mercoledì 18 luglio 2018

Rimbaud e la vedova di Edgardo Franzosini


Rimbaud e la vedova


a cura di Edgardo Franzosini
Collana Storie Skira
Edito da Skira, 2018


pp. 96 
dimensioni 14x21 cm
brossura



“La bellezza mi si era seduta sulle ginocchia, e stava per abbracciarmi, quando io l’ho schiaffeggiata e l’ho mandata via” – Arthur Rimbaud
Il fascino del “poeta maledetto” Arthur Rimbaud (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891) continua a incantare vecchie e nuove generazioni, simbolo di un tormento esistenziale indissolubilmente legato al genio letterario, all’onestà intellettuale di un vissuto autenticamente esperito, il poeta al quale, secondo Max Jacob: "tutte le letterature debbono essere riconoscenti".

Con la stessa meticolosità di un attento detective, Edgardo Franzosini ricostruisce in Rimbaud e la vedova, il passaggio dello scrittore in Italia nel 1875, un periodo cruciale della vita personale ed artistica, dopo il quale l’incessante peregrinare dell’esistenza di Rimbaud si spoglierà per sempre della scrittura, per dedicarsi ad attività completamente estranee.
A partire da quel momento Rimbaud, afferma Mallarmé, cesserà di essere “qualcuno che era stato lui, ma non lo era più, in alcun modo.”
Il mistero di quali moti d’animo abbiano condotto il poeta a intraprendere tale scelta, si cela silenziosamente alla base di questa indagine, che tenta di ricostruire il suo soggiorno milanese, durante il quale Arthur sarebbe stato ospite di una sconosciuta vedova, rimasta nell’ombra:
“Si trattava di una donna, se non proprio anziana, sicuramente non giovane né, parrebbe, particolarmente attraente. Una donna dalla quale emanava forse, solamente, “una nobiltà materna inesprimibile”  – Ernest Delahaye 
Alcuni intriganti dettagli, molte congetture e ipotesi, compongono le pagine del libro di Franzosini, che si arricchisce della testimonianza di lettere di amici intimi del poeta, come Verlaine, suo collega ed amante, che attribuisce per primo il sonetto, ritrovato per caso, “Poison perdu” a Rimbaud, intravvedendo in questo i riferimenti al soggiorno meneghino. 

Quale fosse la tipologia di rapporto, che legava Arthur all’elegante signora residente al numero 39 di piazza del Duomo, non è dato sapere, tuttavia è certo che Rimbaud si trovava nel pieno della sua giovinezza e non era refrattario al fascino femminile. 
“Bisogna aver conosciuto Rimbaud - dice Delahaye, per comprendere il fascino che esercitava”, scrive Ernest Delahaye. Il suo, aggiunge il vecchio compagno del collegio di Charleville, era “un fascino sia morale che fisico”. Arthur possedeva “tutte le seduzioni a un grado inaudito”. La sua lingua “di diamante” era “forte e vivificante come l’aria pura...”. Il suo cuore era senza “tare né volgarità”. 
Arthur Rimbaud, dopo le due settimane trascorse a Milano, abbandona la scrittura per dedicarsi ad altre attività, tra cui quella mercantile d’armi in Africa. Brucia rapidamente il suo talento, vive ad un’intensità sconosciuta quasi a qualsiasi altro essere umano, talvolta come risultante del suo girovagare incessante per sfuggire al conformismo borghese, talaltra attraverso le droghe. Un'anima che a circa ventiquattro anni sembra essere stanca, consumata al punto da decidere di concludere la sua produzione poetica, per morire una decina di anni più tardi di cancro e sifilide.

“Credo di essere all’inferno, tuttavia sono qui” (Arthur Rimbaud)

Elena Arzani