giovedì 18 agosto 2011

Salto mortale di Luigi Malerba: invito alla lettura

Salto mortaledi Luigi Malerba
Mondadori editore, 2002
 
I ed. 1968

Con
Salto mortale (Bompiani, 1968), suo secondo romanzo, Luigi Malerba continua a mascherare il Nulla, a vestirlo di migliaia di parole e a far alzare la testa al lettore, a farlo guardare in alto con ammirazione e sorpresa, perché non cada nella tentazione di gettare un'occhiata all'abisso sotto di lui. È essenzialmente un lungo estenuante brusio, una nota sorda e ininterrotta che tutto avvolge e tutto comprende, un vortice di parole che ne nascondono altre e che fanno da involucro ad altre ancora. La trama, quel poco di trama che è possibile rintracciare, svolge quasi un ruolo disturbante. Ha forse la funzione di confondere le idee, e ci riesce bene perché l'apparente caoticità narrativa è in realtà un'architettura meticolosamente costruita; cattura il lettore che si appassiona alle vicende del cercatore di metalli «Giuseppe detto Giuseppe» e che, se non sta ben attento, rischia di sorvolare su tutto il resto. Sul non detto, sul rumore monotono e indefinito e su ciò che esso racchiude o cela. Insomma, su quello che davvero conta.

Ma cos'è, per entrare un po' più nello specifico, che davvero conta? Lo spirito demistificatore e beffardo che si fa gioco dei meccanismi classici della letteratura poliziesca e del dramma amoroso, tanto per dirne una. Perché in Salto mortale gli ingredienti del giallo ci sono tutti: un uomo accoltellato in mezzo a un prato, i sospetti del protagonista – su tutto e su tutti, lungo gli infiniti sentieri dettati dalla sua “ossessione dietrologica” – e la polizia che «fa quello che può cioè non fa niente non c'è niente da fare». Non manca neppure la donna amata (il cui nome cambia continuamente: Rosa, Rosalba, Rossana eccetera), sebbene ricopra un ruolo piuttosto passivo e si muova, in un certo senso, dietro le quinte. Del resto, neanche il paranoico Giuseppe è il tipico protagonista. Almeno a livello fattuale, non ha la forza sufficiente per guadagnarsi il centro del palcoscenico. Praticamente non compie azioni, tutto si svolge a livello mentale. Sono soltanto i suoi monologhi deliranti, le sue supposizioni contraddittorie e irrealistiche a gonfiarsi a dismisura, a farsi materiche con la loro ingombrante presenza, a rendersi protagoniste.
Spirito beffardo, dicevamo, perché delle strutture tipiche di certa letteratura rimangono soltanto gli elementi più superficiali. Si consuma un delitto, sì, ma l'autore non permette al lettore di adagiarsi pregustando la solita evoluzione che conduce con relativa facilità allo smascheramento del colpevole. È presente la figura femminile, sì, ma non innesca le parole d'amore prevedibili e previste in ogni storia d'amore che si rispetti. Malerba utilizza le strutture generali di tali tipi di narrativa, ma fa saltare gli ingranaggi al loro interno. C'è il gusto di deludere le aspettative del lettore, certo, ma c'è soprattutto il rifiuto di codici logorati dal troppo uso. Così come è ben presente il rifiuto, per gli stessi motivi, per la parola – che però, forse per reazione, è debordante ed eccessiva, ostinatamente presente fino a farsi entità fisica, corporea – che, priva di capacità espressiva e financo comunicativa, si fa cicaleccio e ronzio. «Questo ronzare questo ronzio» è uno dei leit-motiv del romanzo.

