sabato 30 aprile 2011

Enzo Biagi "Fatti Personali"

Fatti Personali
di Enzo Biagi
Mondadori, Milano 1988

209 pp.
€ 4.91

Leggere questo volume di Enzo Biagi ha un particolare interesse oggigiorno. Il celebre cronista italiano raccoglie infatti una serie di articoli riguardanti personaggi, avvenimenti, riflessioni sul panorama socio-politico e culturale dell'Italia degli anni Ottanta.

Il particolare interesse deriva dall'immediato raffronto che sorge tra l'Italia di allora e quella di oggi. Un'Italia che in parte presentava gli stessi problemi che mostra oggi, gli stessi schemi sociali, le stesse peculiarità culturali, ma sotto una luce diversa, quella di un paese ancora in bilico tra la ruralità del pre-Guerra mondiale e il boom economico del dopoguerra. Un'Italia che, col grande fardello della Prima Repubblica, si affaccia timidamente verso quel mondo contemporaneo post-industriale che nel Belpaese è arrivato con così tanta lentezza, e di cui oggi vediamo la coda.

Una serie di commenti asciutti e schietti quelli del cronista, che pur concedendo la penna a diversi "orpelli", non perde mai di vista lo stile resocontistico del cronista. Biagi sfiora personaggi importanti, da Craxi a Berlinguer, da Alberto Franceschini a Cossiga, ripercorrendo passaggi altrettanto importanti della storia italiana. La scrittura, seppur essenziale, mostra spesso una punteggiatura davvero eccessiva, come era lo stile del periodo, e la lettura talvolta ne risente. Ma son dettagli di poco conto di fronte alla potenza comunicativa e alla pungente critica che traspare da queste pagine. Sicuramente consigliato (il libro è vecchio, ma in biblioteca si reperirà senz'altro facilmente) per avere uno spaccato dell'Italia di qualche decennio fa da uno dei maestri italiani della cronaca.

Giuseppe Novella

venerdì 29 aprile 2011

Giulio Ferroni vs. letteratura contemporanea

Scritture a perdere. La letteratura degli anni zero
di Giulio Ferroni
Laterza, Roma-Bari 2010

pp. 110
€ 9,00

Un critico che non le manda a dire. Viene da pensare a questo, fin dalle prime pagine di Scritture a perdere, agile pamphlet o raccolta di interventi di Giulio Ferroni, noto a tutti per le antologie della Letteratura italiana mondadoriana, o per il diffuso La passion predominante
Critico, storico della letteratura, giornalista, scrittore e professore ordinario di Letteratura italiana a Roma: sfaccettature multiple che spiegano l'estrema precisione scientifica di Ferroni, nonché lo stile accattivante e l'estrema chiarezza delle sue pagine critiche. Limpidezza del dettato e levità contribuiscono di certo alla diffusione di Scritture a perdere, pensato non solo per gli addetti ai lavori ma per il lettore medio che, adescato a dovere da un titolo attraente, si troverà immerso senza accorgersene in un dibattito acceso col presente della letteratura. 
La polemica è una Kali che allunga le sue tante braccia in ogni singolo contributo, a partire dall'assunto che
oggi assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall'impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile: come schiacciata da tutto ciò che ha alle spalle e dall'eccesso in cui continua ad espandersi, confinata in una condizione che da tempo è definibile come "postuma". (p. 101)
Una concezione pessimistica, certo, della condizione della letteratura nella contemporaneità, schiacciata dai media e dall'immagine, nonché dall'informatica, di cui Ferroni non sembra apprezzare neanche le potenzialità pratiche (Il tempo dell'eccesso). Si moltiplicano i testi, ma restano annacquati tentativi di comunicazione: dominano i contenuti e sbiadisce l'attenzione allo stile, sempre più tachigrafico e meno studiato, piegato sull'imitazione del parlato, anche quello più bieco e corrivo. 
Dopo una violenta denuncia della sparizione di spirito critico nella società italiana (Evaporazione di una cultura "critica"), ha ampio spazio il ripensamento di Ferroni su tanti bestsellers pluripremiati negli ultimi anni. In particolar modo, nel capitolo Scrittori di successo la penna  di Ferroni si fa critica sulla Mazzantini di Venuto al mondo, ma anche sulla Solitudine dei numeri primi di Giordano o Scarpa con il suo Stabat mater
Nel successivo capitolo Frammenti del bestiario italiano, Ferroni prende atto della sempre più frequente tendenza degli scrittori italiani a provare la strada del genere noir, a qualunque costo, costruendo trame largamente inverosimili, su ispirazione particolarmente libera di fatti di cronaca.

Dopo questa raccolta di disillusione e di distruzione della letteratura contemporanea, subentra l'aspetto propositivo di Ferroni. Il capitolo Qualche strada praticabile: dal racconto all'"autofiction" perde la portata polemica dei precedenti, per esaminare generi e possibilità d'espressione per il presente. La misura del romanzo appare inadatta a rappresentare la "confusione del mondo"; al contrario, 
sembra che la forma "breve" del racconto, guardato spesso con sospetto dagli editori, sia oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell'esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva: essa può costituire una risposta critica allo zapping interminabile della comunicazione e alla sua apparente continuità e scorrevolezza, all'aggressione sistematica della televisione e della pubblicità. (pp. 67-68)
Testimonianza del successo e delle potenzialità della forma breve, è il ritorno al racconto di tanti scrittori, come Vassalli, con il suo Dio, il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni (Einaudi, 2008), o Giovanni Martini, Francesco Pecoraro, Silvana Grasso, Andrea Carraro e Giorgio Falco. Alle loro raccolte di racconti Ferroni dedica un'attenzione ammirata, con brevi ma efficaci quadri delle caratteristiche principali di ogni opera. 
Altra possibilità rimasta alla letteratura contemporanea è, forse, l'Autofiction, ovvero 
l'io che parla non è propriamente autobiografico, ma non è nemmeno del tutto fittizio, coincide in tutto o in parte con quello dell'autore vero e proprio, di cui può assumere anche lo stesso nome, anche se sulle sue vicende personali inserisce dati di finzione che possono essere più o meno ampi, oscillando tra una misura minima [...] e una misura massima (p. 83). 
Questo genere, che ha per illustre predecessore Proust della Recherche e nel Novecento italiano Fratelli d'Italia di Arbasino, trova esempi contemporanei nei meno noti Ermanno Cavazzoni, Fabrizia Ramondino e Walter Siti. In una struttura che oscilla tra recensione e breve commento, Ferroni apprezza le peculiarità delle singole opere, per poi ricordare due libri molto distanti tra loro ma comunque meritevoli come Gomorra di Saviano e La vita bassa di Arbasino.
Chiude il libretto Responsabilità e destino, da cui ho tratto la prima citazione: alla fine della lunga tirata polemica e del più dimesso plauso per le suddette opere, Ferroni delinea le caratteristiche dello scrittore che manca alla contemporaneità, e chiude la propria riflessione con un fondo di provocazione (o di velata speranza?):
Di fronte a questo contesto [...], una scrittura della responsabilità e del destino non può prescindere da una prospettiva "negativa", da un legame con la grande tradizione di "negazione" che ha caratterizzato la modernità letteraria e artistica. Ma questa negatività non può chiudersi nella propria singolarità, nel rilievo della propria autosufficienza, negli oscuri gorghi in cui si è spesso immersa l'avanguardia: le tocca confrontarsi con la confusione e con l'eccesso della comunicazione corrente, lavorare sottilmente contro le scorte infinite che la costituiscono, depurarne e svuotarne l'illusoria consistenza. Ricerca dell'essenziale, impegno nell'ascolto del mondo, cura per il suo destino, disposizione a dislocare l'invenzione e a toccare il cuore del linguaggio. Ci saranno nel nostro paese scrittori all'altezza di questa necessità? (pp. 109-110)

Gloria M. Ghioni

giovedì 28 aprile 2011

Fantasia ed immortalità nella letteratura fantastica di Bioy Casares


L'invenzione di Morel

di Adolfo Bioy Casares
Bompiani, Milano 2007

1^ edizione: 1940
€ 6.50


Il mondo della letteratura fantastica è variegato quanto complesso: alla sua base riposa una contraddizione tipica dello spirito umano, quella cioé di poter esprimere compiutamente qualcosa solo descrivendone l'esatto contrario, in un gioco dialettico che in fin dei conti potrebbe essere indicato come la definizione stessa di "cultura". E' così che il pensiero indica la materia, la ragione sussume la follia e, come in questo caso, l'irreale diventa cifra potentissima della realtà. Ma ci sono senz'altro diversi modi in cui ciò può avvenire: se talvolta la letteratura fantastica intende essere un simbolo del mondo, o un modello, nel caso degli autori sudamericani che in questo tipo di opere si sono distinti il lavoro letterario non intende essere un "simbolo", né tantomeno l'indicazione di una via. Spesso, piuttosto, la creazione mira ad essere più reale del reale stesso.

Nel 1940 Adolfo Bioy Casares (1914-1999) ha pubblicato L'invenzione di Morel, un romanzo che si è subito distinto per l'enorme apprezzamento da parte dei maggiori scrittori del tempo. Acclamato da Borges, maestro indiscusso del racconto nonché grande amico di Bioy Casares, ed osannato da Octavio Paz, il libro dell'autore argentino è un agile e brevissimo intreccio ambientato su un'isola tropicale sconosciuta, dove un fuggitivo registra su un diario le prodigiose vicende alle quali ha da poco potuto assistere: uno scienziato ha scelto il luogo per sperimentare un nuovo macchinario da lui stesso ideato, uno strumento capace, a suo dire, di donare l'immortalità a coloro sui quali viene utilizzato.
Sarebbe inutile e controproducente addentrarsi nella descrizione dei personaggi e della trama: in realtà ciò che del romanzo fa davvero pensare è ciò che è sotteso alla psicologia del narratore (il fuggitivo) e l'inventore (Morel), nonché le implicazioni filosofiche della scoperta e del modo in cui essa viene presentata. I temi sfiorati sono numerosi, l'amore come l'immortalità, il problema della tecnica e quello della felicità.

