venerdì 19 agosto 2011

La fiera delle vanità. Romanzo senza eroe.

La fiera delle vanità. Romanzo senza eroe
di William M. Thackeray
BUR, 2007
pp. 874
Traduzione di B. Tasso

1^ edizione: 1846-'48

Nella nebbia londinese, nella brughiera malinconica e nella campagna inglese, si annida quasi certamente il segreto del talento letterario: un’ispirazione magica, la capacità di osservare con occhio critico la società e le sue manie, gli uomini i cui sentimenti e passioni non sono in fondo cambiati poi tanto nel corso del tempo, la bramosia di potere, la sete di ricchezze e successo. Un talento che certo non è solo prerogativa inglese, ma che almeno nel periodo vittoriano è quanto mai evidente e dominante.
Tra gli interpreti dell’epoca che hanno saputo regalarci pagine indimenticabili per la loro forza espressiva, analisi attenta, linguaggio forbito, un posto d’onore spetta sicuramente a William M. Thackeray, autore di un capolavoro quale “Vanity Fair” (oltre che ovviamente di numerose altre opere di valore, tra cui basti citare “”Barry Lyndon”). Ma è bene avvertire il lettore che pur trovando posto tra gli scaffali riservati ai classici della letteratura, tale libro è per molti aspetti quanto di più lontano si possa immaginare dal romanzo per antonomasia, quello inglese del periodo vittoriano per l’appunto.

Eccezion fatta per la scrittura scorrevole, limpida ed elegante che caratterizza i romanzieri anglosassoni, la costruzione della storia e soprattutto i suoi personaggi si discostano nettamente dai canoni classici della letteratura sopracitata. Come lo stesso autore non manca di puntualizzare infatti, “Vanity Fair” è un romanzo senza eroe” almeno sul modello dell’eroe che tutti siamo abituati a riconoscere, campione di virtù e saggezza. I personaggi che vengono perfettamente ritratti non hanno infatti nulla dell’eroe, essi non sono altro che uomini –certo non della miglior specie- le cui passioni, vizi ed egoismi hanno il sopravvento su ogni buonismo. Non c’è spazio per il pentimento e la redenzione, la fine può solo portare alla soddisfazione dei propri desideri o alla sconfitta, nessun moralismo o proposito edificante si cela dietro ascesa e caduta nella società aristocratica inglese. Quello che fa Thackeray è “semplicemente” restituirci uno spaccato di quella stessa società entro la quale ha vissuto, snob e arrivista, dell’Inghilterra coloniale.
Tuttavia, nonostante sia impossibile trovare nel romanzo un personaggio che corrisponda ai canoni noti dell’eroe, è anche vero che –almeno dal mio personale punto di vista- è altrettanto inevitabile non rimanere completamente stregati dalla sua protagonista, Becky Sharp: affascinante, maliarda, astuta e cinica arrivista, talmente ostinata nel perseguire il suo intento che non può che essere ammirata almeno per la sua perseveranza e faccia tosta (e forse in buona misura resaci ancor più cara se la immaginiamo con i tratti di Reese Witherspoon a cui ha prestato il volto nella trasposizione cinematografica del romanzo). Decisa a riscattarsi dalla umile condizione sociale di partenza, non si lascia intralciare da niente e da nessuno nella sua scalata alla società inglese, né dalle invidie e cattiverie cui inevitabilmente è oggetto, né tantomeno dai sentimenti e dalle avversità. Troppo astuta ed ambiziosa per accontentarsi, nella sua bramosia più di una volta cade punita per il troppo ardire, passando dalle feste in compagnia di nobili ammaliati adorna di gioielli bellissimi, alla sconfitta ed umiliazione, in un continuo alternarsi di ascesa e declino, desiderando sempre di più in un vortice impossibile da fermare. Vivendo ben al di sopra delle proprie possibilità, approfittando delle persone fin tanto che queste possono esserle utili, per poi gettarle senza pietà, rinnegarle quando non sono più niente.
Una donna terribile! Cinica, egoista, incapace di amore materno (questo a mio avviso l’unico peccato imperdonabile anche per la cara Becky), arrogante, eppure quanto coraggio e spirito combattivo sa dimostrare! Non ha certo nulla della scialba, inconsolabile ed ingenua Amelia Sedley, la giovane compagna di collegio ed in fondo unica amica, così cecamente innamorata del suo George da venerarlo come un Dio, proprio lui esemplare della peggior specie maschile. Nemmeno nel personaggio di Amelia l’autore ha impresso il carattere dell’eroe, che nella sua ostinata ingenuità non si riesce nemmeno di compatire.
Unico labile esempio di virtù è forse rintracciabile nel capitano Dobbin (che non a caso letteralmente significa “ronzino”, “cavallo da tiro”), onesto e incorruttibile, da sempre segretamente innamorato della povera Amelia sulla quale veglia in silenzio. Eppure, lo stesso Dobbin non può essere il paladino, troppo goffo, brutto, incapace di slanci.

E’ bene rinunciare quindi alla ricerca di una qualche virtù nei personaggi del romanzo, che proprio nei loro difetti così perfettamente delineati rappresentano la società entro la quale si muovono. Quella società che irrimediabilmente ha condannato Thackeray e il suo romanzo, colpevole di averla ritratta in modo tanto meschino ed avido di soldi e potere in ogni sua componente, dall’aristocratico londinese al baronetto di campagna. Quanti di loro si saranno riconosciuti dietro le malcelate spoglie di un sir Pitt o un George Osborne?
E allora, la stessa Becky povera orfana senza arte ne parte che con la sua astuzia ha saputo penetrare in quel mondo snob ed arrogante, è in fondo adorabile: 
Sarà pur maligna la vendetta, ma almeno è naturale. Io non sono un angelo".
Una scena dalla trasposizione cinematografica

Debora Lambruschini