lunedì 15 maggio 2017

Le tredici ragioni di Hannah Baker

Tredici
di Jay Asher
Mondadori, 2017

pp. 229 
€ 17,00 (Ebook € 6.99)

Titolo originale: Thirteen Reasons Why
Traduzione di Lorenzo Borgotallo  e Maria Carla Dallavalle


Uscito nel 2007 ed esploso come caso mediatico dopo il successo della serie Netflix ad esso dedicata, Tredici (nell’originale, ben più significativo, Thirteen Reasons Why), offre abbondante materiale su cui riflettere. 
Il romanzo di Jay Asher racconta la storia di Hannah, le tredici ragioni per cui, a diciassette anni, ha deciso di togliersi la vita. È lei stessa ad esporle in prima persona, attraverso una serie di registrazioni lasciate all’ascolto di coloro che ritiene in qualche modo responsabili. Un modo estremo di fare chiarezza, per se stessa prima del gesto estremo, e per chi rimane e non si è reso conto della propria responsabilità, o se ne è reso conto e per qualche istante ha pensato di farla franca.
Non vendetta, però. Forse solo giustizia, solo verità:
"Insomma, cos'è che volevate di preciso? Perché io ne ho sentite talmente tante che non so nemmeno più quale sia la versione più accreditata. Ma so per certo qual è la meno accreditata in assoluto. La verità. Ora, la verità non ve la scorderete più."
Dopo l’uscita del serial, prodotto da Selena Gomez e interpretato da una intensa Katherine Langford, il pubblico adulto, soprattutto in ambienti educativi, si è diviso: c’è chi approva un prodotto che finalmente tratta in maniera esplicita di argomenti spesso passati sotto silenzio, come il suicidio giovanile, il bullismo, il cyber-bullismo e le violenze sessuali e psicologiche di cui spesso sono inconsapevoli vittime gli adolescenti anche in contesti considerati protetti. Altri ritengono invece che un’esposizione senza censure possa, invece che dissuadere o incoraggiare alla denuncia, incentivare tali pratiche, rendendole suggestive attraverso una presentazione eccessivamente patinata o eroica. 
C’è una differenza sostanziale (una più sostanziale delle altre), va detto, tra il libro e il film: al centro della narrazione di Asher sono le cause e le conseguenze della morte di Hannah, mentre poco spazio è lasciato a ciò che si colloca tra le une e le altre – la ragazza, dopo aver scartato altre opzioni, sceglie di ingerire delle pillole, di più non viene detto; nella serie, il momento del suicidio è presentato senza tagli, senza dissolvenze, senza accompagnamento musicale, descritto dalla voce narrante di Clay stranamente atona: vediamo la ragazza nella vasca da bagno che si taglia le vene tra il silenzio, i suoi stessi singhiozzi e lo sciabordare dell’acqua. Vediamo il sangue. Non c’è retorica, sicuramente nessun eroismo. La scena è violenta, durissima. Quel che si deve temere è forse lo sconvolgimento dello spettatore sensibile, non certo il rischio di una presentazione romantica del suicidio. Lo stesso, del resto, sostengono gli sceneggiatori intervistati a proposito delle loro intenzioni. 

C’è da chiedersi perché il clamore sia stato sollevato ora e non dieci anni fa, all’uscita del libro. Una risposta superficiale potrebbe essere che i ragazzi che hanno visto la serie sono probabilmente molti di più di quelli che hanno letto il volume nel decennio trascorso. Di fatto, però, il motivo principale è che il prodotto Netflix gode di un successo assolutamente meritato: la regia è curata, gli attori sono credibili, l’intreccio viene costruito con sapienza e risulta a tratti più avvincente di quello del romanzo: sono poche le reali differenze contenutistiche, ma gli elementi strutturali vengono ricombinati, cambiano ordine, talvolta mutano sottilmente forma, e questo contribuisce a realizzare una rappresentazione che è la stessa, ma al contempo è inesorabilmente diversa dall’originale (Propp docet, del resto).