Cosa vuol dire "immortalità"? Si tratta della conservazione della propria coscienza, dell'immortalità del corpo, del semplice vivere in eterno? E soprattutto, in che modo la tecnica può sperare di donarci questa eternità? A queste domande Bioy Casares risponde attraverso l'inquietante ed enigmatica genialità dell'inventore, un adepto della modernità e della scienza che attira nelle spire del proprio discorso anche il nascosto osservatore dei nuovi eventi dell'isola, prima spaventato scrutatore, poi morboso voyeur e infine vittima di un'invenzione che è innanzitutto un'idea, una visione del mondo, il nostro Occidente intero racchiuso in poche pagine.

L'invenzione di Morel merita di essere letto per lo stile elegante e sintetico, per la limpidezza dei contenuti e per l'originalità dell'idea di fondo, segno evidente di vicinanza alla scrittura di Borges: ma merita di essere letto in primo luogo perché è attraversato profondamente dalla domanda che può essere posta sul romanzo stesso e sul genere a cui appartiene: cosa è "reale"? Non possiamo conoscere, leggendo questa storia, l'idea di Bioy Casares; possiamo però confrontarci con l'imbarazzante idea di una realtà come semplice apparizione e riproduzione; un'idea che dopo il momento ludico della lettura si mostra meno fantastica - e meno ludica - di quanto sembri.

Alessandro De Cesaris

mercoledì 27 aprile 2011

Faccia da turco di Günter Wallraff

Faccia da turco. Un "infiltrato speciale" nell'inferno degli immigrati 
di Günter Wallraff 
Pironti Editore

1^ edizione: 1986
Traduzione di P. Moro

€ 12.39
pp. 256

Un libro best seller scritto trentanni fa ma sempre attuale nell'affrontare il dramma dell'immigrazione, specie di fronte alle rivolte scoppiate in questi giorni nel nord Africa che stanno portando nel nostro paese continui flussi migratori spesso purtroppo accompagnati da tragedie.
Tra l'altro a distanza di anni dal primo esperimento di "travestimento" da turco che ha permesso all'autore di comprendere come vivevano gli immigrati turchi e di scrivere questo libro, egli ha ripetuto l'esperimento ai tempi del governo Merkel travestendosi da "somalo" per raccontare i pregiudizi e il razzismo in tempi più recenti verso gli immigrati africani.

Il libro è uno straordinario reportage realizzato grazie all'esperienza del giornalista di travestirsi per due anni da operaio turco facendosi assumere dalla Thyssen, nota in Italia per la morte qualche anno fa di alcuni operai, per raccontare da vicino la vita degli immigrati turchi nella civilissima Germania.
Qualche hanno fa, un giornalista italiano, si mascherò anche egli da immigrato camuffando il proprio accento, potendoci così raccontare le condizioni disumane in cui vivono gli immigrati nei centri di accoglienza.

In questi ultimi giorni dopo la vicenda del terremoto in Giappone si sta riflettendo sui rischi mai stati del tutto controllabili dell'energia nucleare, in Germania si sfrutta già da tempo l'energia solare e nelle ultime elezione il partito ecologista dei Verdi è uscito trionfatore.
Colpisce quindi nel libro il racconta che proprio in Germania all'epoca, esisteva il procacciatore di lavoratori turchi che reclutava schiavi da far infilare nel condotto di una centrale atomica in cui era avvenuta una fuga radioattiva.
Anche noi italiani siamo stati immigrati, nella stessa Germania per l'appunto, accettando lavori che altri non volevano fare per mandare avanti la famiglia sperando per i propri figli un futuro migliore, d'altronde non c'è legge restrittiva che fermi la disperazione di chi non vede più un futuro nel proprio paese e ne cerca uno migliore altrove.
E' consigliabile la lettura di questo libro perché aiuta a riflettere su un mondo sempre più globale, in cui gli sconvolgimenti internazionali oramai non possono non riguardare più la vecchia
E' necessaria infatti, una riflessione comune nel vecchio continente per trovare soluzioni umane e congiunte per affrontare l'emergenze di un mondo di disperati che bussa alle sue porte.
Non sembra perciò né reale né efficace chiudersi nel proprio provincialismo perché l'unico risultato sono le tragedie purtroppo anche di questi giorni di tanti morti in mare ed un clima di irragionevole paura spesso alimentato per ottenere un consenso elettorale. 

Lucia Salvati

martedì 26 aprile 2011

Un po' bestiario un po' favola contemporanea: Zoo col semaforo di Piccirillo

Zoo col semaforo. Tragicomiche nella fattoria urbana
di Paolo Piccirillo
Nutrimenti, 2010

pp. 192
€ 12.00

Carmine è un settantenne che gestisce campetti da calcetto in periferia. Vive in una casa che si affaccia sulla tangenziale Napoli-Aversa e la sua vita si è ridotta a una preghiera quotidiana: ripulire quel tratto di strada dai rifiuti e dalle carcasse di animali investiti e lasciati sull’asfalto. Si ostina a tenerlo pulito perché lì sta la lapide di suo figlio che in quel punto, vent’anni prima, è stato azzannato da un pitbull. Con la sua vita, a un certo punto, si incrocia quella di Salvatore, un albanese che adesso vive in Italia, lavora per un negozio di animali e ha un pitbull sempre mansueto che, però, un giorno ferisce il figlio del macellaio del paese. Ciò scatena una selvaggia vendetta. 

Attorno alla loro storia si costruisce un puzzle di vicende che hanno per protagonisti uomini e animali e che parlano di amore estremo e di ineluttabile dolore. Sullo sfondo una desolante provincia casertana con le sue leggi, i codici, la ritualità di una civiltà “bestiale”, che non viene attaccata esplicitamente ma in modo sotterraneo mostrandone i lati più aggressivi, la perenne lotta per l’affermazione. Profondamente umane, invece, le bestie di Piccirillo osservano gli uomini dal basso, come il piccolo gattino che non riuscirà più a sollevarsi dall’asfalto, l’anatra che vive beata tra lo sporco e lo smog della città e il polipo di un acquario che muore nel tentativo di raggiungere il mare. Un esordiente Piccirillo rapisce il lettore nella maglia di un disegno che all’inizio sembra oscuro e sfuggente, ma, andando avanti, si scopre un vortice di storie che sono anche riflessioni e ci si riconosce nello sguardo di un cane o nel volo di un falco che inseguono una – forse – irraggiungibile felicità. È uno straniamento paradossale: la purezza dell’istinto naturale vince se messa a confronto con un triste “zoo umano” del sud Italia. 

La vita e la morte sono in dialettica costante, compresenti in tutte le storie piccole e grandi che l’autore racconta, perché un grande scrittore è quello che riesce a “mettere in un racconto la vita e la morte con la stessa intensità”. Una favola oscura dei nostri giorni: l’autore immagina di registrare le impressioni che gli animali avrebbero se si guardassero intorno oggi. Ha infatti dichiarato: “quello che mi interessava era entrare nella percezione visiva ed emotiva di più animali; non limitarmi a quella di uno solo, che sarebbe potuto essere il pitbull, o il cane in generale. Volevo dare varietà al testo, fare un vero e proprio bestiario”. Pur potendolo considerare un bestiario contemporaneo, in Zoo col semaforo non c’è un’unica lezione moraleggiante, bensì la lucida e un po’ sofferta consapevolezza che il senso della vita stia nel continuo cambiamento e nell’idea del passaggio. Anche e soprattutto quello verso la morte, che si intreccia alla vita in modo così stretto.

È quello che, nel racconto “L’acciuga sconosciuta”, succede alla spigola che sta per morire ma per la prima volta, vedendo la luce, può rendersi conto di quanto sia bello quel mondo fuori dal mare che non aveva mai conosciuto. La scrittura è nitida e intima, equilibrata anche quando descrive la sofferenza estrema. Nella sua essenzialità illumina con pochi tratti le psicologie dei personaggi: la storia di Salvatore e la sua infanzia a Durazzo, quando ancora si chiamava Slator e riponeva in un cane tutto l’amore che non riceveva dagli uomini, la solitudine di Carmine che non è riuscito a ricostruire la sua vita dopo una tragedia così grande ma che alla fine del libro è ritratto sulla sfondo di un tramonto in uno squallido campetto di periferia ma, stavolta, in compagnia di un cane. Anche per Slator si apre forse una nuova vita: deve lasciare l’Italia e ritornare a casa, ma non è detto che questo ritorno sia un fallimento: abbandona il desolante scenario di una Caserta dominata dalla camorra e di “una Roma intera, di domenica, senza nulla da fare”. Se volessimo proprio ravvisare una morale in Zoo col semaforo, essa sarebbe che il senso della vita sta nel ricominciare, come il sole che 
“torna sempre, ogni giorno, uguale e splendente; sta sempre là e si crede il migliore del mondo perché il Padreterno gli ha fatto questa grazia di non morire mai [….] per questo Carmine invidia il sole: perché sceglie di iniziare e finire ogni giorno”.


Claudia Consoli

lunedì 25 aprile 2011

"Infinite Jest" di David Foster Wallace


Infinite Jest - trama, recensione su CriticaLetteraria
Infinite Jest
di David Foster Wallace

Einaudi StileLibero, Torino 2006

pp. 1287
€ 27.00

Traduzione di Edoardo Nesi
Con contributi di Annalisa Villoresi e di Grazia Giua

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», Giovanni 15, 12-17

Non troverete questo passo del Vangelo né in Infinite Jest né in nessun altro libro di David Foster Wallace, ma è esattamente quel che ho pensato una volta terminata la lettura di questo capolavoro. Sì, ho pensato proprio a quel versetto. Ho pensato che non sono stato io a scegliere di leggerlo, non ho scelto io di imbattermi in un tomo di milleduecento pagine più duecento di note in corpo 8 e sotto-note ancora più piccole, con frasi che a volte occupano mezza pagina e sbalzi temporali immensi e voci narranti che cambiano da prima persona a terza e poi di nuovo prima, e pagine deliranti e vertiginosi flussi di coscienza e perché no personaggi che esistono solo nelle note.
È stato Lui in persona a scegliere me, perché Lui in persona sa quando è il momento di farsi avanti. E così succede che un giorno entri in libreria con l'intento di acquistare un romanzetto per il week end e ne esci con mezzo chilo di carta stampata, senza rendertene conto. Perché Lui ha deciso così. Ha stabilito che è ora. È ora che tu, presunto lettore, capisca dove finisce la narrativa e dove inizia la letteratura. È ora che tu ti accorga quanto in realtà è spessa la linea che separa un libro da un ammasso di pagine sporche d'inchiostro.

