sabato 14 luglio 2018

#CriticaLibera - Per una nota a margine a "Patria"


Ci sono romanzi che commuovono. Ci sono romanzi che fanno arrabbiare. Ci sono romanzi che mettono paura. Ci sono romanzi che annoiano e ci sono romanzi che divertono. Poi ci sono quelli che rapiscono e ce ne sono altri che tolgono il sonno. Ci sono anche romanzi che emozionano. E poi, alla fine, ogni tanto, sempre più raramente, ci sono romanzi totali, romanzi che sono universi complessi che intrappolano il lettore nella finzione, una finzione che scarnifica la realtà fino a mostrarne le ossa, la parte più dura e ruvida. Spesso sono romanzi universali: anche se narrano di un tempo e un luogo specifico avranno sempre qualcosa da dire a chiunque, in ogni epoca e in ogni angolo del Pianeta. A questa ultima categoria di romanzi appartiene Patria, di Fernando Aramburu, in Spagna ormai giunto a più di venti edizioni, tradotto in decine di lingue; in Italia premiato, tra gli altri, dallo Strega europeo. Già recensito a suo tempo su queste pagine da Gloria Ghioni, Patria è, senza mezze misure e con notevole distacco, il più importante romanzo in lingua spagnola del XXI secolo. Ciononostante, affonda le sue radici nel secolo scorso, il Novecento, durante il quale la Spagna conosce una sanguinosa e fratricida Guerra Civile, quasi quattro decenni di dittatura che hanno lasciato come strascico, tra gli altri, la lotta armata nei Paesi Baschi, ETA.

Ecco, Patria parla di Spagna, parla di terrorismo, parla di Guipuzcoa e Vizcaya. Parla di Euskadi. Ma parla di tutti noi e dei conflitti che da sempre lacerano le nostre esistenze e determinano il nostro percorso su questa Terra. Non si aspetti, quindi, il lettore uno studio del fenomeno ETA. Come non si aspetti il lettore di Sciascia uno studio della mafia in Il giorno della civetta. Aramburu l’ha ribadito anche a Torino al Salone Internazionale del Libro: “Non sono un esperto di ETA, sono basco”. Come Sciascia che in A futura memoria diceva di non essere un esperto di mafia, ma un siciliano. Se sei basco, se sei basco e sei nato nel 1959 come Aramburu (ETA si costituisce nel 1958 e si scioglie nel 2018), ETA la vedi intorno a te. ETA è il tuo vicino di casa, il tuo macellaio, il tuo panettiere. E le vittime di ETA sono l’edicolante, il lattaio, il tuo dirimpettaio. E tu sei lì, nel mezzo, a comprare la carne dal carnefice, il giornale dalla vittima; e vittima e carnefice vanno a messa nella stessa Chiesa, parlano la stessa lingua, hanno, magari, lo stesso nonno torturato dai Franchisti durante la Guerra Civile. Questa è la Spagna nella sua essenza: un Paese il cui presente è ancora enormemente determinato da quell’unico evento storico che nel XX secolo l’ha messa al centro del mappamondo, il conflitto del 1936-1939. Il primo aprile del ‘39 Franco entrava vittorioso a Madrid e iniziava una delle più longeve e sanguinose dittature europee del Novecento.

Le poche critiche ricevute da Patria sostengono che il romanzo riduce la lotta armata alla rivalità tra due famiglie. Non è vero: in Patria Aramburu mostra fino che punto e con quali conseguenze la lotta armata abbia spaccato le vite delle donne e degli uomini comuni, come abbia fratturato, ferito, dissanguato l’intera società basca, senza risparmiare nessuno. E come, questa società, proprio a partire dalle donne e dagli uomini comuni abbia saputo uscirne, abbia saputo guardare oltre: perché non è un mistero che ETA abbia iniziato a indebolirsi nel momento in cui le è venuto meno il sostegno di Euskadi; nel momento in cui quello stesso popolo basco che durante il franchismo vedeva nell’organizzazione terroristica una via di fuga all’oppressione della dittatura, in democrazia aveva capito che il linguaggio politico era cambiato: non più la forza, ma la parola. Forse per questo nessun basco, nel romanzo, rinuncia all’euskera: tutti lo parlano. Le madri sono ama e i padri sono aita. Senza distinzioni. La lingua è universale e unisce, sembra dirci il narratore nel personaggio di Gorka, il fratello poeta pacifista dell’etarra Joxe Mari.

