lunedì 24 settembre 2018

Atmosfere cupe nella verde Irlanda: "Neve nera" di Paul Lynch

Neve nera
(Black Snow, 2014)
di Paul Lynch
66th and 2nd, 2018

Traduzione di Riccardo Michelucci

pp. 272
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)



L’ho già detto (e scritto) in altre occasioni, le “seconde prove” che seguono esordi interessanti molto spesso si rivelano deludenti, per cambio di tematiche, di stile o, al contrario, per la mera riproposizione di formule che avevano funzionato ma si rivelano non ripetibili.

Nulla di tutto questo in Neve nera, la seconda opera di Paul Lynch. Nel 2017 ero rimasto folgorato da Cielo rosso al mattino, il romanzo di esordio, e dopo un approccio oltremodo cauto, per i motivi detti, a questo secondo titolo, mi sono reso conto di quanto Lynch sappia narrare storie estremamente diverse fra loro applicandovi stile, toni, ritmo e atmosfere non solo adeguati, ma perfettamente calzanti al contesto.
Barnabas Kane è il proprietario di una piccola fattoria su cui incombe la tragedia di un incendio che distrugge la stalla e fa strage di tutto il bestiame; nell’incendio perde la vita anche Matthew Peoples, il bracciante che si era accorto di quanto stesse accadendo e che era incautamente accorso nel tentativo di salvare le vacche ma era rimasto intrappolato all’interno dello stabile.

Barnabas non ha responsabilità nell’accaduto, eppure da quel momento inizia un calvario senza fine, fatto di ostilità e colpevolizzazione da parte della della comunità, di conflitti in famiglia, di impossibilità a rialzarsi dopo il disastro nonostante l’uomo faccia tutti gli sforzi possibili.

Neve nera è un romanzo faticoso, tutto in salita, dalle atmosfere cupe e tragiche, ammantato di fuliggine (la neve nera, appunto); la vicenda si svolge nelle campagne irlandesi del 1945 ma in realtà il tempo storico è come cristallizzato. Lynch inserisce qua le là alcuni cenni fuggevoli agli eventi del periodo (la Seconda Guerra Mondiale agli sgoccioli, il razionamento del carburante, un particolare modello di automobile) ma in effetti tutto potrebbe essere trasferito all'Ottocento o ancora prima.

Il romanzo parla di diffidenza, rancore, rifiuto di chi e cosa non è conforme alla immutabile realtà condivisa. Barnabas, che di quelle zone è originario, ha il torto di essere un emigrante di ritorno, poiché aveva trascorso alcuni anni a New York per sfuggire all’aridità della terra – e probabilmente dei cuori – del posto in cui gli era toccato crescere ma che lui ha sempre considerato casa sua, tanto da farvi rientro portandosi una moglie americana e un figlio. Tutto questo pone la famiglia Kane in posizione di svantaggio rispetto agli abitanti del luogo, la cui ostilità strisciante e nascosta viene improvvisamente alla luce dopo la tragedia, tanto che Barnabas viene ritenuto (non apertamente ma in modo subdolo e capzioso) responsabile della morte del bracciante. L’intera famiglia viene isolata e ognuno dovrà reagire mettendo in campo tutte le risorse cognitive disponibili, che si riveleranno purtroppo insufficienti.

Neve nera è un romanzo che affronta temi importanti, quali l’incomunicabilità, la chiusura mentale, il rifiuto dell’altro, l'essere considerati stranieri in casa propria; in modo particolare, Lynch smonta la retorica con cui spesso viene presentata la vita rurale, fatta di duro lavoro ma di profonda solidarietà umana: qui non ci sono valori se non quelli sterili e asfittici della consuetudine, della religiosità dogmatica e punitiva, della spietatezza nei confronti di chi in quei valori cerca un senso per poterci convivere.

Lynch popola il romanzo di personaggi estremamente caratterizzati nonostante descrizioni veloci e fatte di poche parole; volti, dialoghi e azioni acquisiscono realismo grezzo e doloroso man mano che la vicenda si snoda fino a raggiungere le pagine finali, drammatiche e intense, in cui si svela la verità inconfessabile che costituisce l’origine del male.

In definitiva, un libro tutt’altro che di facile lettura, volutamente poco scorrevole soprattutto nella prima parte (io l’ho terminato al terzo tentativo, mi sono sentito uno scalatore che ha conquistato una vetta), ma che a conti fatti si rivela un’opera estremamente interessante e degna del tempo dedicatole.

Stefano Crivelli