venerdì 4 maggio 2018

"In compagnia della tua assenza": lettera d'amore a una madre mai conosciuta

In compagnia della tua assenza
di Colette Shammah
La nave di Teseo, 2018

pp. 219
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


"Questa non è un'autobiografia e nemmeno una biografia romanzata. È una confessione da figlia a madre che non aveva ancora trovato voce". 
Operazione pericolosa, quella di partire dalla fine: si rischia di svelare troppo. Non me ne vogliate a male. Il fatto è che se leggerete In compagnia della tua assenza, di Colette Shammah, per tutto il tempo avrete il dubbio: sarà una storia vera? Quanto c'è di vero? È mai possibile che...? Poi arriverete alla fine e leggerete questa Nota, che apparentemente risolve tutto (e invece non svela granché). 
In compagnia della tua assenza è una lunga lettera d'amore scritta da Esther per sua madre Sophie. Ebrea di Aleppo quando essere ebrei voleva dire portare un marchio, Sophie studia in Francia ma il nazismo le impedisce di accedere all'agognato Baccalaureato. Costretta dall'infuriare della guerra a un precipitoso ritorno in Siria, e poi nuovamente in fuga quando la nascita dello Stato di Israele la rende straniera nella sua città natale, Sophie matura e invecchia in Europa, a Milano. È qui che consolida la sua famiglia, marito spesso in viaggio e quattro figlie, frequentando i circoli più sofisticati e le persone in vista, senza mai consegnare la sua vita privata a nessuno.


All'inizio del libro Sophie, ormai anziana, ha deciso di morire e chiede a Esther, non la sua figlia preferita ma la più devota, di aiutarla a compiere l'ultimo viaggio della sua vita. Ecco che si apre la lettera d'amore, una sorta di ode alla vita di una madre che Esther non ha mai veramente conosciuto.
Sophie si assumeva la responsabilità di decidere. E di criticare. Aveva la innata capacità di sentirsi pronta e a casa ovunque. E di abitare a pieno titolo la sua realtà. 
Reticente sulle sue origini e sui momenti più oscuri della sua gioventù, Sophie ha provato a insegnare alle figlie a essere eleganti e controcorrente, a non rinunciare mai alla bellezza, senza esserne veramente compresa. Troppo misteriosa, fredda, apparentemente frivola - ma chissà se quella frivolezza non fosse un guscio duro contro le brutture del mondo? Il dubbio rimane. Ognuna delle sue figlie interpreta quel carattere a modo proprio, con i pochi indizi che ha, in un rapporto madre-figlia (ma anche tra sorelle) che non è mai scevro di accuse e incomprensioni.
In famiglia si diceva che era colpa tua, che la nostra disunione era frutto della tua volontà anarchica, che ci avevi cresciute senza regole, privilegiando l'individualismo allo spirito di gruppo. 
Nessuna può dire di conoscere Sophie, che, misteriosa e distaccata in vita, nel romanzo scritto dopo la sua morte ha poche opportunità per difendersi e mostrare il suo punto di vista.

Il racconto della sua vita appare lungo (eppure sono appena 200 pagine) perché è una somma di piccole esperienze, ricordi, spunti: ogni episodio è accennato appena, scollegato dai precedenti - come se ogni capitolo potesse dar vita a racconto un autonomo. In tal senso non è una storia di fatti e di cose, ma di sentimenti, impressioni, di affetto nel risentimento.

La lettura scorre con uno stile delicato, come riservato, non esagerato nell'espressione di gioie e dolori, eppure è l'ottica stessa da cui avviene la narrazione a esprimere bene il punto di vista di Esther e delle sorelle, il loro dolore per un pezzetto di infanzia che è mancato. Colpa della modernità di Sophie, che pure ne fa un modello tra le donne? Colpa del suo vivere in modo non convenzionale?

Ho trovato invece fastidiosa l'idea di titolare ogni capitolo con frasi eccessivamente didascaliche rispetto al contenuto delle (poche) pagine successive (inutili, tra l'altro, visto che il libro non è fornito di indice).

Alla fine del romanzo, rimane il dubbio: una storia come questa, anzi, un sentimento come quello descritto può non avere un fondamento di verità?

Francesca Romana Genoviva

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