mercoledì 19 aprile 2017

#PagineCritiche - Come vivevano i Romani?

La vita privata nell'Impero romano
di Paul Veyne
Laterza, 2010

Prima edizione originale: 1985

pp. 236
€ 9 (cartaceo)


Quanti di voi sanno perché un Romano non aveva un figlio, ma lo sollevava (dal verbo tollere)? Come funzionava la cerimonia del matrimonio: c'era un vero e proprio rituale codificato? E per il divorzio come si procedeva? Quali doveri e diritti legavano patroni e clienti? 
A questi e a tantissimi altri interrogativi risponde La vita privata nell'Impero romano, uno studio in cui Paul Veyne riesce a unire curiosità e rigore storico. Non ci sono frasi farraginose o astratte: tutto viene calato nella realtà del tempo, tra aneddoti, eventi storici, leggende, proverbi,... Addirittura, talvolta, l'autore ci mette a osservare la realtà dal punto di vista di diverse figure: ora diventiamo un liberto, ora uno schiavo, ora una madre di famiglia, osservando come venivano gestiti problemi, opportunità, crisi. La snellezza dello stile, l'immediatezza e il talento nel rendere la storia una grande narrazione di vita fa sì che il saggio sia leggibilissimo e molto godibile anche da parte di un pubblico di non addetti ai lavori o di studenti liceali. 

Non ci sono passaggi che annoiano, anche grazie alla scelta vincente di Veyne di iniziare il libro con un capitolo che racconta da vicino la vita di un romano, dalla nascita al testamento. Inevitabilmente, questo conquista il lettore, facendo sentire i Romani ora immensamente lontani da noi, ora più vicini di quanto si sarebbe osato credere. Così ci si inoltra nei capitoli successivi, che analizzano la complessità del matrimonio, tra contraddizioni e paradossi (che emergono già dai titoli dei paragrafi "Come scoprire se si è sposati" o dal successivo "Coniugi casti"). 
Visto il carattere inclusivo della famiglia romana, si prosegue con l'analisi di altre due figure certamente presenti: gli schiavi e i liberti, che meritano un capitolo a testa, perché sono realtà molto lontane dalla nostra ed è necessario immergersi nella mentalità e nella morale di un Romano per capire come si potesse considerare davvero uno schiavo e quali rapporti venissero mantenuti con gli ex-schiavi liberati. 
Mettiamo quindi un piede fuori da casa, ma uno solo, analizzando in un capitolo precipuo il legame intrinseco tra vita privata e vita pubblica: la privacy non esisteva, ma questo lo avevamo già scoperto leggendo di quanto gli schiavi fossero ovunque (anche nella camera da letto del padrone!). Ma in questi nuovi paragrafi ci si occupa di quanto i rapporti venissero regolati da bustarelle e raccomandazioni, senza che questo costituisse una pratica corrotta o disdicevole. Si pensi che esisteva addirittura un mediatore specializzato in transazioni di raccomandazioni e di clientele! 
Ancor più distanza dal presente viene marcata dalla concezione del lavoro, disdegnato dai Romani di buona famiglia, che gli preferivano un otium degno. Ma questo non implica che il patrimonio non contasse: anzi! Come sottolinea Veyne in apertura di capitolo, «tutti gli uomini sono uguali sotto il profilo dell'umanità, anche gli schiavi, ma quelli che posseggono un patrimonio sono più uguali degli altri». Bisognava tuttavia condurre un «nobile affarismo», lontano dall'usura e dal commercio, privilegiando invece l'esercizio del comando. 
La vita pubblica non è solo lavoro: è anche società, rapporti con i concittadini, analizzati nei capitoli successivi dedicati a censure e utopie e ai piaceri e agli eccessi, che rivelano non pochi pregiudizi e la tendenza a giudicare senza pietà i propri simili (persino le loro tombe!). A placare queste ansie, ecco i sedativi dell'anima, gli dèi, ben lontani da come descritti in tanti manuali di storia. 

Ed è proprio all'insegna della chiarezza e della passione che si giunge alla fine del saggio con il desiderio di ritrovare Veyne in un altro studio, perché in molti scrivono di storia, in pochi riescono a essere altrettanto limpidi e avvincenti.

GMGhioni



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