lunedì 19 luglio 2010

Amor finti veronesi



Romeo and Juliet: the most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet
di William Shakespeare.

La fortuna intrinsecamente legata all’opera di certi autori ha fatto sì che venissero analizzati e scandagliati come fossero cavie da laboratorio, in funzione di scopi utilitaristici spesso a sfondo didattico che ne hanno, negli anni, travisato la sorpresa. Leggi: il successo di un’opera spesso la priva di quell’elemento capzioso e irresistibile, quello della sorpresa, perché sei consapevolmente cosciente di trovarti davanti ad un testo del quale si è detto, scritto e pensato tutto. Dalle indagini cronostoriche sul periodo in cui la creatura è stata composta, al materiale che è servito da influenza, alle conseguenti emozioni a posteriori causate dal successo e che hanno inciso sulla collettività fissando determinati punti sulla roccia che non hanno più permesso all’opera di crescere, maturare e farsi inedita agli occhi del lettore.
William Shakespeare è sicuramente uno di quei creatori di scrittura (mi piace chiamarlo così) che è stato periodizzato, smembrato, riletto, aggiornato e postmodernizzato in tutte le modalità possibili. Chiunque ha creduto di avere il diritto di poter dire la sua, fattore sacrosanto, per carità, ma che probabilmente è alla base di quell’allontanamento dalla lettura da parte dei più giovani che, non si dice ma è così, sono più spaventati da atteggiamenti reverenziali verso i titani della cultura che dai titani stessi.
Chi legge Romeo e Giulietta oggi, mi chiedo sotto questo cocente e torrido sole di luglio avanzato, cosa potrà capire? Quali sono i punti che apprezzerà di più? Sarà influenzato da tutti quei filtri d’amore posticci e protoespressivi che si sono pigramente avviluppati a questa “tragedia” (che Shakespeare mutua dalle creazioni in prosa di Masuccio Salernitano, Matteo Bandello e dal famigerato poema di Arthur Brooke, Tragicall Historye of Romeus and Juliet)? O si lascerà irretire dal famigerato trionfo di luoghi comuni su Giulietta cretina e Romeo babbeo, spesso involontariamente compromesso da cerberi del marketing che si sono impossessati dell’opera di Shakespeare per guadagnarne profitto e visibilità? Oppure cadrà dentro altri innumerevoli e infiniti tranelli declamanti certezze inscindibili?
La verità è un’altra, ahinoi: nessuno, pur credendo di farlo, legge davvero Romeo e Giulietta. Io per primo, s’intende. Scepsi? No, dato di fatto. Sfogliando Romeo and Juliet: the most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet mi rendo conto che la mia lettura non sarà mai pura. Ciò, però, mi esime dall’ignorare questo capolavoro drammatico. E quando scrivo “drammatico” intendo riferirmi essenzialmente alla compattezza dell’azione. Romeo and Juliet, per quanto possa arrivarmi filtrato, è un testo straordinario soprattutto per l’utilizzo temporale scelto dal Bardo. Ritmi compressi e dilatazioni essiccate accompagnano quella che è una vicenda assolutamente tragica che però viene immersa in contesti ironici e ai limiti del sarcasmo che spesso sono passati in secondo piano a favore della melensaggine e del buon cuore di riduzioni televisive, cinematografiche e teatrali: l’incontro iniziale tra i servi Sampson e Gregory è quasi un banco di prova per la commedia dell’Arte:

SAMP. Gregory, on my word we’ll not carry coats. // Gregory , ti do la mia parola, che non sopporteremo insulti.
GREG. No, for then we should be colliers. // No, ché altrimenti saremo giudicati de’ facchini.
SAMP. I mean, and we be in choler, we’ll draw. // Intendo che, se montiamo in collera, tireremo di spada.
GREG. Ay, while you live, draw your neck out of dollar. // Ma certo, che nella vita c’è sempre da tirar qualcosa.
SAMP. I strike quickly being moved. // Non metto tempo in mezzo a picchiare, se mi riscaldo.
GREG. But thou art not quickly moved to strike. // Può essere, è che sei troppo lento a riscaldarti.
SAMP. A dog of the house of Montague moves me. // Basta un cane di casa Montecchi, a riscaldarmi.
GREG. To move is to stir, and to be valiant is to stand; therefore if thou art moved thou runn’st away. // Riscalsare significa provocare del moto, mentre esser coraggiosi vuol dire star saldi. E quindi vuol dire che se ti riscaldi e provochi del moto, sarai il più presto a dartela a gambe.
SAMP: A dog of that house shall move me to stand. I will take the wall of any man or maid of Montague’s. // Un cane di quel casato dovrebbe riscaldarmi tanto da farmi star saldo. Né un servo né una serva di casa Montecchi riuscirebbero mai a staccarmi dalla parte del muro.