Non ho alcuna intenzione di svelarvi la trama (leggetevela su Wikipedia) né tanto meno il finale, perché in IJ non c'è trama e non c'è finale. C'è una vita che scorre nelle pagine, ed è quella di David Foster Wallace. Una vita in lettere, uno stile sprezzante, che se ne frega delle convenzioni. IJ è un romanzo rivoltato come un calzino. Il tema centrale è la dipendenza ed è sviluppato nel modo più sleale possibile. Sconfitto il timore iniziale indotto dalla mole del libro, basteranno poche pagine, e sarete voi a dipendere da IJ, non i protagonisti dalla droga. Sarete voi il tema del romanzo. Riuscirà a farvi ridere convulsamente con due righe e a farvi piangere disperatamente nelle due successive.

Infinite Jest è paragonabile a un uomo in abito nero che vi osserva al di là dei vetri di una finestra battuti dalla pioggia. L’uomo ha un cappello nero, dalla tesa molto larga, da cui l’acqua gocciola sul suo impermeabile nero. Ha uno sguardo triste ma leggero e più lo fissate e più piove, e più piove e più diventa malinconico. Se per pochi attimi, per una qualunque ragione, smettete di fissarlo e vi concentrate su altro, la pioggia cessa. Il suo sguardo diventa sereno e alle sue spalle appare un timido arcobaleno, ma voi non lo vedete e non vedete il sorriso dell’uomo, ne avete solo la percezione. Sapete che sta sorridendo ma sia l’arcobaleno che il suo sorriso spariscono non appena il vostro sguardo torna a poggiarsi sul suo. La pioggia ricomincia e il suo viso si incupisce. Questo è Infinite Jest: dolore e piacere. Ricerca del piacere, dell’intrattenimento, per alleviare il dolore di vivere. Un dolore che David Foster Wallace proietta in ogni pagina. Un dolore, si direbbe, insuperabile.

David Foster Wallace si è impiccato nel patio di casa sua, a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008. In meno di quaranta anni ci ha dato quel che altri mille scrittori non hanno saputo darci in ottanta.

Alessandro Greco

domenica 24 aprile 2011

IL COLLEZIONISTA DI EMOZIONI

Il collezionista di emozioni.
Priapei, rime, impronte letterarie e versi mondani di un cronista innamorato
di Stanislao Liberatore
Ianieri, 2010

con una prefazione di Giordano Bruno Guerri

€ 8,00
pp. 40

Stanislao Liberatore nel suo libro “Il collezionista di emozioni”, priapei, rime impronte letterarie e versi mondani di un cronista innamorato, si definisce uno “studente perpetuo”.
Non lasciatevi ingannare, in realtà dietro malcelate spoglie si nasconde un esteta della parola.
Con le parole accarezza, lambisce i sensi e le idee e scava come la goccia fa per la roccia, lentamente ma inesorabilmente.
Con le parole bacia senza labbra.
Evoca l’ eros, affascinante e prepotente, tara maledetta e al contempo dono meraviglioso che detta la logica e la forma dei pensieri, incatena e protegge ed è irrevocabile.
Il suo alter ego, il suo cronista innamorato per osmosi fluidamente si compenetra con il Vate, quasi incrociandone i destini.
Ci instilla il desiderio di oltrepassare con un linguaggio ricercato ed accattivante i confini della carne, ad uscirne, andare oltre, evocando immagini sublimali che sfrigolano i sensi e quasi si gustano tenendo gli occhi chiusi, per vedere meglio.
Si assapora in bocca il gusto del miele ambrato, della cioccolata calda aromatizzata alla cannella. Ci giunge il profumo del vento del passato che riannoda i fili della memoria mentre il corpo lascia la sua impronta sulla sabbia calda.
Continua, il viaggio sensoriale, nel mistero impenetrabile del cuore, “instrumento mirabile invenzionato dal sommo maestro” che comunica l’energia necessaria a sostenere la vita.
Ma Eros si trasforma, veste le sembianze di Giano e ci mostra il suo volto di struggimento, speranza disillusa e vana attesa, perché “vola chi s’ama, ma a volte affila ali di lama”…

Arianna Di Tomasso

sabato 23 aprile 2011

Auguri!!!

Buona Pasqua
da tutta la Redazione di CriticaLetteraria! 
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Abbiamo programmato recensioni anche per Pasqua e Pasquetta... 
... per non deludere gli affezionati che leggeranno tra uova di cioccolato e festeggiamenti,
ma anche per confortare chi, vacanziero, tornerà in ufficio martedì con un po' di voglia di lettura... 



Il branco e la nebbia di M. Casariego

Il branco e la nebbia (titolo originale: La jauría y la niebla) 
di Martìn Casariego

trad. dallo spagnolo di Pierpaolo Marchetti)
Atmosphere Libri, 2011

pp. 252 
€ 16.50

Intimamente connessi, i due termini della suggestiva endiadi del titolo anticipano i temi, ma anche i toni – di presentimento e minaccia – di questo nuovo romanzo di Martín Casariego.
Il branco è l’emblema del bullismo, della regressione animalesca dell’agire in gruppo; la nebbia si apre a interpretazioni meno univoche, ma può essere letta come la cappa d’incertezza – la morte di qualcosa – che incombe, a diversi livelli, sui tre protagonisti: Leandro, bambino di otto anni alle prese con dicerie riguardanti i Re Magi (che in Spagna hanno la stessa valenza di Babbo Natale da noi); Ander, adolescente di quattordici, vessato dai compagni di classe; Ignacio Mayor, scrittore sui settanta che ha ripreso a viaggiare per promuovere i suoi libri. 

Branco e nebbia sono termini che l’autore nomina quasi casualmente nel corso dell’opera, e proprio per questo acquisiscono una rilevanza ancora più marcata; d’altronde, la minaccia non si può definire, solo descrivere indirettamente.
Come nella potente la scena in apertura, in cui quasi due pagine sono dedicate all’arrampicata sulle scale di Ander, in un monologo interiore che collega numero di gradini a entità concrete che possano rappresentarli, o a pensieri lenitivi:  
“Cominciò a cantare tra sé e sé la canzone del preistorico disco di vinile di suo padre, “Wish you were here. So/ so think you can tell”, diciotto…Gli facevano male le gambe. Diciassette, “blue skies from pain”, sedici, quindici, una squadra di rugby, quattordici, l’età che aveva” (p. 13).
La difficoltà nel respirare, fisica e simbolica, è un’isotopia che accompagna Ander fino alla fine, con il frequente corrispettivo del pesce boccheggiante, del pesce fuor d’acqua:  
“Aprì il suo libro. Tra le pagine 48 e 49 qualcuno aveva infilato due teste di acciuga. Molto peggio di un pesce sul pontine. Perché il pesce che boccheggia cerca la vita, mentre lui aveva soltanto voglia di morire” (p. 15).
Il desiderio di morte, basso continuo nell’esistenza di Ander da quando i suoi compagni hanno inspiegabilmente iniziato a insultarlo, picchiarlo e minacciarlo – non mancano scene forti, tra l’indifferenza o la tiepidezza generale – è l’unica risposta alla sofferenza che il ragazzo trova per sé. L’attitudine pessimista dell’autore spinge all’assenza di risposte razionali, intese sia come “reazioni al fatto” (i pochi che lo capiscono o difendono, lo fanno senza efficacia, senza capire l’entità reale del problema), sia come “ricerca di ragioni”: Ander non sembra il classico ragazzo da prendere di mira, l’anno prima era fidanzato con la più bella della scuola e prendeva buoni voti. La violenza, sembra dirci Casariego, non si può spiegare, è un impulso di distruzione a cui si può soltanto reagire – o non reagire.
Diverse domande, e diverse morti, per gli altri due protagonisti: Leandro – che si scoprirà essere fratello di Ander – è tormentato dall’insinuazione dei bambini più grandi che i Re Magi non esistono, e nella sua classe sorgono fronti a favore e contro questa sconvolgente novità, questa morte dell’illusione; alla fine, la domanda verrà formulata, ma non troverà risposta – l’infanzia sarà sottratta ancora per un po’ dalle nebbie della maturità, eppure rimarrà sporcata dal dubbio.
Il vecchio Ignacio Mayor convive con due morti: quella reale del figlioletto Sebastián, ferita aperta a cui si allude con pudore, e quella metaforica vissuta in prima persona come resa alla vecchiaia, alla spenta routine di un lungo matrimonio e a un decoro mal sopportato, ma al quale sembrano obbligarlo il suo status di scrittore e la sua età avanzata. Il viaggiare, il rispondere alle domande dei ragazzi (semplice e disarmante quella di Ander: “lei è felice?”), ma soprattutto il rincontrare Irene – maestra di scuola e vecchia amica per la quale aveva provato qualcosa quindici anni prima – sono la risposta dello scrittore all’incombere della vecchiaia e della morte. 

Nessuno dei tre protagonisti è descritto minuziosamente, e addirittura, di Leandro e Ignacio fatichiamo a immaginare l’aspetto, in grande contrasto con la galleria di schizzi efficaci, calcati alla maniera di Goya, dei compagni di Ander; il quale a sua volta è reso da pochi tratti disperati, espressionisti, come uscito da un quadro di Munch: di lui si sottolinea la magrezza, l’assenza di colore, lo sguardo fisso nel vuoto. Casariego sembra più interessato alle loro reazioni al mondo esterno: Leandro è vitale e indipendente (ma anche sensibile e, occasionalmente, solitario), anche quando prende parte alle uscite temerarie, come quella che porta lui e altri bambini a entrare nel recinto di un vecchio col fucile di cui si dice sia l’Olentzero, il Babbo Natale dei Baschi. Qui, Casariego indaga le dinamiche di gruppo, quasi presagendo e individuando i futuri bulli. Ander, sotto l’incubo continuo del bullismo, conta i secondi che mancano al temuto cambio d’ora, e rimane inerme alle violenze dei compagni, in particolare di Pako, detto il Tutto Orecchie. Nemmeno l’unica, finale reazione violenta contro Pako vale a riscattarlo dalla sua disperazione, ma anzi sembra suggellarne il punto di non ritorno. Le parti più introspettive e monologanti sono quelle su Ignacio Mayor, tra il divertito e l’irritato per le piccole sventure e scomodità (del viaggio, dell’albergo, delle maniere altrui) che alla sua età si trova a fronteggiare; ma soprattutto, è tramite lui che Casariego riflette sulla vita e sulla morte, sulla lingua percepita come limite, sul fare artistico. Tuttavia, queste riflessioni non appesantiscono la narrazione, grazie all’andamento rapsodico dei pensieri di Ignacio, e al linguaggio colloquiale e schietto con il quale li formula; molto poche, invece, sono le parole che effettivamente dice, in un libro pur pieno di stralci dialogici, riguardanti però soprattutto i compagni di classe di Leandro e di Ander. 

