sabato 27 agosto 2011

Un collettivo ancora agli inizi



Paura & Delirio a Genova
di AA.VV
Erga Edizioni – Selezione Habanero (2010)

pp. 117
€ 10,00

Se amate il cinema e i film che hanno fatto la storia, questo breve e curioso libro può fare al caso vostro.
Cinque autori per cinque racconti, trasposizioni letterarie di altrettanti film cult cui rendere omaggio. Il tutto rilegato in una copertina particolare e sigillato da un titolo che rivela l’ambientazione delle vicende raccontate: Genova. Una città descritta nel suo lato misterioso, sinistro, quasi lugubre.
Questa la sintesi di un progetto che reca il marchio – e lo stile – Habanero.
Ho conosciuto il progetto Habanero grazie alla lettura del libro “La Sindrome di Bob Dylan” (recensito qui) di Emanuele Podestà, che Critica Letteraria ha avuto il piacere di intervistare. Questo racconto mi aveva entusiasmato per l’originalità della tecnica espositiva e della trama stessa. Proprio per questo ho deciso di cimentarmi in una seconda lettura, il risultato del lavoro di cinque giovani scrittori.
Come nella "tradizione Habanero”, le parole tentano di solleticare la curiosità del lettore spingendolo verso l’approfondimento, in questo caso la visione critica di cinque capolavori cinematografici: C’era una volta in America di Sergio Leone, Il terzo uomo di Carol Reed, Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, Pulp Fiction di Quentin Tarantino e Bugsy di Barry Levinson.
Immancabile, poi, il suggerimento di un brano musicale da ascoltare per ciascun racconto, quasi un quid pluris per espandere l’esperienza della lettura oltre il confine dei fogli stampati.
Se questi sono, senza dubbio, elementi caratteristici e originali, a stimolare una critica positiva si aggiungono la snellezza e l’immediatezza della tecnica espositivo nonché la fluidità con cui i racconti scorrono rendendo questo libro uno di quelli che si leggono facilmente e tutto d’un fiato in poche ore.
C’è però da dire, con tutta onestà, che il collettivo Habanero non ha suscitato in me la stessa sorpresa di Emanuele Podestà, nonostante le analogie siano molte.

Lo stile non varia sensibilmente da racconto a racconto, anzi, resta abbastanza costante e invariato quasi fossero scritti da una stessa mano. Le frasi brevi e la punteggiatura molto frequente sono caratteristiche di una stessa tecnica ripetuta pagina dopo pagina da tutti gli autori per creare suspance e per scandire il ritmo delle storie. Anche il linguaggio è molto simile, a volte più crudo e “volgare” (ma mai fuori luogo ovviamente), a volte più composto e pacato, ma comunque omogeneo. Questa “monotonia” stilistica stride un po’ con gli slanci di originalità e audacia che si percepiscono all’inizio del libro e tradisce un po’ le aspettative del lettore.
Io, del resto, mi sarei aspettata qualcosa di più…coraggioso!
Non per questo il mio commento deve essere negativo, seppur non posso nascondere che la lettura non sia stata troppo partecipata.
In conclusione, quindi, non mi sento di suggerire l’acquisto di questo libro ma, ancora una volta, continuo a credere che il progetto Habanero, giovane, impetuoso e vitale, vada tenuto d’occhio e seguito con la dovuta attenzione nella sua crescita.

Silvia Surano