venerdì 27 agosto 2010

Fontamara

Fontamara

di Ignazio Silone
Oscar Mondadori, 1988
pp. 208

Quella di Fontamara è una storia di sopraffazioni, prepotenze, abusi perpetrati a danno di una popolazione povera e ignorante, condannata a vivere nella miseria e incapace di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Fontamara è infatti un villaggio di montagna, situato nella Marsica, in Abruzzo, fatto di gente che ogni giorno deve fare i conti con la carenza di risorse. Non che le risorse non ci siano, semplicemente queste sono disponibili solo a favore dei più ricchi.
Di storie così se ne raccontano tante e perciò le pagine di Fontamara non suscitano certo stupore. Né l’autore mostra di provarne: Ignazio Silone racconta i torti subiti dai fontamaresi con una fluidità tale che essi sembrano come naturali, come se questo popolo della Marsica fosse abituato da secoli a ricevere questo trattamento. Nonostante il tono fluido e lineare, si coglie comunque la denuncia dell’autore, la satira contro le prepotenze, l’atteggiamento critico. Nessuno stupore, dunque. D’altra parte il mondo ha sempre funzionato secondo lo stesso meccanismo, secondo la molla dell’egoismo e dell’interesse personale. Lo sa bene Silone che, nella prima pagina del racconto afferma che:
i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo.
E anche andando indietro nel tempo è possibile rendersene conto: nelle civiltà antiche questi uomini si chiamavano schiavi, nel medioevo cristiano si chiamavano servi della gleba, nell’età moderna proletari.
In Fontamara sono i cafoni a subire ogni sorta di ingiustizia, a vedere negati giorno dopo giorno i loro diritti, ad essere derisi e umiliati, quando non ignorati. Perciò questa storia, più che suscitare stupore, suscita nel lettore tanto sdegno nei confronti di chi comanda e tanta compassione nei confronti di chi è comandato. Figure come don Abbacchio e don Circostanza, che agli occhi dei fontamaresi dovrebbero rappresentare i loro protettori, non sono altro che uomini egoisti, pronti a tradirli alla prima occasione, uomini ipocriti e calcolatori, che cercano di accaparrarsi in ogni modo la benevolenza dei fontamaresi solo perché utile ai loro scopi, uomini sui quali non si può contare e che puntualmente deludono tutte le aspettative della povera gente.
Né d’altra parte quest’ultima può appellarsi alla legge come garanzia di giustizia. In fondo cos’è la legge se non un patto deciso e continuamente rimaneggiato dai più ricchi? Cos’è la legge se non un modo per permettere a questi di mantenere salda la loro condizione? E cos’è la legge se non uno strumento per impedire ai poveri la loro legittima scalata? Cos’è questa legge se non un complesso di catene ideali, più pesanti di reali anelli di ferro, le quali imprigionano l’uomo in uno stato di dannazione terrena? E questo Berardo Viola, uno dei protagonisti della storia, lo aveva capito benissimo. Questa era la sua filosofia:
Non si discute con le autorità. La legge è fatta dai cittadini, è applicata dai giudici, che sono tutti cittadini, è interpretata dagli avvocati, che sono tutti cittadini. Come può un contadino avere ragione?
O ancora, in un passo successivo si legge:
I giornalieri che si mettono a discutere coi padroni perdono tempo. La paga diminuisce ugualmente. Un padrone non si fa mai commuovere da ragionamenti. Un padrone si regola secondo l’interesse. Non diminuisce la paga solo se si accorge che va contro i suoi interessi. In che modo? In un modo semplice. Per la pulitura del grano, la paga dei ragazzi è stata scesa da sette a cinque lire. Dietro mio consiglio, i ragazzi non han protestato, ma invece di sradicare la gramigna, l’hanno semplicemente ricoperta di terra. Dopo le piogge d’aprile i padroni si sono avvisti che la gramigna era più alta del grano. Quel poco che credevano di aver guadagnato diminuendo la paga, lo perderanno dieci volte fra alcune settimane, quando trebbieranno. La paga dei mietitori diminuirà. E’ inutile protestare. E’ inutile discutere. Non c’è una sola maniera di mietere il grano, ma dieci maniere: ogni maniera corrisponde a un determinato salario. Il salario è buono? La mietitura sarà buona. Il salario è cattivo? La mietitura sarà pessima.
Questo atteggiamento di Berardo deriva da un’amara consapevolezza di quel meccanismo che regola la vita di ogni giorno, fatto di tradimenti e imbrogli. Quello stesso meccanismo lo aveva portato alla perdita della terra a cui era profondamente legato e che costituiva il suo mezzo di sussistenza. Tuttavia, a un certo punto della sua vita, l’amore per Elvira gli da nuovamente la forza di sperare. Berardo si illuderà di poter cambiare le cose e di poter migliorare la propria condizione raddoppiando gli sforzi e lavorando più di quanto faccia un animale. Si recherà perciò a Roma con lo scopo di ottenere un lavoro. Qui però Berardo si imbatterà in un’infinità di cavilli burocratici che lo spediscono da un ufficio all’altro, facendogli sprecare tempo, soldi e potenziali ore di lavoro.
La nuova e completa disillusione di Berardo avverrà in carcere, dove con il suo estremo sacrificio, egli vorrà dare ai suoi compaesani una scossa: non si può rimanere a guardare di fronte agli innumerevoli inganni e alla tragicità di certi fatti. Così i fontamaresi decidono di creare un giornale in cui denunciare tutti i disagi, le contraddizioni e i soprusi subiti.
E’ facile immaginare cosa accadde dopo l’uscita del primo numero: i cafoni devono rimanere nell’ignoranza, garanzia di un immobilismo sociale che fa vivere bene i potenti. Il cafone ignorante è facile da domare e da raggirare, perciò gli è preclusa ogni forma di istruzione e di conoscenza. A lui spetta solo la semplice accettazione di un triste destino da scontare per tutta la vita.