sabato 3 marzo 2007

Voleva essere l'ultimo romanzo del mondo


"Menzogna e sortilegio"
di Elsa Morante
Einaudi Tascabili, Torino 1948 e 1994

pag. 706 €13.00
Introduzione di Cesare Garboli



Voleva scrivere l'ultimo romanzo del mondo, Elsa Morante, quando nel 1948 è uscito "Menzogna e sortilegio", enorme romanzo dell'universale, dove i temi sono tanti e intrecciati al punto tale da rendere complessa l'esposizione della trama. Mi limiterò a dire, dunque, che questa, la prima grande opera della Morante, è incentrata sulle storie di una famiglia piccolo-borghese che, di generazione in generazione, portano sempre allo stesso squallido degrado e all'amore inappagato

La menzogna e il sortilegio che sono ricordati nell'affascinante titolo restano misteriosi: ad un primo livello, si potrebbe ricollegarli a bugie dette dai personaggi, ma appare chiaro dalla lettura dell'opera che si riferiscono soprattutto agli autoinganni che i personaggi attuano per sfuggire alla realtà. Una fervida immaginazione, ai limiti della follia - limiti talvolta travalicati -, caratterizza ogni personaggio, e in modo particolare i personaggi femminili, a cominciare dall'io-narrante, la giovane Elisa. L'operazione stessa della scrittura viene definita da lei una possibile liberazione dai fantasmi del suo passato travagliato e sofferto, ma non siamo certi che alla fine della sua rievocazione riuscirà a salvarsi: al contrario, l'ambiguità di certe memorie che non sembrano affatto appartenere ai racconti della sua famiglia, tanto schiva, lascia temere che, al termine, Elisa verrà annientata dai suoi stessi personaggi. Senza di loro, quale vita l'attende?
Rimasta orfana, infatti, di entrambi i genitori e della madre adottiva, è una sorta di "sepolta viva", dedita solo alla scrittura nella sua stanzetta, con l'unica compagnia del gatto Alvaro.

Non c'è amore nella sua vita, nè c'è stato quando ancora i famigliari erano vivi: è questo, infatti, uno dei numerosi casi del romanzo di "amore negato" e di desiderio d'amore che si spinge al masochismo e all'amore servile. Così Elisa si pone nei confronti dell'altera madre Anna, e Anna si umilia per l'amato Cugino Edoardo, almeno quanto Francesco cerca di conquistare la moglie Anna. Nessuno di questi amori verrà soddisfatto; al contrario, sono sempre solo schiaffi morali.
Alla tematica amorosa, si intreccia indissolubilmente il fattore di rango: molto spesso i matrimoni vengono contratti per speranza di avanzamento sociale, ma questo poi beffardamente non avviene perché i mariti, nobili, sono in realtà in rovina. Anche da qui proviene la fortissima delusione e frustrazione dei personaggi femminili, mai soddisfatti, e quasi l'uno specchio dell'altro: la nonna Cesira, la madre Anna, e Elisa, la figlia.
Una considerazione viene spontanea: se i personaggi maschili sono completamente negativi, solo una donna si salva parzialmente dai pesanti limiti - Rosaria, la madre adottiva di Elisa. Qualcosa di strano? L'unica portatrice di qualche valore è una prostituta, antica amante di Francesco, e di lui innamorata al punto da adottare la figlia Elisa, una volta rimasta orfana. Questa scelta ha fatto molto discutere i critici, dal momento che la Morante ha creato come unico personaggio positivo proprio "una puttana", incolta e grossolana, ma così vera. Non apparirà più strano, tuttavia, se consideriamo che la Morante ha sempre parteggiato per il mondo degli esclusi (si veda in seguito l'epigrafe della Storia), dei poveri e degli emarginati.

E' stato inoltre rilevato come l'autobiografia, legata a una accurata lettura freudiana, accompagni la bella analisi psicologica dei personaggi: a cominciare dai nomi di alcuni personaggi, fino a singoli episodi, appare chiaro come la vita dell'autrice sia talvolta sovrapponibile a quella della piccola Elisa e crei quindi un ulteriore legame tra autore e narratore.

Una breve accenno - per non dilungarmi - merita lo stile, assolutamente antimoderno: in un'epoca in cui tutti i grandi autori sperimentavano lo stile asciutto neorealista, la Morante ha scelto di dimostrare tutto il suo talento in uno stile molto ricco, dall'aggettivazione splendida e gonfia, con una profondissima capacità descrittiva che in tutto e per tutto si richiama ai modelli sette-ottocenteschi, a cui si rifà anche con spruzzature di arcaismi.

Opera certamente indimenticabile, mai lascerà indifferenti: o si ama, o si odia. Per amarla, in primis bisogna dimettere la fretta della lettura - stiamo parlando di oltre 700 pagine di romanzo! - e lasciarsi trasportare dal sortilegio che l'autrice sortisce, di pagina in pagina.

Anathea