lunedì 1 febbraio 2016

#CriticaNera. Un noir tra la letteratura e la vita: "Irène" di Pierre Lemaitre

Irène
di Pierre Lemaitre
Mondadori

Traduzione italiana di Stefania Ricciardi

pp. 360
€ 15

Camille è un poliziotto alto un metro e quaranticinque, “una pallida copia di Tolouse-Lautrec, solo meno deforme”. Il caso che si trova ad affrontare sembra uscito da un incubo: sono stati ritrovati i cadaveri smembrati di due donne; la testa staccata, gli occhi bruciacchiati, i corpi martoriati. Il medico legale confermerà con dettagli scioccanti ciò che è evidente si dall'inizio: tortura spietata, orrore ed una follia più tremenda della morte. Sul muro, una scritta di sangue: “Sono tornato”.
Di fronte a questa scena del crimine colma di nefandezze
non si tratta neanche di scoprire, come per altri delitti simili, il significato che un preciso oggetto rappresenta nella sua vita personale, perché in un certo senso, l'oggetto in sé non ha alcuna importanza. È l'insieme che conta. Arrovellarsi a cercare il significato di ogni segno non servirà a nulla. È come se cercassimo il senso di ogni frase in un'opera di Shakespeare. Così facnedo, sarebbe impossibile comprendere il Re Lear. È il senso globale che va cercato.
Un macabro indizio, un'impronta lasciata col sangue sul muro, collega questi efferati delitti ad un vecchio caso in cui la vittima, orrendamente ferita, era una prostituta, come le due donne appena trovate. Nel tormento suscitato in Camille da quelle morti, improvvisa arriva un'illuminazione: il primo assassinio replica esattamente quello descritto nella Dalia nera di Ellroy. Quando poi la polizia capisce che il secondo delitto si ispira ad una scena di American psycho, lo schema diventa evidente: il killer ripete i crimini di romanzi noir. Stando alle parole del dottor Crest, lo psicologo chiamato a supporto della Omicidi, si tratta di un assassino seriale le cui azioni violente sono un vano tentativo di trovare appagamento in una ricerca che è invece destinata a non finire mai portando con sé sempre nuovi delitti. Sapere della passione letteraria del killer non aiuta però la polizia a trovarlo. Proprio quando, a causa delle continue fughe di notizie che anticipano alla stampa i dettagli sul caso, Camille sta per esser sollevato dall'incarico, ecco che l'omicida si fa vivo comunicando il suo piano: “La fusione tra l'arte e il mondo si sarebbe finalmente compiuta per merito mio”; il complesso rituale dell'assassinio eleva le vittime dalla loro vita meschina e le consegna alla sublime eternità dell'arte. È questo il lucido delirio di una mente malata che sprofonda la squadra di Camille (ed i lettori) in un inquietante abisso. Da quel momento si instaura un dialogo tra il comandante e l'assassino, che sembra conoscere bene il poliziotto e che lo ritiene l'unico in grado di capire l'eleganza e la poesia delle sue opere, il ricalco degli omicidi dei romanzi gialli. Che stia giocando o meno con la polizia, per la quale forse recita la parte di un personaggio non meno fittizio degli assassini di carta cui fa riferimento, il killer ha senza dubbio un'intelligenza raffinata e la sua diventa una vera e propria sfida.

La natura letteraria dei crimini è anche un'occasione per Lemaitre di riflettere su un genere, il poliziesco, considerato a lungo minore. Un pregiudizio che, fosse ancora presente, basterebbe la qualità di Irène a smentire clamorosamente. La prosa è posata, riccamente descrittiva, da scrittore di razza (non a caso l'autore ha vinto il Premio Goncourt nel 2013 con Ci rivediamo lassù), con un uso disinvolto e alternato di passato e presente che ne rafforza lo stile personale. Senza usare parole straordinarie o toni sopra le righe, Lemaitre descrive i gesti e gli atteggiamenti quotidiani facendo scattare un felice stupore per le centratura perfetta della scrittura.
Scopriamo, tra l'altro, le ottime letture dell'autore francese: tra i libri copiati dal “Romanziere” (il nome che la stampa affibbia al serial killer) ce n'è anche uno di McIlvanney, il grande autore di tartain noir recentemente scomparso.
L'incredibile successo della letteratura poliziesca mostra in modo lampante fino a che punto l'umanità abbia bisogno di morte. E di mistero. Il mondo corre dietro a quelle immagini non perché siano indispensabili. Perché non ha altro. All'infuori delle circostanze belliche e degli inverosimili scempi gratuiti che la politica propina agli uomini per placare la loro incoercibile fama di morte, che cosa hanno se non le immagini?
Il primo capitolo della trilogia noir che Mondadori ha raccolto in un cofanetto che contiene anche l'inedito Rosy & John ci consegna personaggi già memorabili, a partire dal protagonista, Camille, un “incompiuto a vita” dal fare dimesso, a tratti malinconico. La sua squadra, che lo seguirà anche nelle puntate successive, è composta da Maleval, sciupafemmine e dissipatore, Armand, parsimonioso e meticoloso al limite dell'ossessivo e Louis, il giovane poliziotto aristocratico dalla cultura sterminata.
Irène (un titolo discutibile essendo l'originale Travail soigné, che però trova la sua giustificazione aldilà della scelta di contrassegnare ognuno dei tre volumi con un nome proprio) è un gioco letterario di cui cade preda anche il lettore. La seconda parte del libro, molto più corta della prima, introduce infatti un livello differente nello specchio di finzioni imbastite da Lemaitre, e non diciamo di più per non togliere il gusto della lettura. Proprio come i lettori del romanzo, anche i suoi personaggi dovranno divorare le pagine di un libro per scoprire come va a finire la loro stessa storia.
Nei ringraziamenti finali (chiamati Debiti contratti) scritti per l'edizione Mondadori che raccoglie la sua trilogia Lemaitre ammette esplicitamente l'intenzione di esordire nel noir con un romanzo che rende omaggio a quelli che l'autore considera i suoi maestri nel genere; “quello che sono lo devo quasi interamente alla letteratura” dice di sé, ma Iréne non vive solo di fantasie libresche: Lemaitre sa che la realtà è spesso molto più prosaica della finzione e paradossalmente riesce a dimostrare questa differenza con un romanzo nel quale anche le situazioni più crude sono raccontate col tratto elegante della grande letteratura.

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