martedì 31 agosto 2010

Cogliere l'assoluto nel reale. Invito alla lettura di "Uomini e no"

Uomini e no
di Elio Vittorini

I ed. 1945
Mondadori, 2001

Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo.
Questo passo di Elio Vittorini, tratto dal più noto Conversazione in Sicilia, riesce mirabilmente a spiegare il punto di partenza di Uomini e no. Due anni dopo la pubblicazione del romanzo l’autore, infatti, scriveva al suo traduttore francese, Michel Arnaud, che
Il titolo di questo romanzo, Uomini e no, significa esattamente che noi, gli uomini, possiamo anche essere "non uomini". Mira cioè a ricordare che vi sono, nell’uomo, molte possibilità inumane. Ma non divide l’umanità in due parti: una delle quali sia tutta umana e l’altra inumana.
Ciò che dunque interessa a Vittorini, il nucleo propulsivo del suo engagement intellettuale e, soprattutto, della sua ricerca letteraria, è un’ansia di definizione: cogliere la radice della creatura-uomo, il segreto della sua dignità e del suo dolore, chiarire il segreto della sua lotta e del suo annientamento.

Scritto durante un confino volontario in montagna, tra la primavera e l’autunno 1944, e pubblicato l’anno successivo, Uomini e no fu una risposta immediata e personalissima all’urgenza, da parte della classe intellettuale del tempo, di vedere stampata su carta un’esperienza – la guerra partigiana – tanto formativa per la neonata Repubblica italiana. Le librerie italiane ebbero così sui propri scaffali, allo scoccare della liberazione, il primo romanzo di argomento resistenziale: pubblicato un anno prima de Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino, 1946), tre prima de La casa in collina (Cesare Pavese, 1948). Una prima, imprescindibile prova che già portava il segno di una discussa peculiarità, come notava già Calvino in prefazione al suo Sentiero dei nidi di ragno (e non, discutibilmente, la stragrande maggioranza dei manuali di letteratura): la denuncia politica è subordinata alla, scrive Calvino, “nostra primordiale dialettica di morte e felicità”.

 Sappiamo benissimo, infatti, che tutti i romanzi catalogati sotto l’etichetta, elastica e spesso generalizzante, di “Neorealismo” (è il caso, parzialmente errato, di Uomini e no) contengono una moltitudine eterogenea di individualità storiche e spirituali con una diversa scala di valori e, soprattutto, penne diverse, più o meno appuntite, intinte in un inchiostro il cui colore e la cui consistenza cambiano secondo la mano che le regge.
Pensiamo a Vittorini, Calvino, Pavese. Il tema, la resistenza, è comune. Comune è anche l’urgenza di raccontare la lotta partigiana con la convinzione, non nuova ma investita di una rinata, energica vitalità, che questo significhi una cosa, la più importante: affondare nella realtà, coglierla nella sua ampiezza.
Questo il terreno comune. Cosa cambia? Tutto il resto; perché scrivere la letteratura è forzare il reale, con coglierlo, perché tra la pagina e il mondo c’è sempre la mano dell’uomo: la penna non è uno strumento di trascrizione meccanica della storia. Ogni atto scrittorio è, anzi, il documento di uno sguardo irripetibile: Calvino racconta la sua banda partigiana attraverso la lente deformante dello sguardo di un bambino; Pavese congiunge il suo sempre ricorrente paesaggio di colline, sangue e terra, al rimorso per la fuga dell’intellettuale che non riesce ad agire nella storia; e Vittorini?

A Vittorini, come ho detto, interessa l’Uomo: e intendo, con questo sostantivo, la creatura umana come assoluto. Anche per questo, tanto per Uomini e no che per Conversazione in Sicilia i nostri ragionamenti – sequenze narrative, personaggi, et cetera – si svolgono sull’orlo dell’anti-romanzo.

