mercoledì 4 gennaio 2012

Cronaca di una morte annunciata

Cronaca di una morte annunciata
(Crónica de una muerte anunciada, 1981)
di Gabriel García Márquez

Traduzione italiana di  Dario Puccini


Einaudi, 2006 (prima edizione italiana Mondadori, 1982)
pp. 90
 

"Il giorno che l’avrebbero ucciso, 
Santiago Nasar si alzò alle 5,30
del mattino per andare ad 
aspettare il bastimento 
con cui arrivava il vescovo."

Il finale è svelato all’inizio, ma la tensione narrativa non ne risente, tutt’altro. Strutturato come un reportage giornalistico, il racconto procede ricostruendo l’accaduto secondo le prospettive dei diversi attori, tutti più o meno coinvolti nella vicenda principale (l’omicidio) attraverso situazioni e fatti secondari ma in vario modo a essa collegati.

Tutta Macondo festeggia il matrimonio della giovane Angela Vicario con l’affascinante, misterioso e ricchissimo Bayardo di San Román; a poche ore dalle nozze però la giovane viene ripudiata e riconsegnata dallo sposo alla famiglia poiché scoperta non più illibata. Ai familiari la ragazza confessa di essersi concessa a Santiago Nasar, un giovane estanciero. Ai fratelli (i gemelli Pedro e Pablo) tocca l’onere di lavare nel sangue l’offesa recata a tutta la famiglia.

Partendo da una fabula semplice – apparentemente quasi banale – Márquez tesse un ricchissimo ordito fatto di testimonianze e memorie e di una serie di personaggi che si intrecciano perfettamente, conducendo gradualmente il lettore al finale che, ricollegandosi all’inizio in una perfetta struttura circolare, svela particolari che completano e danno senso alla vicenda. Il fatto è ripreso a distanza di anni, e nel racconto compare lo stesso scrittore ragazzino, anch’egli testimone del procedere di questa strana storia. 
Sì, strana, poiché dai racconti dei testimoni emerge il fatto che tutta Macondo era al corrente di ciò che i fratelli Vicario stavano per fare, e che proprio essi, paradossalmente, avevano tentato con ogni mezzo di evitare l’assassinio, cercando di essere arrestati in modo da garantirsi una via d'uscita dignitosa.
Sono proprio i fratelli Vicario, di professione macellai, a raccontare a tutti le loro intenzioni, mentre girano per il paese brandendo enormi coltelli in quello che pare un inconscio appello a essere fermati. Ora tutta Macondo è al corrente di quanto successo e in attesa degli eventi; l’unico all’oscuro di ogni cosa è proprio Santiago Nasar, completamente ignaro sino al momento in cui viene scannato come fosse un agnello sacrificale.

In città nessuno agisce per fermare l’omicidio, in parte per una serie di circostanze fortuite ma soprattutto a causa dell’atavico fatalismo che a tratti svela una malcelata complicità; secondo il più ottuso e inerte conformismo il delitto serve a ristabilire l’onore e pertanto è socialmente accettato, forse addirittura preteso. L’unica preoccupazione della gente è quella di far sì che tutto si compia in fretta, in modo da evitare problemi nel giorno in cui è previsto il passaggio da Macondo del vescovo.
Già, il vescovo, ovvero il “convitato di pietra” del racconto; non entra mai in scena personalmente ma la sua presenza incombe su Macondo in modo assoluto e pervasivo: tutto si compie in funzione del suo passaggio e ci è data solo la possibilità di intravederlo verso la fine della storia, mentre dal bastimento in lontananza elargisce benedizioni, al pari di una irraggiungibile divinità. Pare quasi che la sua esistenza all’interno del racconto serva proprio a esasperare il senso di formalismo ipocrita che emerge dall’analisi dei comportamenti sociali nel paese.

García Márquez, come di consueto, accompagna il lettore passo per passo con la sua descrizione precisa, minuziosa e attenta ai particolari. L’intreccio restituisce una tensione che cresce progressivamente sino all’esplosione del finale orribilmente cruento, volutamente ai limiti della morbosità, che riprende l’estremo realismo dei grandi Echeverría, Icaza e López Albújar. L’esecuzione e l’agonia della vittima si protraggono in un tempo cristallizzato e indefinito che pare non avere mai termine, come in una sorta di slow motion; particolarità di questo momento scenico è infatti una forte suggestività che amalgama narrazione e cinematograficità, in cui l’azione si sviluppa lentamente in uno slargo assolato circondato da muri bianchi e portoni sbarrati. 

Con questa Crónica, Márquez aggiunge un altro prezioso tassello al mosaico che rappresenta il mondo parallelo e fantastico di Macondo, mito e paradigma dell’America latina, crogiolo ove elementi sacri si congiungono a tradizioni pagane, dando origine a quel mestizado culturale tradotto poi in letteratura con il “real maravilloso”, o “realismo magico”, punto di snodo della produzione letteraria iberoamericana del Ventesimo Secolo teorizzato e reso celebre da autori fondamentali come Arguedas, Carpentier, Asturias e di cui García Márquez, ancora una volta, si conferma uno dei maestri indiscussi.

Stefano Crivelli