domenica 23 settembre 2018

#Pillole d’autore – Voglia di tenerezza tra i nidi di ragno

Il sentiero dei nidi di ragno, il primo romanzo di Italo Calvino, fu pubblicato nel 1947. L’esperienza bellica era ancora viva e bruciante per gli autori come per i lettori dell’epoca, rappresentava un sapere comune, una narrazione condivisa. Si avvertiva un’urgenza del dire a cui non sempre corrispondevano esiti soddisfacenti. Calvino stesso, nella celebre Prefazione all’edizione del 1964, confesserà i suoi rapporti ambivalenti con la sua prima opera ed esternerà invece la massima ammirazione per colui che “riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava”. Sta parlando di Beppe Fenoglio e di uno scritto che l’autore non avrebbe fatto a tempo a veder pubblicato:
Una questione privata [1963] è costruito con la geometrica tensione d'un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché. È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.
Il problema per Calvino nasceva dalla difficoltà di rappresentare adeguatamente la Resistenza, che era per lui e altri ancora troppo vicina per riuscire a raccontarla lucidamente, senza cadere nel sentimentalismo, nel moralismo, o negli eccessi idealistici. Nell’ostinarsi a “raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me”, l’autore si trova immancabilmente “a disagio”:
Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare: il linguaggio, il ritmo, il taglio erano esatti, funzionali; più lo facevo oggettivo, anonimo, più il racconto mi dava soddisfazione […]. Ogni storia si muoveva con perfetta sicurezza in un mondo che conoscevo così bene: era questa la mia esperienza, la mia esperienza moltiplicata per le esperienze degli altri. E il senso storico, la morale, il sentimento, erano presenti proprio perché li lasciavo impliciti, nascosti.
È a questo scopo, quindi, quello di allontanarsi per vedere meglio, che Italo Calvino immagina il suo Pin. Lo immagina giovane, contraddittorio: è sboccato, eppure straordinariamente ingenuo; vuole fare il cinico, eppure la sua immaginazione galoppa e filtra il reale; si atteggia a duro, ma ha spesso paura, e spesso si abbandona alle lacrime. I dettagli su di lui si accumulano nella narrazione, contribuendo a creare un ritratto preciso e disarmante: ha “una voce rauca da bambino vecchio”; “una frangia di capelli spinosi”; “lentiggini rosse e nere gli si affollano intorno agli occhi come un volo di vespe”; “ha due braccine smilze ed è il più debole di tutti”; soprattutto, è avvolto in una “nebbia di solitudine” da cui vorrebbe disperatamente uscire. È quasi un crimine far leggere, come si fa (come faccio anch’io), questo libro a scuola, perché nella lettura adolescente rischia di perdersi la sete di tenerezza, la necessità di contatto umano di questo bambino solo, che “dentro ci soffre e si morde le labbra”, che cresce troppo in fretta ma fino in fondo resta aggrappato alla propria infanzia (come alla mano grande e calda del partigiano Cugino). Non capisce davvero la guerra, Pin, anche se si vanta di conoscere la natura degli uomini, e quello che fanno sotto le coperte. Per questo il suo vagare è sempre una ricerca di relazioni, una lotta contro la sua condizione di abbandono:
Pin sale per il carrugio, già quasi buio; e si sente solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini.
Per questo, anche, il criterio di valutazione da lui utilizzato per distinguere i veri amici, gli adulti “meritevoli” in un mondo gretto, è dato dalla loro capacità – quasi sempre mancante – di comprendere la meraviglia del sentiero dei nidi di ragno, i segreti che nasconde. In questo senso, l’avventura partigiana è per lui solo un accidente, scrutato con gli occhi sgranati di chi coglie troppo bene certe dinamiche, ed è invece troppo "innocente" per decifrare quelle più importanti. Perché Pin non capisce la guerra, dicevamo, ed è allora tutta a uso del lettore la sezione più significativa del romanzo, che interrompe con un pretesto il flusso narrativo per condurre un’importante riflessione storica sul senso della Resistenza, attraverso le parole di un personaggio secondario, il commissario Kim:
Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s'accomoda nelle piaghe della società e s'arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. […] Perché combattono, allora? Non hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu sai che c'è coraggio, che c'è furore anche in loro. È l'offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dall'altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.
Ferriera mugola nella barba: - Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?...
- La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. 
Kim, che si trova dalla “parte giusta della storia”, sta adesso avviandosi verso la battaglia, e ognuno dei suoi passi è un tassello in più all’interno di quella storia, che ne manterrà una traccia, seppur esigua. Interessanti allora, oggi più che mai, sono le osservazioni che seguono, che ci mettono di fronte a uno specchio e ci costringono a interrogarci. “Quegli uomini” di cui parla Kim, non sono infatti solo i partigiani, ma siamo anche e soprattutto noi.
Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Cosa faranno “dopo”, per esempio? Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? Lupo Rosso lo capirà [...]. Dovrebbero essere tutti come Lupo Rosso. Dovremmo essere tutti come Lupo Rosso. Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l’ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo.

Edizione di riferimento: Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Club degli Editori (su concessione di Einaudi), 1964.

Per una più sistematica recensione del romanzo di Calvino, vedi qui, o qui.

Carolina Pernigo




"Pin sale per il carrugio, già quasi buio; e si sente solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini." ----------------------- Ce lo ricordiamo tutti il giovane Pin, sboccato, sfacciato, eppure bramoso di tenerezza. "Il sentiero dei nidi di ragno" è stato il primo romanzo di Italo Calvino, che lo ha sempre vissuto con ambivalenza, come rivela nella bellissima prefazione del 1964. In quell'occasione rivela anche molto della complessità di scrivere un romanzo nel dopoguerra, di parlare in forma narrativa della Resistenza: "Il romanzo doveva essere d'azione non perché l'azione contasse in sé ma perché doveva trasmettere energia, stabilire comunicazioni con il mondo, e doveva farlo al modo degli antichi poemi epici, con un linguaggio calibrato al millimetro e tutto funzionale e vivo e che affondasse le radici nel parlato". Noi, a distanza di tempo, continuiamo a trovarlo un libro straordinario. Lo pensate anche voi? #citazionedelgiorno #italocalvino #ilsentierodeinididiragno #quote #instanovel #instaquote #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #quoteoftheday #criticaletteraria
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