venerdì 26 ottobre 2018

La "summa" della poetica gucciniana in 43 canzoni e altrettante poesie


Canzoni
di Francesco Guccini, Gabriella Fenocchio
Bompiani, 2018

pp. 532
€ 20


Riassumere cinquant’anni di carriera musicale in 43 canzoni: è questa l’impresa di cui Gabriella Fenocchio, docente di lettere in un liceo bolognese (e in quale altra città, dopo tutto, se non Bologna poteva insegnare?), si fa carico. Trattare cioè le canzoni di Francesco Guccini come poesie, o meglio: trattare la discografia di Francesco Guccini come un unico corpus poetico, innalzandolo allo stesso livello di poeti come Guido Gozzano ed Eugenio Montale, autori a cui il cantautore emiliano ha gettato costantemente un occhio durante tutto il suo percorso.
Che sia un compito complesso, e non solo difficile, lo possiamo comprendere da almeno tre fattori.
In primis il fatto che, a differenza della poesia in cui le parole sono solo scritte, nelle canzoni la musica – il ritmo, la melodia – è indissolubilmente intrecciata con le parole: il rischio infatti è quello di trasformare l’esegesi «in qualcosa di simile a “una galleria di cornici senza quadro, una collezione di portaprofumi di cui sia svaporata l’essenza”» (l’evocativa immagine a cui la Fenocchio fa riferimento è di Giovanna Gronda, co-curatrice di un Meridiano sui libretti d’opera di autori italiani dal Sei- al Novecento).
In secundis, il fatto che le composizioni di Guccini sono legate a una storia che è sia individuale sia collettiva: se è vero infatti che tutte le narrazioni possono (e dovrebbero) essere inserite all’interno di un contesto storico-sociale, che dunque racchiude il destino di molti – per restare in tema di ispirazioni gucciniane, non possiamo leggere The Waste Land di Eliot senza considerare la situazione politico-esistenziale del primo Novecento europeo –, è altrettanto vero che moltissime canzoni, soprattutto quelle della maturità, racchiudono elementi autobiografici, che dunque vanno scandagliati e non possono essere ignorati per comprenderne appieno la portata. La domanda fondamentale che bisogna porsi in questi casi è la seguente: in che modo la vita dell’autore – come duplice elemento umano, ossia come persona e come artista – si inserisce all’interno dei luoghi e dei tempi in cui ha vissuto? Ossia, ribaltando e restringendo la questione: che genere di interprete dei suoi tempi è stato l’uomo, il pensatore e il cantautore Francesco Guccini? Per fare qualche esempio al tal proposito (fin troppi se ne potrebbero portare), da Auschwitz (Folk beat n. 1, 1967) e La locomotiva (Radici, 1972) fino a Il testamento di un pagliaccio (L’ultima Thule, 2012), passando per la metaforica Bisanzio (Metropolis, 1981) e la suburbana Samantha (Parnassius Guccinii, 1993), niente è cambiato eppure tutto è cambiato: la storia di uno, o comunque di pochi, si lega a quella di molti, se non di tutti. Consideriamo ancora, lo zio protagonista di Amerigo (Amerigo, 1978): la sua è quella dei migranti italiani del primo Novecento, o forse ancora di tutti i migranti del mondo, che vedevano nell’America – ma anche qui possiamo sostituire l’America con un porto di destinazione qualsiasi, soprattutto se, lavorando di fantasia, consideriamo il “sogno europeo” di tanti esuli contemporanei) – «il mito che assommava in una fascinazione indistinta fatti storici proiettati in un orizzonte ideale di democrazie e libertà e attrazione per il mondo brillante e vagheggiato di riviste, fumetti, film d’avventura» (p. 135), salvo poi ritrovarsi a pensare a come «il mito si sgretoli e l’America, di là dalle rappresentazioni fittizie, si riveli anch’essa il teatro sempre identico della fatica del vivere» (ivi).
Il terzo elemento di difficoltà sta nella considerazione che Guccini, oltre a essere un prolifico scrittore, è anche un assiduo lettore e ascoltare. Le sue canzoni sono intrise di citazioni, più o meno esplicite, che attingono a una tradizione letteraria che spazia da Poliziano a Eliot e Gozzano, da Swift a Hemingway e Dylan, per non parlare del nichilismo nietzscheano e dell'onnipresente dubbio montaliano (nel vocabolario gucciniano: "può darsi ch'io sbagli"). E qui entra in gioco il valore prettamente filologico di quest’opera, che consente al lettore di spaziare nel vastissimo territorio della letteratura e scoprirne anche i più remoti anfratti e le più lontane spelonche.
Questo è dunque un libro audace, che può essere fruito sia dall’ascoltatore storico di Guccini, il quale può immergersi nelle pagine e scoprire qualche chicca che non conosceva, sia dal novizio, a cui vengono forniti gli strumenti (più che) essenziali per comprendere la profondità di questo grande autore contemporaneo. Un bel libro per tutti.

David Valentini