giovedì 21 aprile 2011

CriticARTe - Pistoletto e "i molti"



MICHELANGELO PISTOLETTO: da Uno a Molti, 1956 – 1974
4 marzo - 15 agosto 2011
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXII Secolo
in collaborazione con Philadelphia Museum of Art
a cura di Carlos Basualdo

Catalogo Electa, 420 pp., 55 €

Michelangelo Pistoletto: da Uno a Molti, ovvero la transizione artistica dalla pittura alla collaborazione. La mostra, attraverso un centinaio di opere, indaga gli anni cruciali dell’evoluzione artistica di Pistoletto, in cui emergono temi e riflessioni che accompagneranno l’artista in tutta la sua attività creativa. 
La prima sezione, dedicata agli AUTORITRATTI, si sofferma sugli esordi figurativi dell’artista -che si era formato grazie agli insegnamenti del padre, restauratore, e nel campo nella grafica pubblicitaria (nel ’53 si era iscritto alla scuola di Armando Testa) - e su un tema, quello dell’autoritratto, a cui Pistoletto ha dedicato molte opere. 
In Autoritratto (1956), in cui sono ancora evidenti le influenze dell’Informale, l’artista dipinge un primo piano del volto, anche se poco riconoscibile, mentre nelle opere successive abbandona lentamente la tecnica informale per una pennellata più netta e delineata, il punto di vista si allarga, privilegiando l’intera figura -spesso isolata- e il volto tende a scomparire verso un anonimo anonimato (Autoritratto oro, 1960), come nei disegni in bianco e nero del 1962. Negli ultimi lavori (Autoritratto seduto 1960-61, Il presente- Autoritratto in camicia 1961, Il presente- Uomo di schiena, 1961) emerge un elemento estremamente innovativo, lo sfondo nero e lucido, che porta con sé nell’opera anche ciò che la circonda: la realtà esterna, riflessa, inizia a fare capolino nell’opera. Si tratta di un passaggio fondamentale che porterà Pistoletto alla creazione dei Quadri specchianti. Inizia il percorso dell’artista “da uno a molti”
I QUADRI SPECCHIANTI, realizzati a partire dal 1962, segnano la svolta di Pistoletto. La tela è sostituita con una lastra di acciaio inossidabile lucidata a specchio sulla quale l’artista nei primi anni applica un’immagine grazie alla tecnica del riporto fotografico, ricalcando una fotografia a punta di pennello su carta velina, mentre dal 1969 utilizza la serigrafia: la staticità e fissità delle fotografie impresse sulla lastra sono in netto contrasto con il dinamismo degli spettatori riflessi. L’opera è in continua e perenne trasformazione e il pubblico e l’ambiente ne diventano parte integrante. Inoltre queste opere segnano l’inizio della riflessione di Pistoletto sulla dimensione performativa dell’opera d’arte. L’artista si dedica per anni ai Quadri specchianti: alle prime opere, in prevalenza monocromatiche, segue la serie dei Comizi, realizzata tra il ’65-’66, incentrata su tematiche politico-sociali, e dal ’67 le opere presentano maggiori variazioni cromatiche. Spesso ritrae amici e conoscenti, come in Sacra conversazione (1964), in cui il titolo richiama la tradizione rinascimentale e raffigura gli artisti Anselmo, Zorio e Penone, in Uomo che guarda un negativo (1967) ritrae Alighiero Boetti e Lui e lei abbracciati (1968) riproduce lo stesso Pistoletto con la compagna Maria Pioppi.
Solo l’allestimento di questa sezione vale la visita: una lunga teoria di quadri specchianti - posti gli uni dietro agli altri in un gioco di riflessi concatenati, moltiplicando lo spazio e la percezione - che variano ad ogni minimo spostamento dello spettatore-visitatore, modificandone continuamente il contenuto e ottenendo il massimo coinvolgimento e la massima partecipazione del pubblico. Molteplici “uno”, e numerosi “molti”.

Si riallacciano in parte ai Quadri specchianti, i PLEXIGLASS, una serie di sette opere realizzate nel 1964: si tratta di lastre di plexiglass sulla cui superficie sono riportate delle fotografie, con cui l’artista prosegue la riflessione sulla dinamica spaziale e sulla natura dell’artificio, approfondendo il legame tra realtà e rappresentazione. Pistoletto spiega questa fase: “Mi trovo nel quadro, oltre il muro bucato dallo specchio, anche se non materialmente. Anzi, siccome mi è impossibile entrarci, per indagare nella struttura dell'arte devo fare uscire il quadro nella realtà, creando la finzione di trovarmi oltre lo specchio. […] In questo momento per me la ‘cosa’ è la struttura dell’espressione figurativa, che ho accettato come realtà. L’invadenza fisica del quadro nell’ambiente reale, portando con sé le rappresentazioni dello specchio, mi permette di introdurmi tra gli elementi scomposti della figurazione”.

