mercoledì 28 febbraio 2018

Invito al Nobel - Il kolossal di Henryk Sienkiewicz: "Quo vadis?"

Quo vadis?
di Henryk Sienkiewicz
Oscar Mondadori, 1984

Traduzione di Tito Zucconi


pp. 652
€ 12,00

Ho saputo che hanno luoghi in cui si adunano a pregare, per lo più fuori città, in case disabitate e sotterranei. Ivi adorano Gesù Cristo, cantano inni e fanno delle cene.
Da bambina, la sigla d.C. non mi piaceva. Io adoravo Roma, Repubblica prima e Impero poi. Amavo i monumenti, il suono della lingua, ero cotta di Cesare e Augusto. I miei primi sussidiari indicavano, tra le concause che portarono alla caduta della civiltà romana, anche l'avvento della religione cristiana. Vedere il d.C. faceva quindi scattare in me il conto alla rovescia per la disgregazione del mio periodo storico preferito. Facevo quasi il tifo per i leoni nell'arena quando leggevo delle persecuzioni, giudicavo Costantino un debole che aveva legittimato un virus all'interno della più grande città del mondo allora conosciuto. 
Ero una bambina notevolmente assolutista. 
Uno dei film che, a spizzichi e bocconi, devo aver visto almeno dieci volte durante i vari palinsesti pasquali è stato Quo Vadis?, che raccontava dell'amore tra Vinicio e Licia sullo sfondo della Roma neroniana e si incentrava sulle prime persecuzioni contro i cristiani. La scelta per la lettura del mio secondo Nobel di questo 2018 è caduta quindi sull'omino Quo Vadis? di Henryk Sienkiewicz, vincitore del premio nel 1905.
Roma governava il mondo, ma ne era anche la cancrena, così da essa emanava già la puzza di cadavere, e sulla sua vita cadente già si estendeva l'ombra della morte.
Roma vive i fasti della prima epoca imperiale. Sul seggio dei Cesari siede il vizioso Nerone che si crogiola in una corte fatta di adulatori, corrotti morali e violenti. Tra di essi c'è Petronio, arbiter elegantiarum e finissimo conoscitore di arte e letteratura; proprio per queste sue doti è carissimo all'imperatore che ha bisogno di lui per soddisfare le sue pretese artistiche come aedo e poeta. Petronio ha un nipote, Vinicio, figlio della sorella e tribuno nelle legioni di Cesare. Ma se Vinicio non ha mai tremato di fronte alle orde scatenate dei Bitini, ora oscilla tra gioia e disperazione, tra tenerezza e violenza: si è innamorato. La destinataria del suo amore è la bellissima Licia Callina, figlia del re dei Lici e ostaggio politico nella capitale. Non c'è solo la differenza di status a separarli, ma anche la loro fede. Vinicio è infatti pagano, mentre Licia aderisce alla nuova fede religiosa che venera un uomo crocifisso sul Golgota sotto Ponzio Pilato: il cristianesimo.

