venerdì 17 agosto 2018

Cosa guardi, Catania?

Catania non guarda il mare 
di Daniele Zito 
Laterza, Contromano, 2018 

pp. 152 
€ 13 (cartaceo) 
€7,99 (ebook) 



Scrivere un libro su una città non è mai una cosa facile. Il rischio di infarcire la narrazione di stereotipi sull’identità del tessuto urbano e della sua comunità è sempre in agguato, quello di trovare qualche locale che dissenta da come si descrive la propria città assicurato. Daniele Zito – siracusano di nascita ma catanese di residenza, già autore dei romanzi La solitudine di un riporto (Hacca, 2013) e Robledo (Fazi, 2017) – sa che ha corso un rischio scrivendo su Catania, come dice lui stesso nei ringraziamenti alla fine del libro stesso. Catania non guarda il mare è uscito il 5 luglio per la collana Contromano di Laterza, un agile volumetto di 138 pagine con inserti fotografici, la maggior parte dei quali sono dell’autore. 
Da catanese – che da undici anni non vive stabilmente a Catania – ho sperato di trovare nel libro la lucidità e l’originalità necessarie per parlare finalmente in maniera un po’ diversa di Catania, specialmente se chi si cimenta con l’ardua impresa ha sia l’occhio esterno di chi non ha sempre vissuto qui che l’occhio allenato dello scrittore.
Il racconto su Catania che attira e che respinge, Catania di acqua e di fuoco, Catania unica per i suoi arancini e per la sua munnizza ha annoiato. E non perché non sia così, ma perché questo l’hanno già detto in tanti e invece c’è tanto altro da dire. Le prime pagine del libro mi hanno delusa: 
Meglio farsene una ragione: è impossibile amare Catania senza pensare ma chi diavolo me l'ha fatto fare.
Quando la incontri per la prima volta pensi di potertene liberare, purtroppo non è così. Di Catania non si libera mai nessuno. Nel giro di una notte passi dalla completa indifferenza alla più cruda dipendenza.
Catania non si lascia amare in maniera occasionale [...]. Catania esige cure, dedizioni, attenzioni. Catania ti assilla, non ti lascia respirare. Il suo spettro aleggia su di te, ovunque tu vada, tormentandoti.
Catania ama gli assedi. Le conquiste facili non fanno per lei, le considera mere scaramucce, nulla a cui prestare troppa attenzione. A lei piace infiltrarsi nei crani un pensiero alla volta, lenta ma inesorabile. Magari impiega anni per penetrare i tuoi ricordi, ma quando accade non c'è più verso di sfrattarla.
È una città sfasciafamiglie. Capisci di esserne innamorato quando oramai è troppo tardi e non puoi più fare a meno di lei. 
Questo è esattamente quello che non avrei voluto leggere in un libro su Catania, perché – quantomeno io – non riesco a riempire di senso queste parole. Sono le stesse che si potrebbero usare per tante altre città, italiane e non: se si sostituisce “Catania” con “Palermo”, “Napoli” o “Roma” il risultato – e l’effetto di compiacimento sul lettore-cittadino innamorato – non cambia. Ma davvero non c’è niente di meglio da dire oltre a questa retorica? Davvero dobbiamo trattare Catania solo come un’amante passionale di cui siamo in balìa? E così facendo relegarla al ruolo romantico e rassicurante di mito, che si ripete sempre e che ci delegittima da ogni responsabilità individuale perché tanto su di noi comanda lei? 
La statua di Ferdinando II di Borbone
in Via Dusmet
No, non è così, e Daniele Zito lo sa e – col suo libro – lo dimostra. L’autore spiega bene la stranezza e l’ipocrisia di una città pensata «per avere livelli di fruizione differenti, sulla base dei diversi redditi pro capite. Livelli che non devono mai intersecarsi». Le pagine del libro sviscerano questi diversi livelli, e racchiudono preziose storie rimosse, istantanee di lotte cittadine, angoli di architettura dimenticata. Zito guida il lettore per Catania, in una passeggiata da un punto all’altro della città. Segue una mappa precisa, che inizia dalla strana statua senza testa in via Dusmet, di fronte a Palazzo Biscari, e finisce sotto la targa che commemora Pippo Fava, davanti al teatro Stabile della città. In mezzo ci sono i mercati di Catania, i panifici, i chioschi, c’è la Catania della festa di Sant’Agata e la Catania della rinascita culturale e musicale degli anni ’90. 

Camminando per la città, Zito si rivolge direttamente all’amico-lettore-visitatore, dandogli del tu. Peccato per il tono a volte paternalistico, che indebolisce lo stile. E soprattutto per i dettagli sovrabbondanti che ammiccano alla quotidianità presente e ai ricordi passati di una borghesia tra i trenta e i quarant’anni, colta, con cui si cerca un’ironia complice; dettagli che risultano invece autoreferenziali, non colpiscono, non dissacrano (a che serve e a chi serve specificare che tipo di patatine e salatini mangiano i catanesi quando fanno l’aperitivo, o che hanno ai piedi “tacchi arditi sotto caviglie strette culminanti in talloni screpolati” e “mocassini minimal, preferibilmente bianchi, ma anche blu, rossi e verdi”?). 
Daniele Zito (a destra) con Giuseppe Lorenti (al centro)
durante la discussione dopo la presentazione del
libro lo scorso 11 luglio a Catania
I capitoli più riusciti sono quelli in cui si parla dei quartieri e dei luoghi dove un turista non andrebbe mai: Zito racconta con vera passione il tragico sgombero del centro popolare occupato Experia, le serate dei neomelodici catanesi che cantano in napoletano al Fortino, descrive bene quella che è Librino e quella avrebbe dovuto essere, quella che era San Berillo e che invece oggi è a fatica, grazie al lavoro di volontari e animatori culturali. Qui e lì ci sono delle vere chicche, anche per i catanesi, come per esempio la storia della grande documentazione (volantini, foto, lettere, relazioni, ecc) raccolta dal sindacalista Francesco Pezzino sulla storia della città dal 1922 al 1992 , consultabile all’Archivio di Stato di Catania.

L’autore insomma riesce bene nel racconto dei vuoti storici e istituzionali di Catania. «I vuoti di memoria dicono tantissimo di una città e di una nazione» afferma lui stesso durante la presentazione del libro lo scorso 11 luglio al locale Lettera82 di Catania. Insieme a Giuseppe Lorenti, presidente dell’associazione culturale Leggo. Presente Indicativo, Zito ha raccontato di come ha cercato di scrivere di questa «città complicata e sempre più povera», rimarcando un dato importante, e cioè che
non basta essere nati a Catania per essere catanesi. Catania è fatta e vive attraverso le persone che la abitano. Il libro racconta di tutte le persone che stanno a Catania, non solo catanesi ma anche migranti, fuorisede. 
Secondo Zito, Catania non guarda il mare perché dalla città «delle due l’una: o guardiamo l’orizzonte o guardiamo il vulcano, non possiamo guardare contemporaneamente in entrambe le direzioni». E tutto e tutti sono istintivamente rivolti verso l’Etna, quasi a controllare che sia sempre lì e non crei problemi. Ma Catania farà bene a voltarsi il prima possibile e a guardarlo il mare, a incominciare dal suo porto. «Ho finito di scrivere il libro il 31 marzo, prima che chiudessero i porti» ha affermato l’autore, «e il porto di Catania da un punto di vista narrativo è una sfida». C’è da sperare che qualcuno la raccolga presto. 

Serena Alessi 
@serealessi