Sullo sfondo, l’indipendentismo basco è ben percepibile nella sua violenza sotterranea (non c’è nessun riferimento all’ETA): dalla presenza di un istruttore linguistico che esorta i bambini a parlare in basco, ai nuovi piani che vieteranno allo spagnolo Ignacio di ritornare nelle scuole di Euskera, a piccoli dettagli paradigmatici:  
“Un cartello con il nome del paese dava il benvenuto in quattro lingue: Ongi etorri, Bienvenues, Welcome, Bienvenidos era l’unica parola che era stata cancellata con segni grossi, neri, rozzi” (p. 120). 
La lingua stessa del romanzo è occasionalmente attraversata da isolate parole basche, evidenziate in corsivo e con irrinunciabili note esplicative a piè di pagina.
Nonostante questa scelta in apparenza stravagante, ma funzionale all’essenza del romanzo, lo stile è vivace e scorrevole: il linguaggio è medio e colloquiale con escursioni verso il basso, eppure il fraseggio è vario e la lettura scorre senza intoppi. Uno dei punti di forza risiede nell’abilità di Casariego nel montaggio delle parti: ogni capitolo è tripartito e segue – in un arco temporale di appena una giornata – i tre protagonisti, che hanno fra loro fugaci contatti dalla seconda metà del libro in poi; essenzialmente, ciascuno di essi è inserito in una diversa rete di personaggi-funzione, minori ma spesso ben delineati.
Piuttosto ardito stilisticamente, in un paio di casi, il ripresentarsi di una stessa scena e degli stessi dialoghi con l’unico scarto del punto di vista: del resto, non sembra casuale la presenza di un brano del grande scrittore d’avanguardia Julio Cortázar, utilizzato per una lezione in classe. Queste scelte – a cui aggiungerei il montaggio concettuale, come il passaggio dalle rotelle del carrello dei libri di Ander a quelle della valigia di Ignacio Mayor nel primo capitolo – si inseriscono sempre con grande garbo e misura nel testo, senza mai distrarre il lettore dalla sostanza dell’agile narrato. 

A Il branco e la nebbia si potranno forse rimproverare dei passaggi inessenziali, la mancanza di vette memorabili, alcuni luoghi comuni sui grandi temi riportati un po’ piattamente nei monologhi, o una negatività chiusa alle sfumature: ciò non preclude la riuscita articolazione del romanzo, l’affetto con cui segue i suoi personaggi, l’attenzione al piano sociale e relazionale, infine la scrittura non pretenziosa e onesta, democratica ma nemmeno del tutto dimentica (soprattutto a livello compositivo) di grandi antecedenti novecenteschi. 

Davide Castiglione

venerdì 22 aprile 2011

L'inaspettato diario del vecchio Sade

Diario inedito
del Marchese De Sade
Rizzoli, Milano 1973

Traduzione italiana a cura di Luigi Baccolo
Prefazione e note di Georges Daumas

In appendice: "Notizia sull'asilo di Charenton" di Hippolyte De Colins
pp. 154

Due quaderni (5 giugno 1807- 26 agosto 1808; 18 luglio 1814 al 30 novembre dello stesso anno)

Chi si aspetta un diario ricco di frammenti lubrichi, avventure amorose e sospiri di piacere alla Justine, sbaglia. Sarà che Sade è ormai vecchio (nato nel 1740, ha sessantasette anni quando scrive il primo quaderno), sarà che da anni è rinchiuso in nell'Asilo di Charenton-Saint-Maurice. L'uomo che si presenta è ben diverso dal prigioniero di Vincennes prima, e della Bastiglia poi: manca l'antica passione incendiaria e trasgressiva, benché tizzoni non più ardenti - ma non ancora spenti - si intravvedano tra le pagine dei due quaderni.

La struttura - Due quaderni conservati, dicevo, di un corpus maggiore, dal momento che il grafomane Sade non ha mai dimenticato la scrittura; Daumas nella prefazione ipotizza che gli altri quaderni (forse due) siano stati sottratti e censurati, o addirittura distrutti per via dei contenuti più espliciti. E forse anche per aggirare la censura, Sade tiene un diario cifrato, pieno di sigle difficili da sciogliere, anche a causa della sua grafia frettolosa, complessa, che ha reso più volte illeggibili porzioni di frasi. Questo spiega l'incompletezza della presente edizione, lacunosa in più punti o con lezioni ipotizzate e ricostruite.

Lo stile - Per quanto riguarda poi le annotazioni diaristiche, Sade ha conteggiato metodicamente (nevroticamente?) il numero di giorni di reclusione, spesso annotati con attenzione maniacale; mese per mese, gli incontri e gli eventi delle giornate sono registrati con la data e i caratteri fondamentali; mancano del tutto dettagli superflui, quasi fossimo davanti a un memorandum finalizzato a sconfiggere l'oblio della memoria, e niente più. Mancano infatti velleità letterarie, le frasi sono tanto scarne da risultare talvolta brachilogiche: domina la paratassi, alternata tuttalpiù a una paratassi cronachistica.

I contenuti - Al centro del diario ci sono le giornate di reclusione, con la ripetitività spezzata solo dai pochi incontri con qualche conoscente, con "Madame" o con Mademoiselle Leclerc. Ma veniamo a queste due donne: la prima è la storica amante di Sade, Madame Quesnet, presente nel diario come una presenza viva, mai messa in discussione; la seconda è Madeleine Leclerc (siglata Mgl.), una diciottenne che sembra lavorasse nell'Asilo come subalterna. La ragazzina sarebbe l'ultima relazione del vecchio Sade, stando alle carte: i due avevano un ennesimo appuntamento per il 4 dicembre del '14, ma Sade è stato stroncato dalla morte la sera del 2.
Figurano poi anche le preoccupazioni economiche del Marchese, e un perenne conto alla rovescia dei giorni di detenzione rimasti. Impressiona non poco pensare che mai Sade avrebbe riacquistato la libertà...

La fortuna - Il diario non risulta immediatamente fruibile per un lettore poco avvezzo alla storia del Marchese. Fondamentale la prefazione, interessanti ma del tutto accessorie le parti in appendice.

Gloria M. Ghioni

giovedì 21 aprile 2011

CriticARTe - Pistoletto e "i molti"



MICHELANGELO PISTOLETTO: da Uno a Molti, 1956 – 1974
4 marzo - 15 agosto 2011
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXII Secolo
in collaborazione con Philadelphia Museum of Art
a cura di Carlos Basualdo

Catalogo Electa, 420 pp., 55 €

Michelangelo Pistoletto: da Uno a Molti, ovvero la transizione artistica dalla pittura alla collaborazione. La mostra, attraverso un centinaio di opere, indaga gli anni cruciali dell’evoluzione artistica di Pistoletto, in cui emergono temi e riflessioni che accompagneranno l’artista in tutta la sua attività creativa. 
La prima sezione, dedicata agli AUTORITRATTI, si sofferma sugli esordi figurativi dell’artista -che si era formato grazie agli insegnamenti del padre, restauratore, e nel campo nella grafica pubblicitaria (nel ’53 si era iscritto alla scuola di Armando Testa) - e su un tema, quello dell’autoritratto, a cui Pistoletto ha dedicato molte opere. 
In Autoritratto (1956), in cui sono ancora evidenti le influenze dell’Informale, l’artista dipinge un primo piano del volto, anche se poco riconoscibile, mentre nelle opere successive abbandona lentamente la tecnica informale per una pennellata più netta e delineata, il punto di vista si allarga, privilegiando l’intera figura -spesso isolata- e il volto tende a scomparire verso un anonimo anonimato (Autoritratto oro, 1960), come nei disegni in bianco e nero del 1962. Negli ultimi lavori (Autoritratto seduto 1960-61, Il presente- Autoritratto in camicia 1961, Il presente- Uomo di schiena, 1961) emerge un elemento estremamente innovativo, lo sfondo nero e lucido, che porta con sé nell’opera anche ciò che la circonda: la realtà esterna, riflessa, inizia a fare capolino nell’opera. Si tratta di un passaggio fondamentale che porterà Pistoletto alla creazione dei Quadri specchianti. Inizia il percorso dell’artista “da uno a molti”
I QUADRI SPECCHIANTI, realizzati a partire dal 1962, segnano la svolta di Pistoletto. La tela è sostituita con una lastra di acciaio inossidabile lucidata a specchio sulla quale l’artista nei primi anni applica un’immagine grazie alla tecnica del riporto fotografico, ricalcando una fotografia a punta di pennello su carta velina, mentre dal 1969 utilizza la serigrafia: la staticità e fissità delle fotografie impresse sulla lastra sono in netto contrasto con il dinamismo degli spettatori riflessi. L’opera è in continua e perenne trasformazione e il pubblico e l’ambiente ne diventano parte integrante. Inoltre queste opere segnano l’inizio della riflessione di Pistoletto sulla dimensione performativa dell’opera d’arte. L’artista si dedica per anni ai Quadri specchianti: alle prime opere, in prevalenza monocromatiche, segue la serie dei Comizi, realizzata tra il ’65-’66, incentrata su tematiche politico-sociali, e dal ’67 le opere presentano maggiori variazioni cromatiche. Spesso ritrae amici e conoscenti, come in Sacra conversazione (1964), in cui il titolo richiama la tradizione rinascimentale e raffigura gli artisti Anselmo, Zorio e Penone, in Uomo che guarda un negativo (1967) ritrae Alighiero Boetti e Lui e lei abbracciati (1968) riproduce lo stesso Pistoletto con la compagna Maria Pioppi.
Solo l’allestimento di questa sezione vale la visita: una lunga teoria di quadri specchianti - posti gli uni dietro agli altri in un gioco di riflessi concatenati, moltiplicando lo spazio e la percezione - che variano ad ogni minimo spostamento dello spettatore-visitatore, modificandone continuamente il contenuto e ottenendo il massimo coinvolgimento e la massima partecipazione del pubblico. Molteplici “uno”, e numerosi “molti”.