Ma Patria è soprattutto la storia di due donne, Miren e Bittori, amiche per la pelle e poi divise da ETA, dal destino che l’organizzazione ha scelto per i loro uomini: madre di un terrorista la prima (Joxe Mari), moglie della vittima (Txato) di un attentato organizzato dal figlio dell’amica la seconda. Miren e Bittori sono le due facce della società basca, matriarcale, a differenza di quella del resto di Spagna; incarnano il doppio volto di un pezzo di terra compreso tra Francia e Spagna che è piombato in un certo momento nel buio più profondo e, piano piano, dall’abisso è riuscito a risalire. Sono donne forti, testarde, che reggono da sole il peso della colpa e del dolore; del carnefice e della vittima.

Tra Miren e Bittori, Joxe Mari e il Txato, il bianco e il nero, ci sono i grigi. E questi grigi sono le decine di personaggi che popolano Patria. Sono la figlia maggiore di Miren, Arantxa, che condanna con fermezza gli atti terroristici perpetrati dal fratello Joxe Mari, ma allo stesso tempo gli apre gli occhi fino a fargli chiedere perdono. Come se sapesse della gran fortuna che ha il fratello e che non hanno le sue vittime: poter scegliere un percorso diverso. Sono Xabier, il figlio maggiore di Bittori, che da medico cura le botte subite da un militante di ETA torturato dalla Guardia Civil durante un interrogatorio. Sono Gorka, il fratello minore di Joxe Mari, che decide di lottare per il popolo basco con la poesia, che decide di fare della lingua, della parola, la sua arma, come predicava Unamuno nella prima metà del XX secolo.

Patria, un romanzo totale. Un universo racchiuso in 640 pagine che volano via leggere, ma allo stesso tempo capaci di creare un solco nella coscienza del lettore (non solo spagnolo o ispanista). Un titolo impegnativo, che rimanda alla patria vilipesa da 40 anni di dittatura, ma anche alla patria martoriata dalle bombe e dalle stragi. Una patria spesso individuale, un libro dei sogni che ciascun personaggio porta dentro e vive a suo modo. Una patria che va oltre i confini del Paese Basco e si estende a tutta la Spagna: cos’è la Spagna, questo lembo di terra in cui si parlano 4 lingue e in cui convivono almeno 4 nazioni? Che si sono fatte la guerra tra di loro, che si sono odiate, ma anche amate. Che sono state grandi insieme e insieme sono cadute nel baratro di quarant’anni di dittatura. E quando hanno iniziato, Euskadi e la Spagna, a vincere la loro guerra al terrorismo, l’ultima grande sfida che ha consegnato loro la Storia?

Patria non condanna, non emette sentenze e lascia al lettore il compito non tanto di giudicare, quanto di capire. E capisci, nella lettura, alla fine. Gli ultimi cinque micidiali capitoli in cui ti si palesa di fronte agli occhi che il confine tra il bene e il male non esiste, neanche nei Paesi Baschi dove, per lo meno, è evidente chi è il carnefice e chi la vittima. C’è una causa (l’autodeterminazione) che viene portata avanti con il metodo sbagliato. Alla fine, il lettore sa che il terrorismo è una cosa orribile; che ETA, l’organizzazione, è esecrabile. Ma il narratore gli lascia intendere che anche il singolo etarra Joxe Mari, un personaggio complesso e nel finale contradittorio, è anch’egli una "vittima": ha smesso di vivere a vent’anni, consegnando la sua gioventù a un fucile e quattro bombe. Ha fatto l’amore per la prima volta in carcere, già uomo, e non ha amato che un’idea irrealizzabile, un sogno d'indipendenza raggiungibile solo attraverso una lotta armata anacronistica. Il disincanto del quarantenne che si rende conto di aver gettato via l’unica vita che gli era stata data è una pugnalata alle spalle del lettore: alla fine, il narratore non ti lascia odiare del tutto Joxe Mari. E allora prevale il punto di vista di Bittori, del familiare della vittima, che non chiede altro che le sia data l’occasione di perdonare. Di perdonare Joxe Mari, a cui da bambino comprava il gelato e che da giovane uomo ha firmato la condanna a morte di suo marito, il Txato. Perché Bittori ha capito che ETA ha fatto molte più vittime di quelle che si pensa. Ma che c’è una differenza sostanziale, di peso, tra chi è morto ammazzato da ETA e chi, invece, ha premuto il grilletto o preparato l’esplosivo e ha mandato in fumo i suoi anni migliori: il primo non ha potuto scegliere e non avrà mai una seconda opportunità.


Alessio Piras