sabato 22 settembre 2018

Tutti gli spettri della Zona industriale di Eduard Limonov


Zona industriale
di Eduard Limonov
Sandro Teti Editore, 2018

Traduzione di S. Teti - S. Fronteddu

pp. 123
€ 16,00 (cartaceo)
€ 8,99 (epub)


Chi è l’uomo che piegato al tavolo se ne sta tutto intento, penna alla mano e fili del pizzetto aggrovigliati, a porre dediche e firme su pagine libresche? In copertina, non sono forse replicati, certo nell’algidità della posa, medesimi occhi? Si dà il caso - ma si dà davvero per caso? - che l’uomo sia uno scrittore. Eppure: chi è uno scrittore? Fantastica l’iconografia un uomo di profilo, maestoso, simile al Sant’Agostino nello studio di Caravaggio; penna alla mano e sguardo attento sulle carte; soprattutto: nello studio. Ebbene, laboratorio di Eduard Limonov, l’uomo piegato sull’ultima pubblicazione in italiano delle proprie opere, è stato non una camera – come, ad esempio, per il biografo Emmanuel Carrère – e neppure la strada, bensì il carcere di Lefortovo e dunque la colonia penale. L’affanno della reclusione gli ha permesso la stesura di otto libri in trentasei mesi, come pure segnala Mario Caramitti in prefazione a Il libro dell’acqua (Alet), entro cui l’esistenza romanzesca è narrata nell’inafferrabile fluidità della non-forma.

Chi è, invece, il personaggio che infesta le pagine del libro cui si assegna l’ingiurioso epiteto di letterario? Vaga per il perimetro del foglio, tutto occupato dalle proprie fantasticherie, persegue viuzze e stradine in forma di pretesti; dice a volte io, altre si lascia dire: ma dice davvero? Più sibillino ancora, l’eroe da autobiografia: sotto ogni io potrebbe annidarsi una menzogna. Non che si annidi con sicurezza, ma il lettore dovrebbe leggerlo con sospetto; squittisce piuttosto che cantare. Eroe, certo: e Limonov eroe lo è davvero. Ma ancora: quale Limonov? Il fervente capopopolo dell’ormai fuorilegge partito nazionalbolscevico, l’uomo privato, lo stacanovista che persegue con tenacia avvenire di narratore?

In insegna di Zona Industriale, per pubblicazione e curatela dell’editore Sandro Teti, Limonov osserva il lettore – già obiettivo fotografico -, costringendolo a puntare, come in ogni pagina dell’opera, gli occhi sui propri; gli tiene le tempie, lo scruta. Indossa gli occhiali: non proprio l’accessorio adatto per la protesta di piazza. Sarà dunque un Limonov casalingo, quello presentato dall’autore, facendosi tale nell’attimo stesso della scrittura. «L’uomo è fatto così: levagli il pane, ma lasciagli la possibilità di rifarsi una vita» (p. 7), annuncia in esordio, esponendo il manifesto programmatico dell’opera. Zona industriale si presenta allora nient’altro che tentativo di stesura del volume zero della propria autobiografia. Contro il proposito, temibile avversario: la letteratura. Limonov non può troncare l’esistenza precedente “rifacendosi una vita”, in quanto coincide con la propria figura letteraria; è l’eroe di se stesso. Se alla vita è di tanto in tanto accordato, a seguito di centinaia tra peripezie e tribolazioni, di “rifarsi”, alla letteratura è invece negato: ogni volume sarà sempre al di là del precedente, in progresso costante verso la reiterazione editoriale.

Il passato esibisce le proprie insegne, neppure il tempo di donare alla narrazione della nuova casa, nella zona industriale di Syry, più che tratteggi invece che descrizioni. Appena prima Limonov, chiunque egli sia, descriveva «le cose» restituite dalla colonia penale, l’incontro con Krys, il topolino dal manto bianco abile nell’arte dell’arrampicata attraverso tentare un’inedita iconografia, al pari del pirata che annodi il pappagallo alla spalla.
Come tutte le sere», scrive, «l’avrei fatto uscire dalla gabbia, arrampicare felice sui pantaloni, poi sulla camicia, e infine sulla spalla per poi farlo tornare a terra per perlustrare il corridoio e le stanze del mio appartamento di 62 metri quadri» (p. 13)
sin qui un timido affacciarsi all’avvenire, a una quotidianità indistinta. Il gradino del nuovo paragrafo conduce tuttavia all’abisso: «Invece bussa(ro)no alla porta» (ivi); invece del progetto, la reiterazione. A un eroe come Limonov, sia chiaro, non si manifesta certo uno spettro qualsiasi, un Banquo o chicchessia: piuttosto, un figlio del padre mai incontrato. La sera del progetto e del proposito, della tensione verso l’avvenire, è sostituita dalla memoria, dall’indagine retrospettiva dove non siano in esame gli anni precedenti alla prigionia, bensì quelli antecedenti alla nascita. Una manciata di capitoli più tardi sarà una videocassetta a esibire il passato nella plasticità dell’identico: parrà di scorgere una sequenza di Paris, Texas per regia di Wim Wenders.

Tale, il diletto della stesura episodica: in esordio la promessa colma di buone speranze verso consuetudini tranquille, quotidiane: marito esemplare, onesto padre di famiglia, scrittore come iconografia desidera. Ma l’avvenire denuncia un secondo spettro, più pernicioso del primo: quella della vecchiaia.
Emmanuel Carrère, nel discutere insieme con il figlio la conclusione della biografia limonoviana, è costretto a un interrogativo: come investire una figura così plurale di quel che la letteratura definisce finale?
Credo di sapere - suggerisce il figlio - quale finale ti piacerebbe davvero: che lo facessero fuori. Dal suo punto di vista, sarebbe del tutto coerente con il resto della sua vita, una fine eroica che gli risparmierebbe di morire di cancro alla prostata come uno qualsiasi. (E. Carrèrere, Limonov, tr. it. F. Bergamasco, Adelphi, p. 355)
Limonov non ha alcuna cura della morte, così tanto l’ha carezzata, padroneggiata, evocata da averla innestata nelle proprie consuetudini. Ciò che davvero lo preoccupa è «morire […] come uno qualsiasi», lentamente osservare il proprio declino. Per una ragione ben precisa, segnalata da una pagina di Zona industriale: «Io ho diverse vite: quella letteraria, quella politica, addirittura quella mistica, e, naturalmente, quella privata» (p. 53). La vecchiaia le dissolverebbe tutte e tutte insieme: è il peggio di aver fatto un culto, letterario e politico, di sé stesso. Lo scrittore non riuscirebbe più per l’artrite a romanzarsi su macchina da scrivere, il capopolo non saprebbe condurre un corteo issato sulle grucce, il mistico soccomberebbe al cogente disgregarsi della materia, costretto alle cure sarebbe privato d’autonomia. Due, le figure che incombono nell’opera: Il lupo della steppa di Hermann Hesse, il Faust di Goethe. Due vecchi.

«La stessa inquietudine di Faust ha preso anche me» (p. 97), si legge in un articolo. Non è forse la vecchiaia il forcipe che estrae il passato dal nido entro cui lo si era bandito? Non si invecchia forse come i propri genitori, gli stessi rammemorati nel primo capitolo? Il prosieguo non è allora che un asserto fantasmatico, un magnifico tentativo. Questi, tutti gli spettri dell’eroe Limonov, custoditi, fugati e celebrati in un progetto che sempre tende al prototipo.

Antonio Iannone