare, ed eventualmente cosa dica, se ci sia chi lo voglia ascoltare ancora – così com'è, non più giovane. Tutti i dubbi vengono spazzati via da A perdifiato, che dissolve le resistenze con la forza di una voce, di una parola, che ha attraversato indenne il tempo, che porta con sé un messaggio senza età. Meno cerebrale degli altri libri del Ciclo delle stelle, che aspettiamo a breve – sempre riediti da La Nave di Teseo –, questo romanzo di Mauro Covacich contiene già in sé tutti quei nodi tematici e problematici che daranno spessore anche alle opere successive, che le renderanno complesse, violente, irrinunciabili. 
Protagonista dell’opera è Dario Rensich, un maratoneta diventato famoso non già per aver vinto, ma per essere arrivato sesto alla Maratona di New York, primo dopo cinque africani “con le ali ai piedi”. All’inizio del libro lo troviamo in una fase discendente di carriera: è passato molto dall’ultimo successo professionale e la Federazione, che lo ha mantenuto nel frattempo, adesso gli sottopone il conto. Per questo l’uomo viene mandato per sei mesi a Szeged, in Ungheria, per allenare la squadra giovanile di atletica.

Si tratta per lui del momento peggiore: la cittadina ungherese è colpita da un disastro ecologico – il fiume Tibisco avvelenato dal cianuro – e sta per arrivare la chiamata che annuncia a Dario e alla moglie Maura la possibilità di andare a prendere Fiona, la piccola haitiana di 9 mesi che stanno cercando di adottare e che li aspetta all'Istituto Holy Cross di Jacmel. Nel momento in cui marito e moglie dovrebbero essere quindi più uniti, la sorte li allontana, rimettendo tutto in discussione: "Entrambi ci rendiamo conto che sul più bello, la stanchezza ci ha teso un'imboscata" (p. 9). Eppure sono entrambi sportivi (Maura è stata una sciatrice), sono abituati alla durezza della vita, alla disciplina, alle regole. Sanno che l’esistenza è come una gara di discesa: bisogna essere concentrati e attenti perché tutto si gioca in pochi minuti. Ma Dario è distratto, fragile, quando si allontana da casa.
Il fiume intossicato che lo attende è un presagio negativo, il veleno che lo inquina una metafora, oltre che del doping, anche e soprattutto di quello che infetta la sua vita e la sua relazione coniugale. I segnali peraltro ci sono tutti, preannunciati dall’amico Alberto Lentini che, come avverrà anche nei romanzi successivi, sembra vedere ogni volta più in là degli altri: "lì dove vai tu la terra ha iniziato la fine e chissà cos'è capace di combinare prima di tirare le cuoia" (p. 17). 
Adoperando come di consueto diversi codici comunicativi (mail, dirette televisive, telefonate), Covacich vuole abbattere il filtro tra realtà e narrazione, e l'utilizzo di fonti documentarie è uno dei mezzi da sempre utilizzati dalla letteratura a tale scopo. Ma c'è ben più di questo, come rivelerà il prosieguo del ciclo: il modo più efficace per ottenere il risultato sarà per l'autore riversarsi sempre più in prima persona all'interno dell'opera, in un continuo gioco di specchi. Così, ad esempio, lui potrà impersonare Rensich e poi se stesso nella performance sul tapis roulant dedicata all’“umiliazione delle stelle”.  Il corpo può così diventare l’unico luogo di verità laddove le parole, come i personaggi, possono mentire – e mentono.
Il corpo d’altronde è centrale già da qui, da A perdifiato: il corpo del maratoneta è domato, trattato, costretto, liberato. Dario è il "manipolatore straniero" (p. 29), giunto in Ungheria per fare di mezzofondiste diciottenni delle esperte nella corsa lunga ("la trasformazione psicofisica più radicale a cui una ragazza possa sottoporsi spontaneamente", p. 29). È arrivato lì per insegnare loro la determinazione, la volontà necessaria a sostenere il peso della maratona, che è prima di tutto un esercizio mentale, poiché se la mente è davvero e prima di tutto “il corpo che pensa”, è nella maratona che questa dispiega la sua massima forza, la sua incredibile bellezza.
Bisogna osservare però che, nel romanzo di Covacich, questo stesso corpo è visto sempre in un’ottica ambivalente: il corpo-meccanismo; il corpo-scienza; il corpo-cannibalizzato del maratoneta; ma anche, al tempo stesso, il corpo-desiderio, incarnato dalla figura sensuale e dai movimenti da delfino di Agota. È proprio sul corpo di Agota che si consuma il dramma di un matrimonio che va in frantumi. L'alternanza continua dei due piani temporali della storia, quello principale della narrazione e quello delle "scatole" che hanno portato all'adozione di Fiona, contrappone efficacemente le procedure, la burocrazia sterile e grottesca, al dramma di una coppia che si disgrega nel momento in cui dovrebbe mostrarsi più compatta. 