Il libro ha il difetto (ma lo sarà poi davvero?) di essere meno scenografico, meno roboante, e non solo per quanto riguarda il metodo del suicidio. Già il tempo della narrazione è limitato: tutto si svolge nell'arco di una giornata, non c'è l'ansia crescente e prolungata del serial, dove Clay, amico di Hannah e coprotagonista, centellina l'ascolto per trovare la forza di andare avanti. Nel romanzo, il narratore cerca immediatamente giustificazioni a propria discolpa, vuole sapere tutto, vuole sapere subito: non crede possibile la propria presenza sui nastri incriminanti, né quindi di aver potuto giocare un ruolo nella morte dell'amica. Riflette rapidamente, impartisce al racconto un ritmo quasi frenetico:
"Conoscevo Hannah Baker. Voglio dire, mi sarebbe piaciuto. Avrei tanto voluto conoscerla meglio. Durante l'estate, abbiamo lavorato insieme giù al cinema. E non molto tempo fa, a una festa, ci siamo anche baciati. Ma non c'è stata occasione di frequentarci di più. E giuro che non l'ho mai e poi mai data per scontata.. Queste cassette non dovrebbero essere qui. Non con me. Ci dev'essere un errore"  
Le parole di Hannah si alternano senza soluzione di continuità ai ricordi di Clay, ragazzino goffo e innamorato così come lei era all'inizio, appena arrivata in città. Il trasferimento avrebbe potuto essere una seconda occasione per avere "il pieno controllo su come gli altri [la] vedevano" e questo richiedeva una prudenza che, per carattere, lei non aveva avuto. L’idea della speranza infranta, dell’opportunità perduta, fa pesare ancor più la disillusione successiva, e suggerisce che ci siano stati dei precedenti analoghi, una cattiva reputazione che non si vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle. Hannah appare allora, tra le righe più che per quel che dice, una ragazza fragile, troppo fiduciosa, e pertanto più facilmente esposta alle delusioni. Va detto che nel romanzo non c’è spazio per la realtà esterna alla narrazione, non c'è spazio per i genitori, per le conseguenze dell'ascolto delle cassette, se non attraverso il filtro di un narratore, due narratori, necessariamente parziali: la voce di Clay è ingenua, emotiva, ferita; spesso non capisce, non accetta, non si capacita. La voce di Hannah è “piena di rabbia”, poi progressivamente sempre più vuota. In entrambi i casi, sono solo le loro versioni dei fatti a cui noi abbiamo accesso

Se nel video le azioni dei personaggi – per lo più soggetti stereotipati da american high school –sono più giustificate, rientrano in una catena logica di eventi, Jay Asher presenta motivazioni più complesse, più sfumate. A volte i giovani coinvolti sbagliano in modo evidente, altre è solo questione di una ricezione particolarmente emotiva di gesti potenzialmente insignificanti. In alcuni casi si tratta di leggerezza, o piccole crudeltà, di cui non si percepiscono – perché oggettivamente implausibili – le possibili conseguenze. In altri, ancora, le persone coinvolte  come Clay o Porter – hanno fatto del loro meglio, ma non è bastato. Al tempo stesso, tra le pagine iniziano ad emergere prima i segni della depressione, il senso di ipocrisia e insensatezza che scaturisce da episodi di per sé relativamente diffusi (senza che questo sia necessariamente giusto) nel mondo giovanile, ma vissuti come drammi o traumi da un animo sensibile. Tredici è una storia circa la percezione dei fatti, che ci dice come la percezione - al di là del fatto in sé - sia tutto quel che conta. Nella serie Hannah viene presentata come una ragazza che reagisce ad ogni colpo, fino all'ultimo, fino all'annientamento finale, che assume un nome e un volto ben precisi; nel libro invece la depressione si fa strada lentamente e precocemente, rendendo le dinamiche più sottili e inquietanti. Il pensiero del suicidio emerge inizialmente come un rifiuto dei luoghi ("ho esplorato strade e vie secondarie di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza. Ho scoperto interi quartieri nuovi. E alla fine… Ho capito che ero semplicemente schifata da questa città e da tutto quello che c'era dentro"), poi come un rifiuto degli altri ("ho fatto finta di non vederlo. Non perché avessi qualcosa contro di lui, ma perché il mio cuore e la mia fiducia erano ormai ai minimi termini. E questo tracollo stava scavando un vuoto nel mio petto. Come se ogni nervo del corpo si stesse ritirando verso l'interno, abbandonando le dita delle mani e dei piedi. Fino a scomparire."), infine come un rifiuto di sé ("una cosa è certa, a quel tavolo, mi sono venuti in mente per la prima volta i peggiori pensieri del mondo. È lì che ho cominciato a pensare… A pensare… a una parola che ancora non riesco a pronunciare"). Una volta ammessa l’ipotesi, Hannah inizia a teorizzarlo, a studiarne le possibili realizzazioni pratiche. Quasi per impedirsi di scivolare senza freno lungo la china discendente già imboccata, però, dapprima semina in giro piccoli segnali del suo malessere, poi lancia richieste di aiuto sempre più chiare, che pure passano inosservate. Nulla ha più un senso, verso la fine. Solo Clay rimane nome dissonante, speranza sfiorata e perduta nel giro di una sera.

In qualche modo, nel volume, Hannah risulta in parte vittima, in parte artefice della sua sorte: 
"sapevi che era la peggiore scelta che potessi fare. Lo sapevi. (...) È per questo che l'hai fatto. Volevi che il mondo finisse di crollarti addosso. Volevi che diventasse tutto il più buio possibile."
È questa ambiguità che rende interessante e complessa la lettura, al contrario della visione del serial. Lei tende continue imboscate a chi la circonda, mette alla prova anche chi tiene sinceramente a lei, vuole conferme che gli altri non sanno di doverle dare. La sua fragilità, ma anche l'ostinazione nella decisione presa e ormai immutabile, rendono impossibile per gli altri aiutarla davvero. Se nella serie si ha fino all'ultimo l'impressione (irrazionale, dato il finale già noto) che qualcosa possa cambiare, nel romanzo è chiaro immediatamente che tutto è già scritto. Pur essendo apparentemente meno efficace, allora, il libro risulta in realtà estremamente più drammatico della sua realizzazione visiva per l'idea di inesorabilità che riesce a creare. 

Carolina Pernigo

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