sabato 10 febbraio 2018

#Criticanera - Malanottata - un giallo ambientato in una Sicilia solo apparentemente lontana

Malanottata
di Giuseppe Di Piazza
HarperCollins, 2018

pp. 283

€ 17,00 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)


L'ultimo romanzo del giornalista ed editorialista de Il Corriere della sera Giuseppe Di Piazza si intitola Malanottata ed è ambientato nell'assolata Palermo del 1984.
La storia si apre col rinvenimento del corpo di una escort di lusso di nome Veruska, che muore in seguito ad un violento pestaggio e ad un'aggressione con l'acido.
La bellezza di questa donna fuggita dalla Repubblica Ceca è nota in tutta la città, come pure la dolcezza che dimostra nei confronti dei suoi ricchi clienti, tanto da farla apparire come la protagonista della canzone Bocca di rosa di Fabrizio De Andrè:
Si chiamava Vera Nemecek, Veruska per chi poteva permettersela. Ed era bella come il mare tiepido sul corpo nudo, in un mattino presto d'estate, davanti agli scogli di Marinalonga.
A tentare di far luce sul delitto c'è Leo "Occhi di sonno" Salinas, giovane praticante di un quotidiano  locale (in dialetto siciliano Biondino) che narra la storia in prima persona, ad eccezione dei capitoli nei quali è la stessa Veruska a raccontarci la sua triste vicenda.


In una Palermo avviluppata ai tentacoli della "Piovra", il lettore è portato a domandarsi se la morte della giovane sia stata causata dalla Mafia, che in quegli anni spadroneggia incontrastata mentre le forze dell'ordine e gli organi giudiziari tentano di arginarne la furia e la violenza, o se, più semplicemente, non si sia trattato di un omicidio passionale.
La Sicilia è la capitale mondiale dell'allusione, del non detto, del detto al contrario perché ognuno capisca da solo il vero senso dei sì, che spesso sono no, e la profonda verità che si nasconde nelle menzogne che l'un l'altro, con rispetto, ci diciamo.
Il libro di Di Piazza scorre bene, le caratterizzazioni dei personaggi sono indovinate (forse un filo stereotipate), e su tutte troneggia quella del barone Bruno Capizzi di Montegrano, nobile la cui casa ed il cui stile di vita ricordano moltissimo le atmosfere proprie de Il Gattopardo.
Il tufo della villa mi accolse ricordandomi che il tempo, a Palermo, è pura convenzione.
Lo stile è accattivante, e l'inserimento di termini in dialetto (a cominciare dal titolo) aiuta a penetrare ancora di più nella storia, come pure l'uso di oggetti che attualmente fa quasi sorridere (come le cabine telefoniche), la spiegazione di un metodo giornalistico che oggi è molto mutato, il richiamo a canzoni dell'epoca (la musica gioca un ruolo molto importante nella vita di Leo), ad autori di libri amati dai giovani (su tutti merita una citazione Milan Kundera, che ancora non aveva raggiunto la fama di nostri giorni, ma le cui opere già venivano apprezzate), al rito del caffè e della sigaretta dovunque:
In quegli anni fumavano tutti, e ovunque. Al cinema, nelle cuccette dei treni, in aereo. E si fumava negli ospedali: noi fuori, in attesa che qualcuno ci dicesse qualcosa, i medici e i pazienti dentro, in corsia, negli ambulatori. Era un Carnevale di Rio un po' tossico, senza ombra di paura né di rispetto per i rari non fumatori.
Sicuramente, però, quello che più consente di comprendere l'atmosfera è il richiamo a fatti di cronaca realmente accaduti in quegli anni, come il caso Mattei ed il sequestro del giornalista Mauro Di Mauro, anche se manca ancora circa un decennio alle due stragi di Mafia che resteranno tristemente incise nella memoria collettiva.

Tutto sembrerebbe ben congegnato all'interno di questo giallo atipico, in cui sono l'amore, la passione e la conseguente ossessione il vero motore dell'intera vicenda:
Avrei voluto chiedergli: scusi, signor Bevilacqua, ma secondo lei esiste una quantità giusta d'amore?
Nei ringraziamenti della storia veniamo a conoscenza del fatto che è stato Pietro Grasso, all'epoca Procuratore Nazionale Antimafia, a raccontare a Di Piazza un fatto di cronaca realmente avvenuto negli anni Settanta, quando una prostituta venne realmente uccisa con modalità simili a quelle descritte nel romanzo. Ecco allora che la storia acquista tinte ancor più fosche perché reali, seppur romanzate.

Tra tutte le critiche entusiaste di Mlanottata la mia, però, è una voce fuori dal coro: da sempre adoro le storie ambientate sulle isole, ed in special modo quelle che si muovono sullo sfondo della Sicilia, ed ancor di più amo quelle che si svolgono in un contesto storico a noi abbastanza vicino, ma sufficientemente lontano da poterlo guardare col giusto distacco.
Malanottata sembra possedere tutti gli ingredienti giusti, però alla fine non mi ha lasciato quel sapore che mi aspettavo: mi è parso che l'autore non avesse interesse ad approfondire certe tematiche, ma solo a citarle, a sfiorarle, come a voler ricordare al lettore sensazioni, situazioni ed eventi dei quali è già a conoscenza.
Il finale, poi, che qui non menzionerò per non rovinare la sorpresa a quanti vorranno approcciarsi a questo libro, è stato trattato in maniera troppo frettolosa, e i pensieri conclusivi di Leo sono davvero di una banalità che il lettore che ha avuto la pazienza di arrivare fino all'ultima pagina non merita.

Sicuramente quanti amano i noir e le ambientazioni nostrane non mancheranno di apprezzare il romanzo di Di Piazza; senza dubbio, però, ci sono dei punti che si sarebbero potuti approfondire maggiormente, delle vicende che avrebbero richiesto maggiore attenzione.
Attendiamo il prossimo libro dell'autore e vediamo se saprà regalarci ancora emozioni, magari migliorando qualche punto debole delle sue storie.

Ilaria Pocaforza

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