Pubblicato prima a puntate sulla Gazzetta Polacca e poi riunito in un unico volume nel 1896, il romanzo valse il Nobel al suo autore "per i suoi notevoli meriti come scrittore epico". E Quo vadis? è un kolossal, sia sullo schermo che sulla pagina, che ha fortemente influenzato il modo di volgersi e pensare all'Impero romano.
Il titolo, ormai quasi un modo di dire nel parlare comune (o almeno, al liceo ce lo chiedevano quando ci si alzava senza permesso) si riferisce alla tradizione secondo la quale Pietro, durante la fuga da Roma per non incorrere nella persecuzione neroniana, avrebbe incontrato il Cristo. Pietro rivolse la domanda "Quo vadis, domine?" ("Dove vai, maestro?") e si sentì rispondere che andava a Roma a farsi crocifiggere di nuovo visto che Pietro abbandonava il suo gregge.
Quo vadis? è un'opera epica di bianchi e di neri. La narrazione si svolge infatti su grandi piani di conflitto assoluti. Da una parte c'è Roma, non ancora all'apice della sua espansione, ma già internamente sfinita del vizio, dolciastra, come una splendida rosa che inizia a decomporsi. Dall'altro lo stato nello stato cristiano con la sua purezza, la sua bontà assoluta e la sua capacità di governare senza volerlo. Da una parte il paganesimo, fatto di convenienze e apparenza, di divinità mute per quanto così simili agli uomini. Dall'altra il Cristo e Dio, fatti di bontà e amore, pronti ad accogliere i puri di cuore. Meglio ancora se dopo il martirio.
Tutti i personaggi, con poche eccezioni come il filosofo Chilone Chilonide, profittatore e voltagabbana e uno dei migliori personaggi di tutto il romanzo, sono l'incarnazione di vizi o virtù. Nerone è il Male, Petronio il Piacere, Ursus la Forza/Fedeltà, Licia la Purezza, Vinicio l'Amore. Come carte dei tarocchi che possono essere dritte o capovolte, anche i protagonisti di Sienkiewicz possono cambiare e convertirsi, ma solo in maniera fulminea e subitanea, in un modo che, forse, al lettore moderno, pare incredibilmente irreale. Ma è tratto distintivo dell'autore che mirava a "confortare i cuori" e ad addolcire la visione della vita per il lettore. 
Vinicio e Licia sono l'incarnazione di queste contrapposizioni. Rappresentanti eletti dell'amore impossibile sono, all'inizio, contrapposti per via dell'adesione di lui al paganesimo e ai suoi disvalori tanto che per lui, che pure si professa innamorato, avere Licia si può tradurre solo in una forma di possesso.
L'amava, la voleva. Quando pensava che ne era amato e che spontaneamente avrebbe acconsentito a tutto ciò che desiderava s'impadroniva di lui un affanno, un'ansia grande, dolorosa, una profonda tenerezza, che gli pervadevano tutta quanta l'anima. Ma aveva anche dei momenti nei quali impallidiva dalla rabbia, e addirittura impazziva al pensiero delle umiliazioni, dei tormenti che voleva fare scontare a Licia, quando l'avesse trovata.
Una volta superato l'ostacolo della fede diversa per via della fulminea e poco introspettiva conversione di Vinicio che viene tenuta nascosta per non suscitare le ire di Nerone, tra loro si contrappone la persecuzione. A seguito del grande incendio del 64 d.C. che Nerone, su suggerimento di Tigellino prefetto del pretorio, attribuisce ai cristiani, parte la prima delle grandi persecuzioni su scala dei seguaci della nuova fede. 
Le descrizioni e l'ambiente storico sono incredibilmente fedeli e precise, fermo restando le conoscenze archeologiche e storiche dell'epoca. Non si può negare che l'autore sia stato influenzato da fonti come Svetonio e Tacito, poco generosi nei confronti di Nerone e dell'istituzione imperiale che viene presentata come la sentina dei vizi dell'intera umanità. L'autore offre un panorama mitico sulla vicenda del grande incendio. La teatralità della scena, la messa in mostra dell'inizio della caduta del mondo com'era stato fino ad allora conosciuto, riecheggia a distanza ormai di oltre un secolo.
Lo seguirono gli augustiani e un coro di cantori, che portavano cetre, liuti e altri strumenti musicali. E tutti trattenevano il respiro, in attesa di qualche grande parola [...] Ma Nerone rimaneva là, solenne, silenzioso, avvolto nel suo manto di porpora, cinto il capo d'una ghirlanda di fronde di lauro, e mirava la furibonda potenza delle fiamme.
Un'opera di grande magnificenza, che porta sulla scena lo straordinario teatro che è stata Roma. Quo vadis? rende omaggio a due delle più grandi forze storiche di tutti i tempi, amplia l'eco dei secoli e aiuta a sminuire un po' il senso di countdown che mi prende nel leggere la sigla d.C.

Giulia Pretta

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