Risultano forse un po’ più sacrificate le ultime sezioni. Pistoletto inizia a realizzare gli OGGETTI IN MENO dal 1965, spinto da una riflessione sulla contingenza e la spontaneità. Ognuno è caratterizzato da eterogeneità di forme e materiali, in parte contro la produzione seriale del mondo consumistico e contro il mercato dell’arte e l’uniformità stilistica. L’artista spiega questo approdo: “Mi pare, con i miei recenti lavori, di essere entrato nello specchio, entrato attivamente in quella dimensione di tempo che nei quadri specchianti era rappresentata. I miei recenti lavori testimoniano la necessità di vivere e agire secondo […] l'irripetibilità di ogni attimo, ogni luogo e quindi di ogni azione presente”. Chiarisce poi il titolo: “I lavori che faccio non vogliono essere delle costruzioni o fabbricazioni di nuove idee, […]ma sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa -non sono costruzioni ma liberazioni - io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un'esperienza percettiva definitivamente esternata”. Sono pezzi unici realizzati coi materiali più vari, spesso comuni, dalla carta al legno, dagli specchi ai silicati, dal ferro al plexiglass, oggetti d’uso e realizzazioni ad hoc, a seconda della specifica ricerca percettiva voluta dall’artista: Tele torte (1966), Letto (1965-66), Pozzo specchio (1966), Metrocubo d’infinito (1966), Mappamondo (1966-68), Mica (1966). Occupano lo spazio, sparsi in modo disordinato sul pavimento e sulle pareti, spingendo lo spettatore ad interagire, ad agire. “Molti” unici.
Tra queste opere c’è anche Pietra Miliare, una scultura realizzata con un paracarro, che verrà posta da Pistoletto il 22 dicembre 1967 all’inaugurazione di una mostra alla Galleria Sperone di Torino, al centro della stanza, isolata e sola, con la sua data di realizzazione “1967” scolpita sulla sommità. È l’occasione per l’artista di una riflessione sul tempo e sullo spazio. La galleria verrà poi riempita di LUCI E RIFLESSI, opere che richiamano l’idea di mutevolezza e contingenza: sono lavori basati sui riflessi originati dal Mylar, dalle luci delle candele e dalle lampadine. “Molti” molteplici.
Con gli STRACCI Pistoletto sancisce la sua entrata definitiva – premessa erano stati gli Oggetti in meno – nella compagine dell’Arte Povera. Gli stracci, usati prima per lucidare i Quadri specchianti, e successivamente in molte azioni e performance, superano la loro funzione originaria e diventano oggetti d’arte, utilizzati in modi diversi e assemblati con altri oggetti comuni e quotidiani: da Muretto in cui ricoprono i mattoni, a Orchestra di stracci – Quartetto utilizzati insieme ai bollitori, alla famosissima e emblematica Venere degli Stracci (1967). Molteplici “molti”.
Poco spazio è dedicato alle AZIONI, PERFORMANCE, LO ZOO, tematica ricostruita principalmente attraverso alcune fotografie e documenti e alla proiezione di qualche filmato originale. Dichiarando l’apertura del proprio studio agli artisti in senso lato (attori, letterati, musicisti), nell’inverno 1967-68, prende avvio un gruppo di lavoro legato al teatro di strada e all’attività performativa: Lo Zoo. Negli anni successivi Pistoletto e Lo Zoo organizzeranno una serie di spettacoli, collaborazioni creative e progetti, come l’Uomo ammaestrato, Cocapicco e vestito rito, Teatro baldacchino (1968), Il principe pazzo, La ricerca dell’uomo nero (1969), Bello e basta (1970). Pistoletto spiega così il fine ultimo di questa attività performativa: “Non si tratta tanto di coinvolgere il pubblico, di farlo partecipare, ma di agire sulla sua libertà e sulla sua fantasia, di far scattare analoghi meccanismi di liberazione nella gente”. L’“Uno” e i “molti”

Elisa Laboranti


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