mercoledì 9 settembre 2009

Qualcuno con cui correre

Qualcuno con cui correre
di David Grossman
Milano, Mondadori, 2002


Pubblicato nel 2002, si tratta di uno dei romanzi di maggiore successo dello scrittore israeliano David Grossman, che sceglie la sua Gerusalemme per raccontare una storia che ha per protagonisti degli adolescenti, e che sa, senza essere mai banale, toccare tematiche universali quali la crescita dei giovani, l’amicizia e l’amore, il rapporto genitori – figli, il flagello della droga nel mondo contemporaneo e, ancora, l’arte, le passioni, i sogni. La protagonista indiscussa della storia è la cagna Dinka, sorta di “filo rosso” che porterà i personaggi a trovarsi, scoprirsi ed unirsi. È accanto a lei che il timido Assaf si lancia in una folle corsa per le vie di una città brulicante e viva. La sua è una ricerca in divenire: non sa esattamente cosa o chi stia cercando, ma Dinka lo porta progressivamente a scoprire, tramite l’incontro con i più vari personaggi, l’esistenza di Tamar, una ragazza dal carattere forte e deciso che sta cercando un modo per salvare il fratello tossicodipendente e per portarlo via dall’inferno della “Casa degli artisti” di Pessah, il quale, in realtà, sfrutta dei giovani artisticamente dotati e lontani da casa. Senza sapere come, Assaf inizia ad indagare la vita di Tamar, a scoprirne i segreti più nascosti, correndo anche dei pericoli ed entrando in contatto con un mondo di malaffare, droga e violenza, senza con questo mai dubitare di voler “continuare a correre”. Travolto da un qualcosa di inizialmente estraneo a lui, il giovane sente di essere sempre più coinvolto in tutto ciò, di avvertirne il bisogno: Tamar lo cattura ancor prima di averla conosciuta. La ricerca e la conoscenza della ragazza diventeranno un modo per trovare e scoprire se stesso. I due personaggi principali, dotati di una rara sensibilità e di grande capacità di osservazione, rappresentano, secondo me, la lotta e la resistenza a un mondo che può terribilmente schiacciare e cancellare ed è proprio nei momenti di maggiore fragilità che appaiono più che mai forti e coraggiosi. Tamar ha una forza interiore che le permette di offrire tutta se stessa al fratello Shay, anche a costo di sacrificare le proprie aspirazioni e di affrontare un arduo percorso di crescita, rischiando costantemente. Assaf ,invece, ha il coraggio di proseguire la sua ricerca fino in fondo, animato dalla voglia di “correre” per qualcuno e con qualcuno. In due modi diversi cresceranno, non si lasceranno vincere dall’indifferenza o dalla rassegnazione e scopriranno nell’altro quello che mancava loro prima di questa avventura.

Grossman è abile nel descrivere il degrado in cui molti giovani vivono, afflitti da dipendenza, miseria, solitudine e distanza dagli affetti (Shay, Tamar, Shelley sono prima di tutto emotivamente distanti dalle proprie famiglie che hanno preferito chiudersi nel silenzio piuttosto che cercare di salvarli) e i luoghi in cui li fa muovere rispecchiano profondamente la loro condizione interiore.
Ma accanto a tutto questo l’autore ci offre esempi di vero amore, devozione, sacrificio: la forte Leah che sa essere vicina a Tamar con piccoli e grandi gesti, la suora Theodora che per salvare i due giovani affronta coraggiosamente il mondo esterno dopo aver trascorso la vita chiusa in una torre e, soprattutto, Dinka che sa comunicare con gli uomini molto più di quanto loro spesso riescano a fare.
Ma c’è ancora un altro “personaggio” essenziale: la Musica. Questa si fa correlativo oggettivo all’interno della vicenda, rispecchiando prima di tutto le condizioni emotive dei giovani artisti di strada e l’autore ha una capacità non comune: quella di restituircela pienamente tramite le parole.
La costruzione del romanzo rimanda al caos che è la realtà e per questo Grossman intreccia i fili della vicenda presentandocela in modo non lineare e sovrapponendo continuamente i piani temporali. Sta al lettore mettere assieme i pezzi del mosaico e ricostruire il tortuoso percorso che i personaggi hanno compiuto. Nonostante la scrittura dell’autore israeliano appaia limpida e oggettiva, non si mantiene mai al livello superficiale, ma si fa espressione delle paure e delle emozioni più profonde, innanzitutto perché reali. Proprio questo (oltre che la storia avvincente) contribuisce a rendere molto godibile il romanzo. L’impressione che ho avuto subito dopo la lettura è che si tratti di una fiaba contemporanea: Assaf come un principe-guerriero deve salvare la principessa in pericolo e lo fa grazie ad alcuni aiutanti (primo fra tutti il cane) e lottando contro degli antagonisti, o ancora che si tratti di un moderno romanzo di formazione che non interessa solo i giovani che come Tamar e Assaf affrontano ogni giorno problemi immensamente più grandi di loro, ma tutti coloro che faticosamente maturano in un mondo in cui crescere realmente è sempre più complesso, provando sulla propria pelle quanto sia difficile relazionarsi con delle famiglie e con delle società cieche di fronte ai loro bisogni, sorde di fronte alle loro richieste di aiuto.

Quella che Grossman racconta è però, anche e soprattutto, una storia a lieto fine, che si conclude con il ritorno a casa di un figlio che riabbraccia i genitori e con un dolce sguardo fra due giovani che non hanno bisogno di parole (“ Quasi non parlarono. Tamar pensò che non aveva mai incontrato nessuno con cui si sentiva tanto bene tacendo”). Due immagini che da sole riescono a restituire il messaggio del romanzo nella sua interezza: cioè che alla fine sono i legami più veri a salvarci dalla dissoluzione e che non è mai troppo tardi per cominciare a correre se hai qualcuno accanto.

Claudia Consoli