venerdì 1 febbraio 2013

Una trilogia al cioccolato


Chocolat (Chocolat)
Le scarpe rosse (The lollypop shoes)
Il giardino delle pesche e delle rose (Peaches for Father Francis)
di Joanne Harris

Garzanti



Sto per raccontarvi una storia lunga tre atti. Una storia che inizia molto bene, che è un piacere leggere e che poi, mano a mano, ingrigisce e sbiadisce. Una storia che profuma di tartufi, cioccolata calda e pain au chocolat e che termina in modo molto amaro.
1999:
Siamo arrivate con il vento del Carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sui marciapiedi come inutile antidoto contro l’inverno.
Molte storie iniziano con un arrivo: Vianne Rocher e la figlia Anouk, su queste parole, fanno il loro ingresso nel pittoresco paesino francese di Lasquennet-sous-Tannes.
E’ l’incipit del romanzo Chocolat, forse più largamente conosciuto per la trasposizione cinematografica con Jonny Depp e Juliette Binoche nel ruolo di protagonisti. Narra, per chi ancora non lo sapesse, della vivace e misteriosa Vianne che, dopo aver viaggiato per diversi angoli del pianeta, giunge in questo agglomerato di case fermo, come mentalità e urbanistica, agli anni Sessanta del secolo scorso e apre una cioccolateria proprio all’inizio del periodo di Quaresima. I suoi modi eccentrici e le sottili magie (legate alla cioccolata) che la donna esercita suscitano le reazioni scandalizzate e perbeniste delle comari del paese che fanno riferimento alla tormentata figura del curè Raynauld. Nel film, il ruolo di antagonista è stato assegnato al sindaco.



Tutta la narrazione si svolge sul filo dello scontro tra le due mentalità: da una parte, la Chiesa Cattolica e i suoi dogmi un po’ troppo ante-riforma, dall’altra il cioccolato, visto come discendente di tutti i culti pagani e afferenti alla venerazione della madre terra che tanto andavano di moda negli anni in cui il libro è stato pubblicato. Il paese, ovviamente, si spacca in due: c’è la Armande, vecchia strega che vive lungo il fiume e prende immediatamente le parti di Vianne. Josephine, vittima delle violenze del marito, che ne diventa amica. Caroline Clairmont, figlia di Armande, ma sfegatata “fan della Bibbia” e pronta a tutto per scacciare la nefasta influenza dei tartufi e della cioccolata calda dal quieto villaggio. La tensione raggiunge l’apice con l’arrivo dei vagabondi del fiume, capitanati dall’ombroso Roux (Jonny Depp nella versione cinematografica) verso il quale Vianne prova una grande attrazione. (Pensando all’attore, come darle torto...)

Torniamo alla storia. Lo scontro giunge al culmine con il tentativo di rogo delle barche dei vagabondi del fiume e la morte della vecchia Armande. Entrambi gli eventi scuotono molto Vianne. E’ nato qualcosa tra lei e Roux, ma il vento, che ha sempre dominato la vita della giovane donna, torna a farsi sentire, anche se lei inizia ad essere stanca di questo continuo spostarsi:
Che questa volta il vento non senta. Che questa volta… per piacere, solo questa… se ne vada senza di noi.
Il finale è tutt’altro che rassicurante e colorato come la versione hollywoodiana e lascia aperte molteplici possibilità. Vianne e sua figlia rimarranno? Oppure il vento le soffierà via di nuovo? E di Roux si saprà ancora qualcosa? La fantasia del lettore rimaneva stimolata. Nonostante un breve accenno nel romanzo Vino, patate e mele rosse in cui viene rivelato che Vianne ha lasciato Lasquennet, delle due protagoniste non abbiamo più notizie.

Qui termina il nostro primo atto. Mentre cala il sipario e vi faccio prendere una pausa, scrosciano gli applausi. Per quel che mi riguarda, non esito a definire questo romanzo eccezionale. La caratteristica che senza dubbio ha fatto scuola è la scrittura sinestetica della quale si serve l’autrice. La sinestesia è un fenomeno per il quale una stimolazione uditiva, tattile, visiva e olfattiva viene percepita come due eventi sensoriali distinti ma conviventi: è, sostanzialmente, una percezione multipla. Per fare qualche esempio “i colori del vento” oppure “un sapore appuntito”. È tipica della sfera poetica, ma la Harris, che soffre appunto di un disturbo sin estetico, è riuscita a trasporla meravigliosamente anche nelle righe di prosa.

