mercoledì 24 gennaio 2018

Nessun uomo è un'isola, tanto meno un libraio: "La misura della felicità" di Gabrielle Zevin

La misura della felicità
(The Storied Life of A. J. Fikry)
di Gabrielle Zevin

Nord, 2014

Traduzione italiana di Mara Dompé

pp. 320

€16 (cartaceo)


Il proprietario di Island Books, A. J. Fikry, è un libraio sui generis. Burbero e solitario, rimasto vedovo da poco, A. J. vende soltanto libri che corrispondono ai suoi gusti e, se un cliente chiede un titolo più commerciale, non risparmia improperi e ha un totale disgusto nei confronti dei turisti (the summer people) che ogni estate affollano l’isola di Alice. Le sue giornate si concludono sempre con una cena surgelata scaldata al microonde, fiumi di vino scadente e un’occhiata alla sua unica proprietà di valore, una copia della prima edizione del Tamerlano e altri poemi di Edgar Allan Poe. Nel giro di pochi mesi, però, due eventi cambiano la sua vita: il Tamerlano sparisce dall’appartamento di A. J. e, dopo pochi giorni, una bambina di due anni, Maya, viene lasciata nella sua libreria, insieme a una lettera in cui la madre supplica il libraio di prendersi cura della piccola e di farla crescere tra i libri.

Questo romanzo di Gabrielle Zevin è una grande dichiarazione d’amore per le persone e i professionisti che fanno parte del mondo dell'editoria. Una fetta particolare di quest’amore ovviamente è riservata ai gestori delle librerie indipendenti come A. J. Fikry, persone capaci di dare la propria impronta a una intera comunità. Un mondo che per noi lettori è di fatto una “filiera” virtuale diventa poi in questo romanzo una galleria di personaggi in carne e ossa: Amelia Loman, dolcissima rappresentante editoriale; Daniel Parish, autore diventato personaggio di sé stesso, bravo scrittore ma una persona orribile; la penna sfuggente dietro The Late Bloomer; il poliziotto Lambiase, uno dei personaggi meglio riusciti, che si appassiona alla lettura per amicizia e per affetto e finisce per diventare l’organizzatore del gruppo di lettura più frequentato di Alice.


Nonostante la sua deliziosa leggibilità, La misura della felicità è un libro profondamente metaletterario, che si interroga continuamente e in modo decisamente scoperto su due domande fondamentali. La prima: cosa definisce un racconto (leggi: una vita) “ben costruito” o “mal costruito”? La seconda: se la vita in fondo non è altro che un “testo” narrativo, è più facile paragonarlo a un romanzo o a una raccolta di racconti, di per sé irregolare e frammentaria? A. J. Fikry pensa che la sua vita sia una raccolta di racconti, ed è proprio per questo che ogni capitolo di La misura della felicità è introdotto da una piccola scheda su una short story, una mini-recensione se vogliamo, diretta da A. J. a Maya, la sua “piccola nerd”. 

(Questo, tra parentesi, è il motivo per cui non sono per niente d’accordo con il titolo scelto dall’editore per la traduzione italiana del romanzo: La misura della felicità è un titolo qualunque, mentre quello originale, The Storied Life of A. J. Fikry, letteralmente “la vita istoriata di A. J. Fikry”, è forse meno appetibile a un pubblico da supermercato, ma riflette in modo perfetto la struttura del libro. Anche il sottotitolo è sbagliato. "Come una bambina insegnò a suo padre ad amare i libri"? A. J. Fikry amava i libri già prima dell'arrivo della piccola Maya. La bambina, semmai, gli ha insegnato ad amare i lettori.)

Ma torniamo alle domande. A. J. Fikry pensa di vivere una raccolta di short stories. Gabrielle Zevin – o l’anonimo narratore, che per quel che sappiamo potrebbe anche essere Maya – racconta però la sua storia in un romanzo. Credo che il messaggio fondamentale di questo libro sia proprio in questa scelta: per quanto fondati su una irregolare e imprevedibile frammentarietà, gli eventi della nostra vita fanno parte di un percorso, costruito dalla rete di affetti e dai legami che abbiamo costruito con le persone che amiamo e con la nostra comunità. La misura della felicità è ambientato in un’isola e il suo protagonista è il padrone di “Island Books”, i libri dell’isola; come diceva il vecchio John Donne, però, nessun uomo è un’isola. Questa citazione è la prima cosa che un cliente vede entrando nella libreria di A. J. Fikry, l'amante di isole letterarie. Per quanto possiamo considerarla passeggera, con cinico realismo, la nostra presenza e la nostra eredità sono tangibili in tutte le persone che interagiscono con noi. 

Non avrei mai immaginato di rimanere così piacevolmente sorpresa dalla prosa intelligente di questo libro: Gabrielle Zevin riesce a essere dolce e pungente allo stesso tempo. La misura della felicità è uno di quei libri che ti fanno sentir fiero di appartenere al genere umano (e a una specie tutta particolare del genere umano, la “gente dei libri”), nonostante il suo titolo melenso.

Laura Ingallinella
@lauraingalli

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