Si riallacciano in parte ai Quadri specchianti, i PLEXIGLASS, una serie di sette opere realizzate nel 1964: si tratta di lastre di plexiglass sulla cui superficie sono riportate delle fotografie, con cui l’artista prosegue la riflessione sulla dinamica spaziale e sulla natura dell’artificio, approfondendo il legame tra realtà e rappresentazione. Pistoletto spiega questa fase: “Mi trovo nel quadro, oltre il muro bucato dallo specchio, anche se non materialmente. Anzi, siccome mi è impossibile entrarci, per indagare nella struttura dell'arte devo fare uscire il quadro nella realtà, creando la finzione di trovarmi oltre lo specchio. […] In questo momento per me la ‘cosa’ è la struttura dell’espressione figurativa, che ho accettato come realtà. L’invadenza fisica del quadro nell’ambiente reale, portando con sé le rappresentazioni dello specchio, mi permette di introdurmi tra gli elementi scomposti della figurazione”.

Risultano forse un po’ più sacrificate le ultime sezioni. Pistoletto inizia a realizzare gli OGGETTI IN MENO dal 1965, spinto da una riflessione sulla contingenza e la spontaneità. Ognuno è caratterizzato da eterogeneità di forme e materiali, in parte contro la produzione seriale del mondo consumistico e contro il mercato dell’arte e l’uniformità stilistica. L’artista spiega questo approdo: “Mi pare, con i miei recenti lavori, di essere entrato nello specchio, entrato attivamente in quella dimensione di tempo che nei quadri specchianti era rappresentata. I miei recenti lavori testimoniano la necessità di vivere e agire secondo […] l'irripetibilità di ogni attimo, ogni luogo e quindi di ogni azione presente”. Chiarisce poi il titolo: “I lavori che faccio non vogliono essere delle costruzioni o fabbricazioni di nuove idee, […]ma sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa -non sono costruzioni ma liberazioni - io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un'esperienza percettiva definitivamente esternata”. Sono pezzi unici realizzati coi materiali più vari, spesso comuni, dalla carta al legno, dagli specchi ai silicati, dal ferro al plexiglass, oggetti d’uso e realizzazioni ad hoc, a seconda della specifica ricerca percettiva voluta dall’artista: Tele torte (1966), Letto (1965-66), Pozzo specchio (1966), Metrocubo d’infinito (1966), Mappamondo (1966-68), Mica (1966). Occupano lo spazio, sparsi in modo disordinato sul pavimento e sulle pareti, spingendo lo spettatore ad interagire, ad agire. “Molti” unici.
Tra queste opere c’è anche Pietra Miliare, una scultura realizzata con un paracarro, che verrà posta da Pistoletto il 22 dicembre 1967 all’inaugurazione di una mostra alla Galleria Sperone di Torino, al centro della stanza, isolata e sola, con la sua data di realizzazione “1967” scolpita sulla sommità. È l’occasione per l’artista di una riflessione sul tempo e sullo spazio. La galleria verrà poi riempita di LUCI E RIFLESSI, opere che richiamano l’idea di mutevolezza e contingenza: sono lavori basati sui riflessi originati dal Mylar, dalle luci delle candele e dalle lampadine. “Molti” molteplici.
Con gli STRACCI Pistoletto sancisce la sua entrata definitiva – premessa erano stati gli Oggetti in meno – nella compagine dell’Arte Povera. Gli stracci, usati prima per lucidare i Quadri specchianti, e successivamente in molte azioni e performance, superano la loro funzione originaria e diventano oggetti d’arte, utilizzati in modi diversi e assemblati con altri oggetti comuni e quotidiani: da Muretto in cui ricoprono i mattoni, a Orchestra di stracci – Quartetto utilizzati insieme ai bollitori, alla famosissima e emblematica Venere degli Stracci (1967). Molteplici “molti”.
Poco spazio è dedicato alle AZIONI, PERFORMANCE, LO ZOO, tematica ricostruita principalmente attraverso alcune fotografie e documenti e alla proiezione di qualche filmato originale. Dichiarando l’apertura del proprio studio agli artisti in senso lato (attori, letterati, musicisti), nell’inverno 1967-68, prende avvio un gruppo di lavoro legato al teatro di strada e all’attività performativa: Lo Zoo. Negli anni successivi Pistoletto e Lo Zoo organizzeranno una serie di spettacoli, collaborazioni creative e progetti, come l’Uomo ammaestrato, Cocapicco e vestito rito, Teatro baldacchino (1968), Il principe pazzo, La ricerca dell’uomo nero (1969), Bello e basta (1970). Pistoletto spiega così il fine ultimo di questa attività performativa: “Non si tratta tanto di coinvolgere il pubblico, di farlo partecipare, ma di agire sulla sua libertà e sulla sua fantasia, di far scattare analoghi meccanismi di liberazione nella gente”. L’“Uno” e i “molti”

Elisa Laboranti


Per ulteriori informazioni:

mercoledì 20 aprile 2011

SCRITTORI E GUERRA: Colby Buzzell, Ammazzare il tempo in Iraq

Ammazzare il tempo in Iraq
di Colby Buzzell
Piemme, 2006

pp. 357
€ 18.90

Il miglior reportage di una guerra dei nostri giorni come quella in Iraq viene da un blog, mezzo espressivo molto diffuso nella nostra epoca. In un periodo come il nostro dove la carta stampata e il mondo dell'editoria sembra in crisi, internet rappresenta un grande mezzo per esprimersi liberamente.

Il protagonista come dice appunto il titolo, comincia a tenere un suo "diario" di guerra proprio per riempire quei tempi angoscianti di attesa tra ogni azione di guerra, ma inconsapevolmente il suo blog diventa la migliore telecronaca di guerra.
Talmente veritiero ma soprattutto incontrollabile rispetto a qualsiasi altro mezzo di comunicazione di massa da essere oscurato dal Pentagono al fine di decidere cosa raccontare della situazione in Iraq, ma è difficile fermare ciò che nasce sulla "rete".

Interessante è la descrizione dell'adescamento da parte dell'arruolatore perché ci fa capire la facilità con la quale ci si ritrova per disoccupazione e per caso a combattere una guerra, d'altronde come dice l'autore 
quando sei cresciuto con un genitore che l'ha fatto, non disprezzi la vita militare: la consideri semplicemente una strada come un'altra, una possibilità.
Impressionante la death letter da spedire ai genitori prima di partire e tutte le scene di guerre descritte nel libro come ad esempio il racconto dei soldati che sparano mentre ascoltano musica a tutto volume con il proprio ipod.
Ma ciò che colpisce è il numero incredibile di email che riceve il protagonista su un forum organizzato sul suo blog in cui chiedono a lui realmente come stanno le cose:
"Quando leggo quello che metti sul blog non posso fare a meno di pensare al grande reporter della seconda guerra mondiale, Ernie Pyle. Scommetto che Ernie sta guardando giù e sta dicendo:"Dannazione avrei dovuto avere internet".
Questo libro è stato giudicato il miglior libro basato su un blog e si è aggiudicato un premio letterario di 10.000 dollari, arrecando all'autore una fama planetaria; tuttociò ci fa capire la rivoluzione che internet sta portando nel mondo dell'informazione.

Lucia Salvati

Sognando Jane Austen a Baghdad

Sognando Jane Austen a Baghdad

di Bee Rowlatt e May Witwit

Edizioni Piemme, 2010

384 pp.
18 euro


...scritto da Bee Rowlatt, che fa la giornalista a Londra ma soprattutto è mamma di tre bimbe e May WitWit, che insegna letteratura inglese in un’università di Baghdad, un corso per sole ragazze.

May e Bee, così diverse, eppure così legate da un invisibile filo epistolare su cui si snodano le loro vite. Il romanzo non ha solo una "struttura" epistolare, ma nasce proprio dalla corrispondenza via e-mail tra due donne. Due mondi diversi che si incontrano (l'Iraq del XXI secolo e il Regno Unito) e imparano pian piano a conoscersi, capirsi (non sempre!) e soprattutto a volersi bene.
E' un libro che non nasce per essere libro, dove appunto le emozioni scorrono fluide dalla penna (anzi dalla tastiera di un pc) al cuore del lettore. Percè ogni parola è autenticità, è la vita che scorre tra le pagine di un libro: maternità, guerra, dittatura, viaggi, famiglia, matrimoni, passioni e rimpianti, amicizia; l'amicizia tra May e Bee. W le autrici non sono solo autrici, sono soprattutto due donne coraggiose che entrano in contatto per caso e si scoprono attraverso la scrittura. E sono proprio queste lettere che daranno il coraggio di continuare, di lottare, di credere, di sperare…
Sarebbe interessante legerlo in inglese, perchè le strutture delle espriessioni utilizzate rispecchiano la struttura socio-culturale di chi scrive.
Un libro emozionante, vivo, toccante... capace di strappare qualche lacrima e regalare un buon sorriso, un documento di storia contemporanea, un manifesto del coraggio femminile.

martedì 19 aprile 2011

"Grano e Spade" di Riccardo Paoli

Grano e spade
Riccardo Paoli
Società Editrice Fiorentina, 2011

"Ancora un poco e la vista delle mura del paese avrebbe  trasformato il parabreza dell’auto in una cartolina.
Pensai alla storia da raccontare."

