domenica 28 agosto 2011

Pillole d'autore: Corrado Alvaro

Corrado Alvaro (1895-1956), scrittore poliedrico e intellettuale di spicco nell'Italia delle Guerre, calabrese d'origine ma europeo e cosmopolita d'animo, è senza dubbio uno di quegli autori simil-scomparsi ingiustamente dalle antologie scolastiche, a lungo accantonato dalla critica e ricordato quasi unicamente per il suo capolavoro Gente in Aspromonte.
Tuttavia, non è incentrata su quest'opera l'appuntamento odierno di "Pillole d'autore". Studiando e facendo ricerca sull'opera omnia dello scrittore calabrese, ho avuto modo di amare opere meno note, ma allo stesso modo meritevoli e talvolta sorprendenti! Per questo motivo ho deciso che sulle pagine di CriticaLetteraria d'ora in poi leggerete non di rado di Corrado Alvaro.
Cominciamo con qualche estratto da Quasi una vita, diario/taccuino che vinse il Premio Strega nel 1951.





1.

«Il rovello di non essere amati, è cosa tutta d’oggi. Gli antichi non chiedevano di essere amati soltanto ma di amare. L’uomo di oggi è tornato bambino e non chiede che di essere amato. Tutti vi pensano, pensano alla solitudine del proprio corpo, della propria anima, e non capiscono che è tutto nella loro incapacità di inventare l’amore».

2.

«[…] È difficile distinguere lo scrittore dalla sua biografa. Come distinguere il pittore dai suoi modelli. Ma forse una prova consiste nell’attrazione maggiore o minore che noi proviamo verso i modelli del pittore e dello scrittore […]».

3.

«Scavarsi la forma nella donna che si è scelta, cercare, come in un mondo».

4.

«Come termina la giovinezza. All’improvviso, come termina un sogno. In quale tempo, in quale periodo, non si sa bene. Occorre essere ben forti per non aver nessun risentimento al termine di questo tempo della vita. Tutto diviene remoto e come sognato. Ero in visita dalla signora… Levando gli occhi su di lei, capisco che ella è pure in un simile momento della vita. Una certa stanchezza di movimenti, un certo senso quasi di freddo, e quell’impressione, in ogni atto, di qualcosa di fuggito, di un forte dolore che si è traversato. Accadde, mentre parlavamo, che si muovesse il tavolino a cui era addossato il divano. Sul tavolino tremarono, facendo un battito forte e continuo, alcuni oggetti, un lume, un calamaio, alcuni soprammobili. Questo battito, che forse a tutti e due ne ricordò un altro in ritmo, turbò la conversazione, e non fu ripresa fino a quando ella non ebbe rimesso tutto a posto come riparando a una sconvenienza. Io l’avevo sempre ammirata per una sua naturale espressione di riserbo».

5.

«Il calabrese, dopo essere stato all’estero e vissuto molti anni lontano dalla sua terra, torna al suo paese e prova un brivido davanti a una povera ragazza seduta sulla soglia della porta. Lo sguardo di lei, la sua fissità, la stagione unica d’una donna come quella, che dura appena qualche mese, nel pieno fiore dell’innocenza e nel forte dell’istinto di piacere, lo inducono a troncare la sua vita di prima riducendosi per lei in questo paese. Carnalità, consanguineità, razza, tradizione. P., che è ricco forse di tremila ettari di terra in Calabria, che conosce il mondo, che ostenta un cinismo, mi dice che vorrebbe morire vegliato da una donna del suo paese in Calabria, come nacque da una di quelle».

6.

«Nel dipanare il bandolo d’un racconto, cominciare considerando i movimenti e le azioni di un sentimento anziché il sentimento in sé».

7.

«Il finale d’un’opera di teatro o di un romanzo può, col suo ottimismo, coprire e far passare tutto un contenuto sofferto e difficile. È un tributo che si può pagare al pubblico».

8.

«Non è possibile scrivere realisticamente. Si accumula carta davanti a cui ci si ferma, a ogni nuova velleità, sbigottiti, rinunciando. Scrivere di qualcosa di più che la realtà».

9.

«In tempi come questi [ndr. 1942], è raro trovare un libro che parli realmente all’animo. Come la vita è ridotta al necessario e i sentimenti più fragili si rompono, e sopravvivono quelli profondi, essenziali: così letteratura, storia, filosofia, si sono decantate come un vino. Il tempo ne ha logorati i concetti e le idee. Vi sono opere per cui si professava una profonda soggezione, che ora si trovano nella nostra biblioteca come la schiuma che galleggia su una impetuosa corrente. Quel posto dello scaffale che appariva denso e popolato, avvolto nelle nubi delle alte cime, è divenuto un paesaggio devastato, e fin troppo chiaro. Così è nella vita e nelle nostre abitudini. Vi sarà certo una seconda resurrezione per tali opere; cessate come fermento e come lievito, si ricercheranno come un segno del costume, con lo stesso sentimento con cui guardiamo oggi un utensile ritrovato in una tomba etrusca o micenea. Ci cercherà oggi lumi a un Nietzsche? Se facciamo un poco la storia delle nostre letture, le vediamo allontanarsi come un paesaggio dal ponte d’una nave. Scrittori di ieri si leggono come scrittori d’un altro mondo. Una stessa distanza rende remoti Catullo e Baudelaire».

10.

«La poesia del distacco (poiché egli era esule e distaccato) dalle care cose e dai cari luoghi, della lontananza, delle vie smarrite, del tempo che non torna, nella Commedia, e non soltanto nell’Inferno di cui è il tema più profondamente poetico. Catone, quando parla di Marzia, nel Purgatorio».

11.

«Per la composizione di racconti brevi, trovare il momento culminante d’una vita, che lascia scoprire il passato e indovinare l’avvenire».


Selezione a cura di Gloria M. Ghioni