La Yasmina Reza che conosciamo, quella di Serge, Felici i felici, Babilonia, è un'autrice brillante di scritti tragicomici, perfettamente inquadrabili nella cornice dell'umorismo. Infatti, la sua penna è abilissima a tracciare momenti grotteschi, risibili e al tempo stesso profondi. Sebbene possieda una voce autoriale rimarchevole, non si conosce così bene Reza madre, Reza figlia o amica. E, per fortuna, nonostante la nuova pubblicazione di Adelphi, Da nessuna parte, si continua a non conoscerla.
Il progetto di Reza consta di due scritti separati: Da nessuna parte, che dà il titolo all'intero corpo testuale, e Hammerklavier, entrambi composti in passato ma riuniti solo oggi. Sono indubbiamente più personali: il lettore conosce i nomi dei figli di Reza, il temperamento del padre e il rapporto che la scrittrice intrattiene con amici e parenti. Tuttavia, l'intento non è quello di creare soltanto un'apertura tra Reza e i lettori, tra Reza e il mondo, bensì anche quello di mostrare il suo pensiero su alcuni concetti cardine della vita. Il dolore, il tempo, lo spazio, il passato e il presente. Di nuovo, la drammaturga si mostra eccezionale. A chi importa, d'altronde, dei suoi fatti privati? Perché dovremmo sbirciare più di quanto lei stessa tiene a farci sapere? Da nessuna parte è la dimostrazione massima dell'incorruttibilità di una scrittrice libera, che non intende darsi in pasto a nessuno e che seleziona le informazioni da condividere.
È certo che in questo mondo una scelta simile può sembrare altezzosa. Insomma, cosa le costa dirci di più sul passato dei suoi genitori? Vorremmo sapere, per esempio, cosa hanno passato sua madre e suo padre, di stirpe ebraica, sotto la guerra. Oppure, come ha coniugato il suo mestiere con la maternità, con i rapporti umani e che tipo di amica sia. Sono dettagli che, oggi come oggi, non faticheremmo a divulgare, essendo scomparsa quasi del tutto la privacy. Ma, scorrendo le pagine del testo, fatto di pensieri, trafiletti e pagine piene, si ha l'impressione che Reza stia condividendo molto più di quel che appare. Non stenta a mostrarsi a disagio con lo scorrere del tempo e nel rapporto con lo spazio, che lei occupa e che tutti i membri della sua famiglia hanno occupato e occuperanno: «Niente da tirare fuori dall'infanzia. Prima o poi gli scrittori ritornano alla propria infanzia. Io non ritorno da nessuna parte, non ci sarebbe nessuna parte dove tornare» (p. 23). La precarietà che ne deriva non è un orpello contenutistico, ma investirà tutta la raccolta e creerà in chi legge una nuova idea di Reza. Un'idea più umana, sensibile, di vicinanza come non si crea spesso con più esplicite biografie.
Nella seconda parte, Hammerklavier, più ampia e caotica, il tentativo di confermare le fragilità dei rapporti umani e delle vite comuni è ben riuscito. Gli scritti sono un po' più personali, rievocazioni di luoghi ed eventi che filano benissimo nella testa di Reza, ma che lasciano in chi legge molti punti interrogativi. Tuttavia, non è frustrante non ricevere conferme, non essere inclusi nelle storie di vita della scrittrice, nei suoi aneddoti sparsi: lei ci vuole dire altro, sta a noi scegliere se seguirla o rimanere sulla superficie della prima lettura. Quando racconta dei battibecchi di due persone a noi totalmente sconosciute o dei rimproveri di sua madre per essersi fatta il segno della croce; o ancora, quando un mattino a una certa Monique passa la voglia di vivere o la sua agente letteraria defunta la rimprovera per la sua pigrizia, Reza non fa che delinearci i rapporti ingarbugliati e confusi tra gli esseri umani. Mostra a noi che leggiamo i difetti dei nostri non-detti, della nostra indifferenza e della malignità che spesso alberga nelle nostre azioni, così come li mette in atto anche lei.
E menomale, potremmo dire, che Reza si svela per com'è. Con il suo cinismo e l'assenza di pietismo insulso per il prossimo. Una lucidità come la sua è una dote rara e preziosa; sa poggiare lo sguardo su più aspetti dell'umanità, ne sa detrarre gli orpelli e le civetterie per costringersi – e costringerci – a guardare solo la realtà. Che sia accettabile o meno. Per questo i personaggi dei suoi scritti sono essenziali, ma ben delineati. Basta leggerne due o tre battute per comprendere il loro temperamento, il ruolo nella vita di Reza e viceversa. Da nessuna parte è la dimostrazione che, spesso, non servono grandi parole o lunghe enumerazioni in letteratura, bensì sacche di sensibilità. O insensibilità, a seconda.
Camilla Elleboro
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