Niente male come inizio per una tragedia, insomma.
E se il “dramma” continua tra sangue - cosa è Tebaldo se non uno che oggi definiremmo un tronfio pavone dal cuore scisso a metà tra la conoscenza del proprio valore di giovane maschio ruspante e l’amore per le istituzioni, su tutte: la famiglia- e risate. Mercutio, una maschera dolente vera e propria, si permette addirittura di citare Petrarca (Atto II, scena IV):

BENV. Here comes Romeo… // Ecco arrivare Romeo!
MERC. Without his roe, like a dried herring. O flesh, o flesh, how art thou finished. Now is he for the numbers that Petrarch flowed in. Laura, to his lady, was a kitchen wench- marry, she had a better love to berhyme her […]Signor Romeo, bonjour. There’s a French salutation to your French slop. You gave us the counterfeit fairly last night. // Ma senza le uova, come un’aringa secca. O carne, o carne, come ti sei pescificata! Ora è maturo per quei metric he tanto dolcemente fluivano fuor dalla penna del Petrarca. Laura, a paragon della sua donna, altro non era che una sguattera da cucia! Ma per la vergine, aveva qualcuno che sapeva cantarla in miglior rima! […] Signor Romeo, bonjour! Ecco per te, un saluto francese alle tue ampie brache francesi. Ci hai ripagato con disinvoltura di moneta falsa, la notte scorsa.

E mai come adesso il dramma si colora delle tinte classicheggianti da cui Shakespeare si è notoriamente fatto ispirare. Si continua, passando tra una Balia chioccia e un Frate Lorenzo comfortable Friar, apportatore di conforto per la cara Juliet, che si configura come prototipo di adolescente che vorrebbe a tutti i costi sentirsi pubblicamente riconosciuta come donna, probabilmente anche al di là dell’amore per Romeo e al di là della morte stessa. Non a caso:

JUL. Go, get thee hence, for I will nota way. What’s here? A cup clos’d in my true love’s hand? Poison, I see, hath been his timeless end. O churl. Drunk all, and left no friendly drop to help me After? I will kiss thy lips. Haply some poison yet doth hang on them to make me die with a restorative. […] Then I’ll be brief. O happy dagger. This is thy sheath. There rust, and let me die.
Va’, parti pure. Io non mi muoverò di qui… cos’è questa? Una tazza stretta nella mano dell’amor mio? Il veleno, com’io vedo, ti ha dato questa morte prematura… Oh, scortese! L’hai bevuto tutto, e non me n’hai lasciata neppure una goccia amica perché potessi aiutarmi a seguirti? Bacerò le tue labbra: forse v’indugia ancora un po’ di veleno che potrà servirmi da farmaco dandomi la morte […] Farò alla svelta! Ah, benedetto pugnale! Questa è la tua guaina. Qui arrugginisci, e lasciami morire.

È vero, a breve Juliet morirà. L’effetto parodico, però, è una conditio imprescindibile: a parlare è una ragazzetta sulle soglie dell’adolescenza. Questa ampollosità, questo abbandono del candore a favore della tragica composizione di frasi ad effetto in occasione della propria morte cosa non è se non una coloritura sarcastica e, mi si passi il termine, acida, di un sentimento forse accresciuto in maniera troppo spropositata? Non dimentichiamoci che Shakespeare quasi contemporaneamente aveva composto The taming of the shrew, La bisbetica domata. E lì la tragedia sui sessi, in chiave notoriamente spassosa, si era consumata non facendo prescindere l'amore dalla serietà dello stesso, come accade invece nel famigerato dramma veronese. Che NON è, se vogliamo dirla tutta, un testo d'amor: se mai è una asprissima critica alle sue funeste conseguenze quando, in preda ad empiti lirici e a soffuse arie da mélo, lo si prende troppo sul serio.