Bri è un ragazzino che si trova in vacanza con la sua famiglia a Montalcino, dove non c’è internet né televisione. Il padre per rendere la vacanza meno noiosa narra al figlio le avventure di due giovani scudieri: Benuccio, un giovane scudiero al fianco di Iacopo dei Pazzi, e Tubrino, al fianco del Manente degli Uberti detto Farinata, combatteranno per guadagnarsi fama e onore. Viene descritta una locanda fuori Siena: la treccola “Oste Senese”, non lontana dalle zone della battaglia, la cui padrona madre ha una giovane figlia, Amalia, bella come ogni cavaliere può desiderare, in cerca dell’amore vero ma in conflitto con la madre che la vuole sposare unicamente a qualche ricco cavaliere. Sullo sfondo la cruenta battaglia di Montaperti, il conflitto tra guelfi e ghibellini e l’odio tra fiorentini e senesi.
Benuccio e Tubrino scopriranno in combattimento, oltre alla tristezza della guerra, la gioia dell’amore e dell’amicizia. Nonostante venga raccontato uno degli episodi più violenti della storia dei comuni, il romanzo lascia aperta una speranza, un piccolo spiraglio di salvezza e felicità.

Il romanzo “Grano e spade” ad una prima lettura dà l’impressione di esporre un contenuto semplice e scontato; in realtà, se si entra in maniera più approfondita nella vicenda, si notano tematiche ben precise e nuove, sia per quanto riguarda il contesto storico, sia per quanto riguarda l’intento pedagogico dell’autore. Il bambino rappresenta il lettore che vuole sapere, mentre il padre è il narratore che ha il desiderio di raccontare. La storia si svolge in riferimento a due città ben precise: Firenze e Siena e al loro passato guelfo e ghibellino. L’ambiente, oltre alle due città, dove si svolge la vita presente dei due interlocutori e dei loro familiari, è la splendida campagna toscana. A stimolare ancora la curiosità non mancano vocaboli dell’antico gergo toscano.
Maria Teresa Bruschi

lunedì 18 aprile 2011

Un karma pesante di Daria Bignardi


Un karma pesante
di Daria Bignardi
Mondadori, 2010

€ 18.50
pp. 216

Mi sento pronta? Eccome. Anche se l’armadio non lo riordinerò mai, sono pronta. Lo sono sempre stata. Pronta per ogni grande impresa. È andare piano il difficile, per me, anche se l’ho capito persino io che se vai piano affiora un altro ritmo e tutto gira meglio.

Non si vive solo di grandi emozioni, meglio un poco per volta che tutto o niente… A volte pensi che per cominciare a vivere davvero devi prima capire chi sei, fare le scelte giuste, mettendo tutto in ordine: ma alla fine la tua vita sarà il modo in cui hai vissuto. Il modo i cui stai vivendo adesso. Mi piace come ho vissuto qui? Più o meno. Si può cambiare? Non credo. Si fanno sempre gli stessi errori. Però si soffre meno.
Giovedì 21 aprile alle ore 17,00 presso la Biblioteca delle Oblate a Firenze, Daria Bignardi presenta il suo ultimo romanzo, Un karma pesante: un romanzo che racconta, con una grande vena ironica e tagliente, la vita di una donna molto fragile e severa con se stessa.

È la storia di Eugenia Viola, una donna che ha sempre desiderato fare la regista, fin da quando era bambina. A soli tredici anni, per sembrare di essere più adulta di quanto non lo fosse in realtà, non riesce a dir di no a un ragazzo che in realtà non ama affatto. Legge il romanzo Il demone maschio del russo Fedour Sologub e questo le cambia la vita: convinta che questa lettura le abbia aperto le porte verso il vero senso dell’esistenza, Eugenia si immedesima nel cupo decadentismo dell’autore russo e comincia a decifrare il mondo in chiave estremamente pessimistica. Quando arriva la notizia da parte dello zio che il padre sta morendo di cancro, Eugenia reagisce in modo completamente disordinato e irrazionale, chiude improvvisamente e totalmente con la sua famiglia allontanandosi sempre di più da tutti, iniziando a condurre una vita di autolesionismo, curando relazioni improduttive e inutili, facendo credere agli altri di condurre una vita piena e felice. Fino a quando un giorno, grazie a un lavoro di pubblicitaria, riesce a diventare una regista di successo, incontra un uomo che le restituisce la pace interiore, con il quale Eugenia riesce a costruire una famiglia.
Mi ha preso con le mani l’avambraccio destro e si è messo a fissare il neo che ho sopra il polso: «Sembra un’isola» ha detto. « Come te».

«Perché sarei un’isola?»
«Stai là in mezzo, da sola.»

Ho capito perché lo amavo. Lui è come me. O tutto o niente.
Nel nostro caso, niente.
Eugenia Viola è un personaggio dal carattere molto particolare: fin da adolescente ossessionata dalla ricerca della propria identità, la troviamo sempre alla ricerca di se stessa, costretta ad attraversare un tunnel pieno di emozioni impossibili da gestire dove inciampa continuamente in molti ostacoli che la vita le offre. Eugenia però vincerà la sua battaglia, riesce a diventare una regista affermata e una donna di successo che sa sempre quello che vuole, riesce finalmente a essere felice, a superare quel periodo giovanile di lotta contro il mondo, insomma riesce a vivere, anche se il caos interiore e le difficoltà persistono.


Il romanzo della Bignardi mette in gioco la fragilità dell’uomo di fronte alla vita e agli affetti, ma alla fine lascia un spiraglio di speranza: è sempre possibile riprendere le fila della propria esistenza, anche se abbiamo alle spalle un passato tortuoso e complesso…un Karma pesante.
Anche se Daria Bignardi oggi ha una ampia visibilità grazie al suo lavoro televisivo, non si deve sottovalutare la Daria scrittrice: donna colta e ironica, dotata di una intelligenza e di un humor sottile. È questo che ritroviamo nei suoi romanzi e nei suoi personaggi: Eugenia Viola non fa eccezioni, è un altro di quei personaggi irresistibili, così umani che si offrono al lettore come lo specchio in cui potersi riflettere, magari con un sorriso pieno di ironia e sincerità.

Costanza Bucci

domenica 17 aprile 2011

Doris Lessing e la letteratura di propaganda

Doris LessingIl sogno più dolce
di Doris Lessing
Feltrinelli, Milano 2009

(4a edizione)

pp. 455
€ 10,00


In questo commento parleremo di come una grande scrittrice ed un romanzo ben scritto può improvvisamente diventare un pessimo, e in certi momenti anche fastidioso, scritto per colpa dell'ideologia. Si è parlato giustamente in questi anni, a seguito del crollo del muro di Berlino, di come certi intellettuali comunisti avessero asservito la loro arte a logiche di partito. Primo fra tutti il cosiddetto realismo socialista. Questo romanzo dimostra come anche un'ideologia opposta (o, meglio, conoscendo la biografia politica di Doris Lessing potremmo parlare di sindrome del pentito) può fare altrettanti disastri.
Importante precisare che in questo commento non faremo polemica politica (altri luoghi sono deputati a questo) ma parleremo essenzialmente di letteratura che, come tutte le scienze e le arti umane, ha ovviamente conseguenze politiche.
Ciò che dispiace di questo romanzo di Doris Lessing è che invece di essere una bieca propaganda politica anticomunista avrebbe potuto essere qualcosa di molto diverso. Un romanzo autenticamente generazionale. Un romanzo che raccontasse la generazione degli anni '60 e degli anni '70 fino al tragico epilogo del disimpegno degli anni '80 (per non parlare dei decenni successivi), con tutti gli ideali e i sogni, ma anche le disillusioni, le ipocrisie, le violenze che quegli anni portarono con sé. Invece il romanzo non è nulla di tutto questo.
La struttura della storia è assolutamente buona e farebbe presagire qualcosa di positivo. Viene raccontata infatti una famiglia sconclusionata e vagamente anarchica nell'Inghilterra degli anni '60: con il compagno Johnny, che si perde tra rapporti finiti male e incontri in giro per il mondo mettendo al primo posto l'impegno politico ai doveri personali e familiari, l'ex moglie di Johnny Frances che, quasi involontariamente, è costretta a ridurre la sua casa in una specie di dormitorio dove arrivano tutti i ragazzi difficili di quegli anni in conflitto continuo con la famiglia ed i genitori, la suocera Julia che poco a poco riallaccerà un rapporto con Frances.
Già dalle prime pagine ci si accorge che qualcosa non va. Come mai, ci si chiede, i giudizi sprezzanti sono tutti per un'unica categorie di persone? Quelle, cioè, che bene o male si rifanno all'ideologia comunista? Come mai Frances e la stessa Julia sono personaggi complessi e ben costruiti e invece il compagno Johnny e Rose sono stereotipati, che fanno esattamente ciò che da loro ci si aspetta? Come mai il romanzo parte e si conclude con un unico punto di vista? Nessuna contraddizione, nessuno scontro o contrasto. Possibile che non sia stato possibile in questo contesto di stalinisti che assediano la famiglia di Frances un'idealista, un personaggio positivo nell'altro campo? Al di là di ogni posizione ed opinione politica, lo ripetiamo, ne avrebbe guadagnato il romanzo e la scrittura che, invece, in questo modo diventa ripetitiva, avendo compreso già a pagina 50 quale sia l'opinione dell'autrice e che continua imperterrita a ripetercela per altre 400.

Il romanzo potremmo dire che ad un certo punto ricomincia e la protagonista questa volta non è più Frances o Johnny né Julia (che nel frattempo muore), ma Sylvia la figlia di una delle tante mogli del compagno Johnny.
Sylvia è una ragazza che ha tanti problemi, non mangia e non riesce ad avere rapporti sociali con gli altri, ma grazie a Frances e soprattutto a Julia attraverso un rapporto che ad un certo punto diventa quasi morboso, guarisce, diventa medico, e parte volontaria per l'Africa in un piccolo paese che si chiama Zimlia. Anche qui, purtroppo, Doris Lessing avrebbe potuto raccontare (e ne avrebbe avute tutte le capacità se non fosse stata obnubliata dall'odio anticomunista) un Paese che, ottenuta l'indipendenza, mostra sì le corruttele dei nuovi padroni, dei liberatori, ma anche il dramma a cui era stato portato dal colonialismo europeo. Anche questa volta nulla di tutto questo. Vi è, certamente, una critica dettagliata e precisa della corruzione seguita all'indipendenza, ma nessuna parola nei confronti del colonialismo quasi che, ad un certo punto, sembra che vi sia una certa nostalgia per lo sfruttamento dei paesi europei nei confronti dei paesi africani (perché di questo si è trattato e nient'altro) e giustificando, sostanzialmente, il razzismo di fondo degli agricoltori bianchi.