Emerge da qui anche il vero punto focale del testo: la riflessione non già sulla famiglia, sulla paternità, quanto al contrario quella sulla sterilità. È questo un motivo ritornante nelle opere dell’autore, sempre discusso nel suo doppio valore reale e metaforico: troviamo qui la sterilità del terreno riarso che circonda il Tibisco (definito “un pianeta secco e smagrito”, su cui non possono che correre corpi altrettanto secchi), ma anche quella di Dario, che paragona impietosamente i suoi spermatozoi senza coda a “un'ondata di storpi e paraplegici [che] strisciava verso il miraggio di una fecondazione”; in Fiona ci sarà la figura dolorosa di Lena, che viene descritta arida, sterile, come un posacenere; in alcuni dei racconti de La sposa la sterilità è autoimposta, la scelta dei non procreatori di non compiere quel piccolo atto di egoismo che è il mettere al mondo figli come prosecuzione di sé.
In A perdifiato, che non è solo un titolo, ma anche una definizione dello stato del lettore che procede a tappe forzate tra pagine che scorrono inarrestabili, Dario si gode la sua relazione con Agota, la "Felicità assoluta", non tanto per l'illusione di essere riuscito davvero a fecondarla, quanto per la certezza di avere sempre una via di fuga, data dall'impossibilità di averlo fatto. Allo stesso tempo, questo bambino impossibile è una via di fuga anche dall'altra vita, dall'altra figlia, dalla consapevolezza (che lo fa dibattere come un pesce morente sulle rive del fiume) di stare per essere realmente padre. È durissimo il suo prendere atto che, se ci sono due cicogne in arrivo, bisogna "abbatterne una" (p. 158); o ancora la sua delusione (umana quanto scorretta, inaccettabile) perché Maura non si decide a morire, liberandolo una volta per tutti della responsabilità che grava su di lui.
Covacich è sempre tanto abile a farci parteggiare per i suoi personaggi femminili – toccanti, pieni di dignità –, quanto a tratteggiare la meschinità di quelli maschili. In questo caso il ritratto di Dario riesce a non essere mai caricatura, e vuole anzi essere verità, metterlo a nudo nella miseria. Perché Dario è un personaggio colpevole, ma non immorale – a differenza di Lentini, che rappresenta invece l’ambiguità, la flessibilità etica del contemporaneo, e che quindi appare come personaggio realmente negativo, perché alla sua colpa non si associa alcun dramma interiore.
Quando finalmente Dario e Maura andranno, e poi torneranno da Haiti, al ritorno sarà lui ad essere avvelenato, non più il Tibisco ("ogni singolo capillare del mio corpo era irrorato dal cianuro", p. 330). È lui il veleno, lui “l’untore” (p. 368), lui quello in grado di rovinare, di contaminare, di distruggere.
Nello spazio sottile che si spalanca tra la realtà e il reale narrativo, Covacich riesce a creare uno spazio di verità e, ancora una volta, un grande romanzo. Poco importa allora che sia un romanzo che ritorna, se nel suo tornare porta con sé la densità e l’impeto dell’opera sempre viva, sempre attuale.

Carolina Pernigo







Aveva luogo oggi, nel 1970, la prima edizione della Maratona di New York. Per ricordarla, abbiamo scelto per voi questo romanzo di #maurocovacich, appena riedito da @lanavediteseo. Il protagonista è il maratoneta Dario Rensich, famoso per essere arrivato sesto alla altrettanto celebre gara di corsa lunga della Grande Mela, primo europeo dopo cinque africani "con le ali ai piedi". Adesso, a distanza di anni, Dario è incaricato dalla Federazione di atletica di allenare un gruppo di giovani mezzofondiste ungheresi. Si tratta, per l'uomo, del momento peggiore: Szeged è appena stata teatro di un disastro ecologico e lui sta aspettando, insieme alla moglie Maura, la chiamata che li autorizza ad andare ad Haiti a prendere la bambina che da tempo stanno cercando da adottare. In pagine ad altissima tensione narrativa, la descrizione degli allenamenti, del corpo che pare una macchina perfetta da guidare con perfetta disciplina, introduce nel testo una cifra di inaspettata, anticonvenzionale poesia. Avete già letto questo libro? Cosa ne pensate? #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #maratonadinewyork #newyorkmarathon #aperdifiato #lanavediteseo #ciclodellestelle #criticaletteraria
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