venerdì 28 febbraio 2014

Ci rivediamo lassù: Lemaitre tra le stelle del Goncourt

Ci rivediamo lassù
di Pierre Lemaitre
Mondadori, 2013

pp. 456
cartaceo € 17,50
ebook € 9,99



«Quello che vedi non è esattamente la realtà, i tuoi pensieri sono evanescenti, i progetti sembrano miraggi, abiti in un sogno, in una storia che non è completamente tua.
E il domani non esiste.» (p. 415)
Queste righe potrebbero riassumere tutto Ci rivediamo lassù, romanzo che è valso a Pierre Lemaitre il prestigiosissimo premio Goncourt. Niente è come sembra: la storia si apre negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, quando i soldati sono ormai stremati e accecati da fame di massacro, e già domina il paradosso: «Più si spera nella pace, meno si confida nelle notizie che l'annunciano, un modo insomma per scongiurare la malasorte» (p. 11). Infatti, i soldati si sono visti passare davanti gli anni, le illusioni della guerra-lampo, le lettere dalla fidanzata e dalla famiglia, e ormai hanno capito «che la guerra non era altro che un'immensa roulette in cui le palline erano pallottole, e sopravvivere quattro anni rappresentava fondamentalmente un miracolo» (p. 18). Così anche per Albert Maillard, uno dei due protagonisti che incontriamo sul campo di battaglia, e rischiamo di perderlo dopo quaranta pagine, sepolto vivo da una montagna di terra per una granata scoppiata vicino alla buca dove Albert era caduto. Caduto? Sì, ma spintonato dal suo superiore Pradelle, perché Albert era stato testimone, suo malgrado, di un caso spinoso da insabbiare. Poco dopo, Albert esala l'ultimo respiro, che è tra le altre cose il respiro offerto dal fiato mefitico di un cavallo sepolto lì sotto. Si può iniziare un libro con un protagonista morto? Difficile, ma soprattutto non ce lo dobbiamo chiedere, perché Albert riprenderà a respirare poco dopo. 

Infatti, un suo compagno d'armi, Édouard Péricourt, percepisce da lontano un movimento di baionetta, gli pare di carpire un movimento nella terra, e allora si trascina lì, nonostante la gamba gravemente ferita. Per salvare Albert, Édouard gratta via la terra, e a un certo punto salvare il compagno è anche salvare sé stesso, e i soldati in generale. 
Niente è come sembra, dicevamo: Albert riprende a respirare e, per il sadico gioco del destino, il riso liberatorio di Édouard viene interrotto dalla scheggia di una granata, che deturpa gravemente il bel viso del ragazzo. Ad Albert non resterà che seguire il difficoltoso percorso di riabilitazione del suo salvatore, sempre tenendo presente la fatalità degli incontri
«Nella loro vita, Albert e Édouard non si erano mai frequentati, si erano visti, incrociati, salutati, forse un sorriso da lontano da qualche parte, niente di più». (p. 52)
Infatti, i due resteranno uniti molto a lungo: Albert non rifiuta mai di aiutare l'amico profondamente depresso e dipendente da morfina e droghe per sopportare il dolore e, soprattutto, crea e protegge una seconda identità per Édouard, che non vuole più rientrare in famiglia. I Péricourt, infatti, sono ricchissimi  e godono di un'ottima reputazione, ma il padre è sempre stato incapace di dimostrare amore per quel ragazzo un po' troppo effeminato e dedito alla pittura, agli scherzi e alle frivolezze:
«Ogni storia deve trovare la propria fine, è nell'ordine della vita. Anche tragica, anche insopportabile, anche ridicola, ci vuole una fine a tutto, e con suo padre non c'era stata, tutti e due si erano lasciati nemici dichiarati, non si erano mai visti, uno era morto, l'altro no, ma nessuno aveva pronunciato la parola fine» (p. 369).
Édouard è così, istrionico e artista, e il lettore intuisce presto che basterà pazientare per veder riapparire il suo genio. 
Ma - lo ripetiamo - ancora una volta niente è come sembra, e il genio di Édouard si piega al male, o meglio al cinismo che tanti condividevano. Il ricordo della guerra, che ha cambiato per sempre la sua vita, diventa allora occasione per ideare una truffa di primissima qualità: perché non fingere di essere uno scultore famoso e candidarsi per ben trecento statue in ricordo dei caduti? Poi, basterà fuggire con quella cifra astronomica... In fondo, infatti, 
«"Le guerre ci sono sempre state, perché dovremmo interessarci a questa più che alla precedente? O alla prossima?"» (p. 306)
Condivide la stessa visione Pradelle, l'ufficiale che all'inizio del romanzo ha quasi ucciso Albert, e che nel corso del libro rincorre la ricchezza come unico bene possibile - e lo farà a scapito di qualsiasi morale, fino a questa agghiacciante domanda retorica: 
«E chi cazzo se ne fotte, porca puttana! Quando vengono a raccogliersi, i parenti mica scavano sotto la tomba per verificare che è proprio il loro morto?» (p. 234)
E pare inevitabile - il lettore conosce bene l'imprevedibilità del destino e, soprattutto, del destino orchestrato da uno scrittore di prim'ordine - che Pradelle (il grande timore, quasi paranoico, di Albert), Albert ed Édouard si rincontrino. Quando e come, lo assicuro, è impossibile da prevedere, perché Lemaitre è un narratore onnisciente che sa tutto, giudica, partecipa e, soprattutto, ammicca al lettore, secondo un uso non propriamente moderno. Modernissima è invece la giocosità della narrazione, che procede con lo sguardo dissacrante del relativismo di oggi: i personaggi, caratterizzati benissimo, sono burattini nelle mani di un Dio che ha nome Pierre e cognome Lemaitre. E ogni dettaglio, anche il più infinitesimale, scolpisce figurine che per le loro sembianze e per la loro psicologia resteranno nella memoria collettiva dei lettori. Un Goncourt meritatissimo

GMGhioni



Uno dei momenti più goduriosi per i lettori (oscuro i nomi per non fare troppo spoiler):
«"Ma sì, amore, sono sicura che hai afferrato perfettamente. Non sono indifferente a quello che fa, ma a quello che sei" [...]. Atterrito dalla sequenza di abbandoni sopraggiunti in poche ore, XXX si sforzava disperatamente di dare corpo a quel cataclisma, ma non ci riusciva, erano parole, immagini, nulla di concreto. Perdere tutto così, rapidamente come lo aveva guadagnato, non arrivava a concepirlo.Ci riuscì alla fine in virtù di due parole pronunciate ad alta voce mentre era da solo nel corridoio: "Sono morto"». (pp. 380-. 382)

Curiosi quanto me di saperne di più dall'autore? Questo pomeriggio sarò a Milano insieme ad altri lit-blogger per incontrare Pierre Lemaitre. 

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