Pronti al secondo atto?

Si credeva che la storia di Vianne e Anouk terminasse così. Invece, nel 2007 sugli scaffali iniziò ad occhieggiare un titolo Le scarpe rosse, l’atteso seguito di Chocolat. Joanne Harris nel frattempo aveva pubblicato altro, storie che non centravano più con Lasquennet e che erano, tutto sommato, piacevolissime letture. Non ai livelli di Chocolat, ma davvero molto belli.
I sequel non previsti mi lasciano sempre molto perplessa. Si vuole fidelizzare il lettore ripescando personaggi che, in genere, non hanno più molto da dire. Però, se un autore ti piace e ami il personaggio, non fosse altro che per curiosità, leggi il seguito.
Ne Le scarpe rosse sono trascorsi quattro anni. Vianne vive a Parigi e ha aperto una piccola cioccolateria a Montmartre. Non fa più magie però, non produce più nemmeno lei il cioccolato e si fa passare per la rispettabile vedova Yanne Charbonneau con due figlie a carico: Annie-Anouk che ha ormai 11 anni, e la piccola Rosette così simile a una scimmietta e così carica di magia da far capitare strani Incidenti. Nella loro vita arriva questa donna dalle appariscenti scarpe rosse e dall’esotico nome di Zozie de l’Alba. La donna, discendente dai Maya, è quella che potremmo veramente definire una strega, una persona subdola che ruba l’identità delle persone e che cerca di portare la piccola Anouk dalla propria parte.
Il risvolto interessante del romanzo è che Anouk diventa voce narrante: a 11 anni, frequenta un lycèe a Parigi ed è vittima costante degli attacchi degli altri ragazzini che la percepiscono come diversa. Anche lei è carica di magia e vorrebbe tanto che maman tornasse ad essere quella di una volta. Invece e Zozie a comprenderla, ad incoraggiarla ed a insegnarle un sacco di trucchi che derivano dall’antica saggezza Maya. Tra Vianne e Zozie si giunge allo scontro per “l’anima” di Anouk, mentre vecchi personaggi riemergono dalle nebbie del fiume.

Si chiude il secondo atto. Gli applausi sono un po’ inframmezzati dai commenti perplessi. Si indebolisce lo stile: interi paragrafi ricorrono da precedenti romanzi. Non fosse per la voce narrante di Anouk non prenderebbe la sufficienza.

Si alza il sipario sull’ultimo e (speriamo) terzo atto. Inutile negare che la mania della trilogia ha preso il sopravvento. Anche bravi autori cedono a questo insano impulso che ormai sconvolge la narrativa contemporanea. Non stiamo parlando di Tolkien che ha scritto una trilogia eccelsa sotto ogni punto di vista: parliamo di autori che spremono filoni avvizziti, si ripetono solo allo scopo di creare un brand. Soldi letterari facili.
Siamo nel 2012: di nuovo, sugli scaffali compare un altro titolo Il giardino delle pesche e delle rose. Vianne riceve una lettera “post- mortem” dalla vecchia Armande e deve far ritorno a Lasquennet. Il villaggio adesso è preda della globalizzazione e, sulla riva del fiume, è sorta una compatta comunità musulmana. Il curè Raynauld ha bisogno della sua vecchia rivale. Non si tratta tanto di scontro tra chiesa-moschea quanto di segreti e rivalità nella stessa comunità islamica mentre osserva il sacro digiuno del Ramadan.

Il terzo atto è breve, ma forse vi siete distratti o avete pensato ad altro per una cinquantina di pagine. La delusione è bruciante. Vecchi personaggi ripescati, ma ormai senza più spessore; una trama che, francamente, è inconsistente; la splendida scrittura sinestetica che aveva fatto la forza del primo romanzo è stanca, sbiadita, usurata; scompare la voce di Anouk che tanto aveva fatto ne Le scarpe rosse. Nemmeno le ricette, la cioccolata o i dolci fanno venire l’acquolina in bocca.

Ecco a voi la storia di come, cercando di creare una trilogia, si è perso in qualità. Di come si è preferito riempire gli scaffali piuttosto di avere il coraggio di fermarsi al primo capitolo. Perché, per quanto ci provi, Joanne Harris continuerà sempre e solo ad essere l’autrice di Chocolat.

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