mercoledì 4 marzo 2009

Un mondo speciale


MIGUILIM di Joao Guimaraes Rosa
Miguilim” è un ricordo d’infanzia, sfocato, frammentario, discontinuo come il linguaggio che racconta la sua storia. Una storia che si perde nelle vaste distese del Sertao, dove la vita ha il ritmo delle piogge e sono le superstizioni, i riti ancestrali e i segreti a far scorrere sangue nel tempo, a dare una missione agli uomini affaticati dal lavoro nei campi e alle donne impazzite di solitudine. Impariamo a conoscere questo mondo attraverso gli occhi attenti di un bambino, ascoltiamo i suoi pensieri lontani da qualsiasi logica venir fuori con una tenerezza infinita per cercare di capire i silenzi della madre, le imprecazioni della nonna, le violenze del padre. Se si dovesse rispondere a chi chiede cosa succede nel racconto, si potrebbe dire che succede l’infanzia. Succede che pagina dopo pagina cresce il nostro legame con questo personaggio così piccolo ma così vero da smuovere inconsapevolmente i fantasmi di quella stagione umana che siamo abituati a pensare felice, ma durante la quale anche noi, come Miguilim, ci siamo sentiti inadeguati, abbiamo cercato mille rimedi per esorcizzare paure, per proteggere la magia della vita da adulti sempre più distratti, per affrontare il carattere di una Natura spietata. Miguilim sa che la Natura si è vendicata con la morte del fratello ma non sa qual è la sua colpa, sa che con la scomparsa del suo cane c’entra il padre. Miguilim sa ma non vede. In questa creatura c’è tutto il senso della mancanza, dell’assenza che prova l’umanità (- Sento la mancanza di una cosa che non so cos’è … -) nella sua esistenza limitata. Ed è proprio per colmare questo vuoto che Miguilim dialoga con una struggente intimità con quel Dio che gli adulti tanto invocano. Il destino di Miguilim però non è quello di restare nella sua terra, a vedere le cose come le vedono gli altri e in un giorno speciale gli viene offerta la possibilità di partire così che i suoi occhi potranno riempirsi del colore di quel mare che la madre può solo immaginare e non ha mai visto.
Attraverso una metafora che nella sua semplicità ci lascia sorpresi, scopriamo che l’inadeguatezza del bimbo è dovuta al fatto che “non ha la vista buona”. Il dottore, che sarà suo compagno di viaggio, scopre che Miguilim ha bisogno degli occhiali e quando li indosserà prima di partire “guarda tutto con tanta forza”. Si può pensare che sia l’idea della partenza, dell’abbandono a dare a quei posti e a quei volti un nuovo aspetto; la prospettiva del viaggio che sarà crescita. Il vedere che in questo racconto diventa come non mai esperienza ci mette in contatto con una sensibilità tutta originale. Il linguaggio ricco di anacoluti e la sintassi inesistente disorientano i nostri sensi proprio come il grande potere evocativo di Guimaraes Rosa, caratteristico d’altronde di tutti gli scrittori latinoamericani.