Da quando c'era stata la Liberazione, era diventato difficile comprare persino le cose fondamentali, come del caffé accettabile o un pò di pesce in scatola. "Quelli" non erano nemmeno in grado di fornire regolarmente una quantità adeguata di farina di granoturco ai lavoratori, e lei era costretta a tenere un magazzino pieno sino al tetto di farina, per la prossima volta che la manodopera sarebbe venuta a chiedere di mangiare

Anche la conclusione, purtroppo, è tipica, conformista, retorica. Sylvia a causa dei suoi sacrifici in Africa torna a Londra, insieme a dei bambini a cui era morta di Aids tutta la famiglia, che ovviamente vogliono totalmente adattarsi al mondo occidentale, e muore mentre il compagno Johnny è ormai povero e solo e finisce per vivere in uno scantinato della casa (che in realtà è anche sua) di Frances. Nulla di più scontato come, del resto, tutto il romanzo.

Rodolfo Monacelli

sabato 16 aprile 2011

Simone Ghelli L'ORA MIGLIORE E ALTRI RACCONTI


L'ora migliore
di Simone Ghelli
Il Foglio, 2011

pp. 85
€ 10.00
Lo so che un autore non dovrebbe mai parlare in questi termini, dare il minimo segno di cedimento, ma il mio destino è quello d'immergermi sotto la superficie.

Perché Simone Ghelli, cecinese (LI) classe 1975, scrittore e critico cinematografico, senta il bisogno di anteporre alla lettura del suo ultimo libro una simile precisazione, è proprio ciò che questi undici racconti, tendenzialmente nel modo Migliore possibile, concorrono, di primo acchito,  a sviscerare. 
O forse, piuttosto, è ciò che la sua scrittura, materica e ragionativa, spererebbe, capricciosamente, di camuffare, sfumando la sagoma ingombrante dell'autore, dietro ad  una dissestata cortina onirica, sbrindellata da voli pindarici e trip allucinogeni, fobie ricostruite e memorie futuribili, tutte trafugate, perniciosamente, dal regno atavico delle infinite possibilità. 
La cronologia è arbitraria, a tratti casuale, zeppa di caselle vuote.

Così, rimescolando i carteggi e sparigliando la dialettica, capita di perdersi in un gustoso e sapido divertissement dalla toponomastica inquieta, laddove persino Le strade della filosofia hanno programmaticamente imparato a debordare, con stipsi agorafobica, da quella bozzettistica selva interiore che è L'argine delle abitudini, slabrando il cappio del quieto vivere attorno alle inclinazioni più asociali, alle meno condivisibili escursioni filmiche, tanto meditabonde e sardoniche, irriverenti per indolenza, quanto per inerte abulia, appunto, mai appaganti. 
Si finisce allora, disperatamente,maneggevolmente, per accettare Passaggi dagli sconosciuti, nella consustanziale illusorietà di un'inebriante via di fuga, che sia prospettico quanto ridanciano escamotage metaletterario, per svincolarsi solo un istante, o un'Ora forse, dalla propria individualità paradossalmente diffidente, da quella ossimorica inclinazione alla salvaguardia del pericolo, cui fa costantemente da monito La sentinella di ferro della surrettizia, sbandierata (in)coscienza.  
Era quello il suo posto: il punto di stallo, la giuntura fragile dell'ingranaggio, il tempo in cui tamponare le falle aperte da altri racconti.

Attenti allo Sceriffo neuronale, dunque, sempre in agguato: lo psichiartico rivolgimento del moraleggiante sussurro, echeggia, da copione, nelle più classiche intimità ortogonali, per dipanarsi, lesto, quale proiezione di una patologia collettiva, che ancora e sempre rimodula, nel vivo bisogno di appartenenza a qualcosa - che sia pure Qualcosa di stupido! - la propria accettazione inversamente dogmatica, stancamente soggiogata, quale tenace rivendicazione nei confronti di un fatiscente qualcuno, o ancor meglio, di un'entità che, seppur biecamente lungi dall'apparire eterea, sappia però suggere, garbatamente, L'amore a mille lire, nella più sublime delle spersonalizzazioni estatiche da Microcefalo.
La useranno per copiare i minuziosi diagrammi in cui crepar di stenti il sogno, forma vuota impigliata ai rami secchi delle mani che a riempir penserà il domani.
Estasi mitopoietica, dunque, non strumentalizzabile, quasi rimata per contrappasso barocco, è quella riscritta da un autore polimorfo, che si finge se stesso per sfuggire alla canonizzazione dei dettami formali, seguendo, in flashback, il prolisso consiglio di un ammutolito Osvaldo dell'anima sua.
Spersonalizzazione da Cormorani, invero, 
difensori silenziosi di piccoli atolli dispersi nel nulla.
quali sono, poi, tutti i cittadini senzienti, delocalizzati in questa labirintica terra del (dis)senso, albatri baudelairiani della civiltà capitalizzata, ormai psichedelicamente ridotti ad
automi isterici, risucchiati da mulinelli di vento verso angoli senza gravità.

E' proprio per raccontare il suo tempo, cosmogonico e intimista, storiografico e freudiano, che Ghelli si immerge, dunque, con alacre levità, nell'acquario delle mostruosità quotidiane, fluttuando scientemente tra i pertugi limacciosi del timorato dire sociale, del sentire paurosamente comune. 
A poco a poco il mondo cominciò nuovamente a roteare intorno alla mia testa: brevi inquadrature legate tra loro da raccordi sbagliati.

L'ora migliore, quindi, ottima parodia del ripiegamento autoreferenziale che avvince, vittimizzandolo, il prototipo dell'autore compulsivo, non è altro che quella deputata alla scrittura, forse, senza infingimenti, senza retoriche, senza, poi, realtà alcuna. 
Si mostra bella la parola, non v'è dubbio. Un luccichìo buono da prender gazze ladre.

Francesca Fiorletta

venerdì 15 aprile 2011

Invito alla lettura: La bella di Lodi



La bella di Lodi
di Alberto Arbasino
Adelphi, 2002

pp. 168
€ 9.00

1^ edizione: in rivista 1960 su "Il Mondo"
in volume 1972 (Einaudi, Torino)




Una bella e frivola possidente terriera lodigiana, la sua MG rossa, l'atmosfera frizzantina della Versilia estiva, il desiderio di avventure al chiaro di luna, tra tira-e-molla emotivi e corteggiamenti fuggevoli, un bello ma squattrinato meccanico di provincia dalle mani lunghe (in tutti i sensi). Questi sono gli ingredienti fondamentali da cui muove La bella di Lodi, romanzo che ha portato Arbasino al grande pubblico. Infinitamente meno complesso di Fratelli d'Italia e dei successivi romanzi, La bella di Lodi è un crudele ma anche spassoso ritratto della società borghese degli anni '60: nei ragazzi, viziati e protetti dalle famiglie, si intravvede una debole spinta di ribellione alle regole familiari, in consonanza con la ricerca di innovazione e la maggiore libertà di costumi femminili, nonché con il progressivo allargamento dei diritti delle donne. La protagonista Roberta incarna perfettamente il ruolo della femme fatale che conserva in apparenza (proprio come una spolverata posticcia di cipria) la ritrosia della ragazza provinciale timorata di Dio.
Dal film di Missiroli (1963)

Divertimento e affermazione di sé: Roberta si muove spregiudicamente solo per perseguire entrambi questi scopi; gli altri sono solo strumenti  del suo egocentrismo. O forse vuole credere questo. La trama da fotoromanzo vede la bella ereditiera infatuata del meccanico ladruncolo e di bassa cultura: due mondi molto distanti, di primo acchito, ma uniti dalla passione dei sensi.

Il tutto è raccontato con uno stile semplice e verosimile, con battute di dialogo rapide, incisive, e descrizioni che indugiano là dove serve, senza chiccherie. Al contrario: Arbasino adotta un linguaggio allusivo e, a tratti, esplicito, modernissimo. Si coglie spesso l'ironia caustica del narratore, sogghignante ai margini della vicenda. 
Il risultato è una lettura distensiva, che offre una polisemia sfuggente, affascinante, quasi cangiante al sole della Versilia.

Gloria M. Ghioni

giovedì 14 aprile 2011

Il Salotto: incontro con Simonetta Agnello Hornby


INCONTRO CON SIMONETTA AGNELLO HORNBY. A SIENA PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA MONACA
a cura di Serena Alessi
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Nella sala storica della Biblioteca comunale degli Intronati di Siena lunedì 28 Marzo si è svolto l’incontro con la scrittrice siciliana Simonetta Agnello Hornby.
Palermitana, classe 1945, professione avvocato, la Hornby vive a Londra da ormai quarant’anni. Nel 2002 Feltrinelli pubblica il suo primo romanzo, La Mennulara, che la consacra al successo italiano ed estero (è stato tradotto in 12 lingue: l’algido The Almond Picker, il raffinato L’almandière sono il tentativo di rendere la rotondità musicale del termine siciliano, la mennulara, la raccoglitrice di mandorle). I successi vengono uno dopo l’altro: La zia marchesa (2004) Boccamurata (2007), anch’essi di ambientazione siciliana, Vento scomposto (2009) e Camera Oscura (2010), che si svolgono, invece, in Inghilterra (molto particolare l’ultimo, che racconta la storia di una delle bambine-modelle che Lewis Carroll amava fotografare). Storie nitide come dei film, storie in cui il lettore non avrà difficoltà a dare un volto ai personaggi, un colore ai luoghi, un sapore alle pietanze che vengono sapientemente descritte (non è un caso che il Teatro Stabile di Catania proporrà ad Aprile una versione teatrale de La Mennulara).