Abbiamo la storia, ed è una storia di resistenza (il protagonista, soprannominato Enne 2, è capo di una banda partigiana nella Milano occupata) ma anche di lirica ai confini del baratro. L’umanità è indagata nel proprio frantumato dissolversi: Enne 2 non è un eroe integro, vitale e attivo per i suoi ideali, ma un uomo distrutto, che ama una donna, Berta, che è di un altro e non potrà mai avere. E il confine si trasforma in canto lirico perché la storia si interrompe, spesso, per lasciare spazio a interventi in corsivo dell’Autore che dialoga con il suo personaggio-limite, Enne 2, in qualità di suo gemello e “spettro” del suo amore infelice, scoprendo le carte del gioco letterario. 
L’uomo chiamato Enne 2 è nella sua camera. Egli è steso sul letto, fuma, e io non riesco a non recarmi da lui. Da dieci anni voglio scrivere di lui, raccontare della cosa che c'è da dieci anni tra una donna e lui, e appena sono solo nella mia camera, steso sul mio letto, il mio pensiero va a lui, e mi tocca alzarmi e correre da lui.
«Sono qui,» gli dico, «Enne 2. »
(…) La sua faccia è bianca. È steso vestito sul letto, con le scarpe ai piedi; e ha gli occhi chiusi. Dorme? Ha la sigaretta accesa in bocca; non dorme. Ma sembra che io lo tormenti. Crede che io sia un fantasma, lo Spettro della cosa che c'è tra lei e lui, o forse della Separazione da lei; e ogni volta, quando entro da lui, mi tratta, in principio, come se davvero fossi un fantasma, quel suo Spettro.
Gli dico: «Non ci conosciamo da dieci anni? Io sono come te».
Così come avveniva, in germe, in Conversazione, i tempi si stravolgono, siamo lontani miglia d’abisso dal “reale”: Silvestro, in Conversazione, parlava col fantasma del fratello Liborio, morto in guerra, e questi, nella smemorata evanescenza dei fantasmi, diceva di giocare ancora con lui di dodici anni; in Uomini e no, Enne 2 e l’Autore, come affratellati da un patto, corrono indietro all’infanzia di lui e della donna amata.
Lei di dieci anni viene nella corsa dei pattini a rotelle; è gambe e capelli, e un vestito breve, da sopra le ginocchia, come un'ala.
«È lei?» egli chiede.
«Certo che è lei,» gli dico.
Inseguire uno spettro: si tratta di un gioco pericoloso, un gioco “due volte reale”. Enne 2 smette di essere uomo nel momento in cui diventa, nella penna di Vittorini, Uomo. Scoperchiare, nell’Uomo, il suo deserto vuol dire annullare la sua umanità. L’assunto (“Bisogna che gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici?”) secondo cui non si può perseguire il bene comune (attraverso la lotta partigiana) senza avere presente un obiettivo di “bene privato” (realizzazione amorosa) cade: e non mi sembra di forzare il testo di Vittorini affermando che, in Uomini e no, “non-uomo” è non soltanto Cane nero, capo nazista e assassino, ma anche l’Uomo Enne 2, la creatura assoluta nel suo dolore, che diventa, infine, arma suicida nella lotta.

Dopo l’atroce scavo dentro l’Uomo disumanizzato e disintegrato, resta da definire chi siano gli uomini, dove sia il reale minuto e costruttivo della vita. Sono i partigiani che vivono attivamente, per un dopo da costruire; è, infine, un operaio che non riesce a uccidere a sangue freddo un giovane tedesco, perché in quello, ragazzo, ha riconosciuto un essere con dignità e "tristezza" uguale alla sua.
Il messaggio finale è di speranza, ma è una speranza che cresce sopra un terreno raso al suolo da un’esplosione atomica. Ecco l’anti-romanzo: narrativa rituale, fatta di ripetizioni cadenzate, simboli scarnificati ridotti al nucleo della parola, dove l’uomo chiede e riceve risposte identiche alle proprie domande. È la prosa di Vittorini: può piacere o non piacere. Cerca di fotografare il reale, ma coglie l’assoluto.
Si alza a sedere un uomo sul letto, ha con sé, nella notte, tutto questo; ed è un morto che siede nella sua tomba; medita.
«È lei bambina?» dice.
«Lei bambina.»
«Cristo,» egli dice. «L'aspetto da un secolo, e mi viene ancora bambina!»
«Sss,» gli dico. «Non è lei soltanto.»
«È bambina, ed anche è un'altra? Non è lei soltanto?»
«È anche un'altra,» gli dico.
«Anche chi? L'inferno anche?»
«È sulle tue ginocchia,» gli dico.
Egli siede, siede lei sulle sue ginocchia; e nessuna cosa del mondo è una cosa sola. Anche la notte fuori dai vetri non è una cosa sola; è tutte le notti. E Cane Nero, quando entra, è tutti i cani che sono stati, è nella Bibbia e in ogni storia antica, in Macbeth e Amleto, in Shakespeare e nel giornale d'oggi.
Ma lui di sette anni, io lo porto via. Non altro rimane, nella stanza, che un ordigno di morte: con due pistole in mano.

Laura Ingallinella