Come succedeva nel Serpente, la pluridirezionalità domina incontrastata. Le piste da battere per isolare l'omicida non si riducono col proseguire della lettura, ma si moltiplicano incessantemente in un crescendo vertiginoso.
La realtà, e Malerba sembra ribadirlo in ogni riga, si muove nella direzione contraria a quella in cui Cartesio aveva cercato di inquadrarla: non sceglie la semplificazione, la riduzione, la scomposizione; il mondo grida forte la sua irriducibile complessità. Scomporre i problemi in parti elementari significa restare ciechi di fronte al vivo magma di antinomie e incongruenze che permeano l'esistente. La strada aperta dal filosofo francese è stata percorsa in tutti i sensi di marcia ed è stata estesa e generalizzata fino a essere aprioristicamente assunta come unico metodo valido su cui fare affidamento in qualsiasi campo. Ma è un metodo che non tiene conto degli scomodi – o confortanti, dipende dai punti di vista – dati reali.
La stessa logica impone una selezione, una scelta all'interno di una molteplicità: se A è uguale a B, e B è uguale a C, allora A non può essere diverso da C. E invece, nelle pagine di Salto mortale tutti gli opposti sono ricondotti a unità: «Cioè tutte le cose si assomigliano, il Cielo assomiglia al mare una mela a un melone l'Italia assomiglia al Giappone l'Oriente all'Occidente, anche la Terra vista dalla Luna assomiglia alla Luna vista dalla Terra».
Se, però,
«in Salto mortale nulla (pensieri, parole, gesti) è riducibile allo stato semplice, non è adeguato neanche quello doppio: la molteplicità relativistica del reale trova un corrispettivo in uno spreco assoluto di parole e intelligenza» (S. Cirillo, Il vortice di “Salto Mortale” in «L'Illuminista», n. 17-18). 
Si tratta in effetti di puri flussi di parole, legate le une alle altre per associazioni non sempre immediate, che a volte sfiorano un solipsistico delirio...«La polizia vuole andare fino in fondo alle cose, se ci sono», leggiamo verso la fine del libro, e viene appunto da chiedersi se qualcosa esiste al di fuori del febbricitante pensiero di Giuseppe. E ancora: 
«[...] guardavo fuori dalla finestra il passaggio della gente. Giuseppe, carissimo amico, ma quale gente se non c'è nessuno? Allora guarderò la campagna con le mucche a pascolare sul prato e tu lasciami guardare. Ma quali mucche sul prato? Forse ti sbagli con la Pianura Padana, là ci sono le mucche sul prato a pascolare. Stanno a cinquecento chilometri di distanza, non le puoi vedere così da lontano cioè ti sei sbagliato e tu lasciami sbagliare, le mucche sul prato».

È una pludirezionalità che assume forma circolare e si puntella su ripetizioni formali e concettuali che innervano l'intero lavoro. L'autore le chiama «simmetrie naturali», e contribuiscono a incrementare il tasso di smarrimento che inevitabilmente prova chi legge.
Giuseppe indaga – prima di accorgersi di essere lui stesso il colpevole e prima di accompagnare al treno, perché se ne vada in fretta, la sua voce interiore che con lui dialoga (per carità, non chiamamola coscienza!) – e si imbatte in altri uomini aventi il suo stesso nome. Non solo, tutti si spostano su una bicicletta nera e indossano gli occhiali: come il nostro Giuseppe, e come l'uomo che la polizia va cercando. E così ci imbattiamo nel demoscatore di Albano, costretto a rispondere alle ficcanti domande del personaggio principale che non ha dubbi sulla sua colpevolezza, nel bagnino di Lido di Lavinio e nel macellaio di Pavona, presi di mira allo stesso modo.
Ben presto, tutti incappano in un destino di morte, senza che il tono assuma il colore della tragedia: Malerba dissemina dovunque una sottile ed efficace ironia (il macellaio annega in venti centimetri d'acqua, per dire). Lo stesso protagonista, come capita per diversi personaggi malerbiani, è turbato da oscuri presentimenti e dalla paranoica sensazione di essere accerchiato da terribili nemici.
Altro aspetto che varrebbe la pena di esaminare nel dettaglio, ma che non è possibile affrontare in questa sede, è quello che sarà assunto come centro gravitazionale del romanzo successivo (Il protagonista) e che, nell'introduzione a quel testo, Guido Almansi definisce come la tendenza a «eliminare tutto quello che non ha a che fare con la carne: di ridurre a carne tutto lo scibile».
In Salto mortale le cose non stanno esattamente così, eppure a ben vedere questa tendenza è già presente in alcuni punti. Come interpretare altrimenti le scene in cui Giuseppe si allatta al seno della sua donna? Non è forse un ritorno a un istinto primordiale, non scalfito dal depauperamento comunicativo dei mass media e delle “sovrastrutture” intellettuali di vario tipo? Non è un modo per sfuggire al vano mormorio di quelle parole che nacondono il vuoto «dentro il quale sono attirati e bruciati tutti i significati che si siano di volta in volta imposti sulla superficie in cui agiscono come parole della società, della cultura, della politica, della religione, della scienza»? (W. Pedullà, Storia generale della letteratura italiana, Milano, Federico Motta, 2004).
Infine, il libro parla anche di inquinamento ed ecologia («Stai combattendo un'inutile battaglia, demoscatore, e intanto stai avvelenando l'atmosfera. Presto anche gli uomini incominceranno a morire come le mosche, per piacere»), e non è propriamente cosa scontata, considerando che è stato pubblicato nel 1968. 
 
Tra le pieghe di questo sghembo giallo si annidano insomma mille spunti di riflessione, guizzi 'filosofici' di assoluto valore e un doveroso disincanto per ogni tipo di luogo comune e di accettazione passiva della realtà. Leggendolo tutto ciò si disvela e cade giù dai nascondigli. E questo è l'importante: le vicende di Giuseppe e del demoscatore – primo livello di lettura – sono forse soltanto un delizioso pretesto per gettar luce sul 'succo' che sta nei loro interstizi. E questo capita soltanto nelle migliori opere dei migliori narratori. 

Marco Giorgerini