Feltrinelli, 2010
Alla fine del 2010 compare l’ultimo lavoro della scrittrice: La Monaca. Narra la storia di Agata, monachella forzata che divide tra Messina e Napoli i suoi desideri adolescenziali e il suo bisogno di preghiera. Personaggio affascinante quello di questa ragazza tutta meridionale, che legge Jane Austen di nascosto nella sua cella, che vive il fervore e le delusioni della Carboneria napoletana e assiste all’inizio dello smantellamento della dinastia borbonica. Ma chi frequenta già da un po’ i libri della Agnello Hornby è abituato a queste presenze femminili che difficilmente si lasciano dimenticare: la splendida Costanza Safamita, la misteriosa Mennulara offrono al lettore la sensualità di una femminilità disvelata a poco a poco e il calore di affreschi collettivi che ricordano le saghe familiari dei romanzi sudamericani. Il tutto incorniciato da una Sicilia fotografata sempre sul punto di una svolta: i moti del 1820, l’unificazione italiana, l’infiltramento sempre più forte della mafia nei terreni nobiliari. Ma si può parlare di svolta per una regione particolare come la Sicilia, oppure si deve dare ragione al Tancredi de Il Gattopardo e al suo “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”? Lo abbiamo chiesto alla scrittrice:

Calvino scriveva a Sciascia nel ’65 : “Da un po’ di tempo mi accorgo che ogni cosa nuova che leggo sulla Sicilia è una divertente variazione su un tema di cui ormai mi sembra di sapere già tutto”. Cosa ne pensa di questa frase? Perché scrive della Sicilia nei suoi romanzi?
Io parlo della Sicilia nei miei libri perché è la mia infanzia, la mia origine. Ho la fortuna di scrivere ciò che mi piace, e rifiuterei di essere ghettizzata come una che parla solo della Sicilia perché non mi sento io così: io per metà sono inglese. Amo la Sicilia, sono molto fiera di essere siciliana e mi dichiaro siciliana, il che ovviamente non è facile a Londra. C’è, però, un tipo di letteratura sulla Sicilia che io aborro: è quella che parla dei siciliani compiaciuti, quel “noi siamo fatti così” autoreferenziale e autodistruttivo. Si deve cercare di migliorare perché la letteratura ha sì il dovere di dare piacere, ma anche di educare, di guardare al futuro. I miei romanzi sono nati nelle maniere più diverse: La Mennulara è frutto di una visione aeroportuale. Mi stupisce ancora pensarci…! L’aereo era in ritardo e non avevo niente da fare: ho avuto una sorta di illuminazione e la storia della Mennulara mi è apparsa come in un film. Avevo voglia di raccontare quella storia e, siccome non ho idea di come si faccia un film, l’ho scritta. Ed è nato il mio primo libro. La zia marchesa l’ho scritto dopo La Mennulara, ma prima di trovare un editore. Era la sorella del mio bisnonno e da sempre in famiglia sentivo dire cose cattive sul suo conto: “brutta come la zia marchesa”, “cafona come la zia marchesa”. Perfino Pirandello fu incuriosito da questo personaggio e parlò, male, di lei nella novella Le tre vedove. Sentivo la voce della mia antenata dirmi “Scrivimi giusta! Scrivimi giusta!” e io lo feci: mi sembrava un dovere contro le ingiustizie di casa mia. Anche nei prossimi libri la Sicilia sarà sempre presente: tra un po’ uscirà per Sellerio Un filo d’olio, dove raccolgo i ricordi culinari delle estati siciliane della mia infanzia. L’anno prossimo uscirà per Feltrinelli un altro libro ambientato in Sicilia, dove parlerò di mia nonna Maria. Ciò che mi attira è parlare della famiglia, riscattare i personaggi della mia memoria. Mi piacerebbe se i miei nipotini, inglesi, un giorno riuscissero a leggere ciò che scrivo, visto che io in realtà scrivo per loro.

Quindi quanto in lei è presente la consapevolezza di un riscatto della meridionalità?
Riscatto di una meridionalità? Dato il mio lavoro io mi oppongo ad ogni tipo di ingiustizia, a prescindere dal luogo in cui si produce (la Hornby si occupa di diritti dei minori, delle comunità nere e musulmane; fonda nel 1979 il primo studio legale in Inghilterra con un dipartimento riservato ai casi di violenza familiare, Ndr). Sarei tristissima se fosse una cosa solo siciliana. Sono contro ogni tipo di ghettizzazione: più che la sicilianità io sarei più propensa ad indagare una mediterraneità, amorfa e attuale.

Com’è nata La Monaca?
All’inizio doveva essere la storia di due ragazze, una islamica, Miriam, scappata da casa perché volevano farla sposare contro la sua volontà, e una napoletana, Agata, costretta alla monacazione. La storia di Agata mi ha preso così tanto che l’altra ragazza è scomparsa dal libro. È sempre sbalorditivo quando i personaggi prendono vita propria e impongono all’autore la propria presenza: a un certo punto la monachella faceva quello che voleva! E io mi sono ritrovata, ad esempio, a leggere i libri che anche Agata leggeva, per comprenderla meglio. Ciò che mi ha attratto delle monache è stato il loro desiderio di astrarsi dalla gente per pregare per loro. Dopo il Concilio di Trento c’è stata tanta letteratura che ha parlato male della monacazione: io volevo vederne i lati positivi. Così mi sono documentata (il momento delle ricerche prima della stesura del libro è bellissimo, quasi quanto quello della scrittura), sia leggendo le fonti (ho studiato a lungo la storia di Enrichetta Caracciolo, ad esempio), sia indagando di persona. Ho fatto 39 visite in 19 conventi. Ho conosciuto molte monache felici, che sono andate anche contro la famiglia per seguire la loro vocazione. Certo ho letto anche di molti episodi di violenza all’interno dei monasteri, come, del resto, ho descritto anche nel libro. Basta imprigionare degli individui e il peggio di noi viene fuori e tra le monache spesso vi erano atti di irrazionale crudeltà (come non pensare all’enfers di Huis Clos? Ndr). Non volevo, però, che la mia eroina soffrisse di sensi di colpa: alla fine del libro la monaca doveva pensare di avere Dio con sé, e così ha fatto!

Perché ha scelto questo particolare contesto storico (metà Ottocento) e geografico (Messina, ma soprattutto Napoli)?
L’Ottocento per me rappresenta la vera rivoluzione nella storia dell’uomo, sia dal punto di vista storico che tecnico: è col treno che cambia veramente tutto. E Agata la sente tutta questa trasformazione,tramite le sue scelte, le sue letture guidate. È il secolo del Romanticismo, che porta una splendida innovazione: l’amore come fatto accettabile e socialmente accettato. È poi il secolo dell’unificazione italiana: anche se ci siamo formati male è importante conoscere e studiare quel periodo di formazione dell’Italia. A Napoli ho scoperto una ricchezza straordinaria: è lì che è nata la Carboneria, è lì che c’era già un senso di Italia. Messina, invece, è sempre stata una città trattata male. Prima del terremoto del 1908 era una delle città più ricche ed intelligenti della penisola. Arrivavano stranieri da tutto il mondo, grazie allo stretto che attirava i naviganti. Era una città libera: ad esempio gli inglesi potevano tranquillamente frequentare le chiese valdesi. A Palermo Agata non sarebbe mai potuta scappare in piazza, a Messina sì.

Ci parli delle figure maschili di questo libro.
Il padre di Agata è una persona tollerante,ma profondamente egoista. Forse, nel descriverlo, ho pensato a mio zio. Fa parte di una tipologia di uomo molto ottocentesca e molto siciliana. La figura del Cardinale rappresenta uno dei grandi vinti del libro. È costretto a farsi monaco, mi fa una gran tristezza. Il primo innamorato di Agata, Giacomo Lepre, è facile da immaginare: è il tipico giovane romantico,di quelli di cui non si sa cosa dire quando muoiono. È una figura che impallidisce man mano che passa il tempo. È stato James il personaggio più difficile con cui mi sono misurata. Sapevo che la scelta di un personaggio inglese avrebbe corso il rischio di essere considerata come autobiografica (il marito della scrittrice è un inglese, come il personaggio, ndr), ma non è affatto così! James è un “romantico duro”: uno di quelli che prende quello che vuole, ma dà delle garanzie. E non è facile descrivere un innamorato come lui! Di James dico poco, ero indecisa se aggiungere un altro capitolo alla fine del libro, più esplicativo sulla sorte dei personaggi. Feci decidere al mio editore, che mi disse che andava bene così! Ho avuto la tentazione di parlare di più di James ma, oltre alla grande paura di cadere nello sdolcinato, volevo che i lettori avessero lo stesso punto di vista di Agata, che di James non sa quasi nulla. È strano come questo sia il mio primo romanzo d’amore…e i lettori non se ne siano accorti!

Quali sono, se ne ha, i suoi modelli letterari?
De Roberto, che secondo me è il più grande tra gli scrittori siciliani. Poi Tolstoji, Dickens, i francesi (Balzac, Flaubert, Proust), Cervantes...insomma, i classici!Io leggo poco di contemporaneo: mi sono iscritta ad un Book Club proprio per avvicinarmi ai contemporanei inglesi. Questo è un difetto: noi “vecchi” ci dobbiamo sempre aggiornare, voi giovani potete permettervi il lusso di guardare al passato. Noi che siamo il passato dobbiamo conoscere il presente (e aggiunge: “mi raccomando scrivi quest’ultima frase che è importante!” ndr)

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Una grande simpatia e affabilità quella che irradia Simonetta Agnello Hornby (non è da tutti gli scrittori dire “e quando passi dalle mie parti mandami una mail che ti faccio vedere Londra come dico io!”). Dopo averci concesso quest’intervista, la scrittrice ha continuato a rispondere alle domande dei lettori senesi, affascinandoli con le sue storie e con ricette di sfincioni dettate con forte accento palermitano.
In attesa delle sue prossime fatiche, fare un salto in libreria ed acquistare La Monaca è una scelta che ci sentiamo di consigliare. E sarà una bella sorpresa per tutti coloro che si avvicinano alla scrittrice palermitana per la prima volta, qualora rimanessero colpiti da questo libro, decidere di continuare con la lettura della Hornby e scoprire quale sensualità, quale fascino e quale mediterraneità si celino dietro ai suoi primi due romanzi.